Come insegnare (e studiare) la Storia?

educazioneglobale 2In Inghilterra si ridiscute l’approccio allo studio della Storia, proponendo di ritornare ad insegnare la materia come una “narrazione cronologica coerente”. Di questi tentativi di riforma dava conto, questa estate, un breve articolo del settimanale Economist.

Per noi italiani – istruiti utilizzando il metodo cronologico (cui accennerò tra un attimo) – è come se non ci fossero altri metodi oltre che quello. Dalla scuola primaria in poi, si affronta la Storia dal Big Bang alla Guerra fredda, secondo una sequenza lineare ed ordinata. Va detto che nella scuola italiana si segue l’approccio cronologico per tutto: per studiare la letteratura e, purtroppo, anche per la filosofia (infatti lo studente del liceo classico non studia tanto filosofia quanto storia della filosofia: finito il liceo della filosofia non sa utilizzare gli strumenti per risolvere le grandi questioni della vita…neanche della sua!).

In quali modi si può insegnare Storia?

Esistono almeno due modi principali di insegnare (e di imparare) la Storia: quello cronologico e quello concettuale (ma potremmo definirlo anche tematico o monografico). In vari sistemi di istruzione si preferisce l’approccio concettuale invece di quello cronologico (è così nella scuola inglese, già da alcuni decenni).

Ma come si insegna la Storia con il metodo concettuale (o tematico)?

Non sono un’insegnante – dunque potrei anche sbagliarmi – ma me ne sono fatta un’idea sfogliando alcuni libri e programmi.

Tanto per fare alcuni esempi, si può spiegare e comparare come nelle varie epoche ci si procurava il cibo, per cui si confronta il periodo preistorico delle società tradizionali di cacciatori – raccoglitori con quello in cui si sviluppa l’agricoltura (magari nella pianura del Nilo, ed è una scusa di parlare degli egizi). Oppure si prendono altri temi trasversali come, ad esempio, la scrittura, nelle varie epoche o per le diverse popolazioni.

Quali sono i vantaggi del metodo concettuale?

Il metodo concettuale privilegia le fonti, con lo studio di raffigurazioni dell’epoca o riproduzioni di manufatti o documenti. La valutazione delle fonti storiche, in questo approccio, costituisce il nucleo dell’insegnamento perché la Storia viene vista non come un insieme di conoscenze ma come una serie di oggetti e documenti che sopravvivono dal passato, cui va dato ordine.

Insomma, è un po’ come un giallo in cui trovare chi è il colpevole: il metodo è più deduttivo, consente un maggior approfondimento di un tema e un approccio che, nel mondo anglosassone, si definisce hands-on,  ossia che consente di “fare”, di “toccare con mano”. E’ di conseguenza un metodo molto adatto ai bambini piccoli, perché molto evocativo e non astratto. Ad esempio, se il docente spiega che, nell’antichità, vi è stato un periodo in cui al posto della moneta si usava il sale,  e che il sale per la sua importanza come conservatore di cibi ha assunto la dignità di moneta, magari può chiedere ai bambini di portare a scuola del sale e organizzare un piccolo (finto) mercato in cui questi ultimi possono sperimentarne l’uso come moneta.  Sempre per continuare con gli esempi, con allievi più grandi lo studio concettuale può muovere dai grandi temi che attraversano la storia. Ad esempio, come viene ottenuto e utilizzato il potere politico? In questo caso il metodo concettuale favorisce un più rapido confronto tra culture ed epoche diverse. Era meglio essere dominati dai Borbone o dagli Asburgo? (okay, io avrei una risposta…). Era più inclusiva la società romana o quella greca?

Quando funziona, da questo modo di far lezione gli studenti escono con una comprensione più profonda della Storia, che va oltre la sequenza di date e di battaglie.

Sin qui i pregi. Ma il metodo concettuale-tematico ha anche i suoi difetti.

Il difetto principale è che il metodo non consente assolutamente di coprire periodi ampi come l’approccio cronologico.  Un altro difetto è che lascia in secondo piano “la linea del tempo”, per cui spesso è più difficile per chi ha studiato ricollocare gli avvenimenti in una narrazione coerente.  In che epoca è il Barocco? Quando si è smesso di usare il baratto? L’allievo rischia di uscire dalla lezione di Storia con una difficoltà a collocare i concetti nel tempo.

Per certi versi, una sorta di racconto o narrazione di fatti storici è assolutamente essenziale per l’apprendimento: senza “narrazione” la storia è una disciplina impossibile. C’è una innegabile percezione di flusso nell’insegnamento cronologico della Storia. I nessi di causalità (o di correlazione) possono essere più facili da spiegare quando gli eventi sono “messi in fila” (ad esempio: la Restaurazione avviene perché prima c’è stata la Rivoluzione).

In fondo la Storia è fatta di storie che si intrecciano. Se non c’è narrativa non c’è visione d’insieme.

Anche il metodo cronologico, tuttavia, ha i suoi difetti. Se non si ha un docente appassionato, la Storia diventa una sequenza di date da imparare a memoria e non contribuisce alla comprensione dei fenomeni. Le date sono strumenti per ordinare la Storia, ma non sono la Storia.   Inoltre, un approccio cronologico, può rendere difficile vedere le analogie tra periodi diversi. Se un argomento è trattato all’inizio dell’anno e un altro argomento non arriva che alla fine, la connessione tra i due sarà difficile da mettere in luce. Con il metodo cronologico è anche difficile comparare società e culture diverse. Normalmente l’approccio cronologico non riesce a tenere conto di quello che succede nei vari continenti (ad esempio si parla della Cina solo quando c’è da spiegare chi inventa la polvere da sparo).

Ma allora qual è il modo migliore per insegnare la storia, in ordine cronologico o con il metodo concettuale (o tematico/monografico)?  La contrapposizione tra i due metodi è un piccola guerra culturale tra una sorta di razionalità tradizionale e un approccio più “multiculturale” che potremmo definire “postmoderno”.

Non sorprendentemente la cosa migliore è una combinazione tra i due approcci. Conoscere la Storia in ordine cronologico ma saper fare degli “affondi” nei concetti/temi trasversali è importante. La migliore, ma ancora imperfetta, soluzione è quindi di combinare i due approcci: una volta che è chiara la linea del tempo, è bene analizzare la complessità dei dati storici, concentrandosi su pochi eventi.

E qui lancio la mia provocazione, che ha a che fare più con i contenuti che con i metodi: perché continuare a insegnare Storia come se formassimo cittadini per lo Stato nazionale? Forse la risposta è che i sistemi scolastici sono nazionali, per cui, nelle varie epoche, si finisce per studiare Storia leggendo un riassunto cronologico degli eventi dall’età della pietra alla Guerra Fredda secondo la prospettiva del paese in cui si vive (e anche, tristemente, del periodo politico in cui si vive). La Storia sfocia, qua e là, nella  propaganda patriottica.

Se manteniamo l’insegnamento della storia dalla prospettiva ristretta della nostra civiltà o della nostra nazione non riusciamo a cogliere le sfide della diversità e ogni cultura o nazione continuerà ad avere la propria visione della storia. Non è un male in sé, ma come comprendere le ragioni o i torti degli altri senza una prospettiva globale?

Adottare un prospettiva globale non è sempre facile, ma credo che, almeno gli studenti appassionati alla materia dovrebbero arrivare a 18 anni ed essere in grado di leggere alcune pagine – le più significative – di grandi libri che trattano temi importanti sotto un profilo globale.

Penso ad Armi acciaio e malattie. Breve storia degli ultimi tredicimila anni di Jared Diamond, in cui  si spiega perché – per gran parte della storia – gli europei hanno assoggettato gli altri popoli, ravvisandone una spiegazione nelle radici geografiche, ecologiche e territoriali, sostanzialmente legate al caso.

Penso anche a Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere, sempre di Jared Diamond, nel quale l’autore si chiede come mai civiltà del passato che parevano solide (come i Maya, i Vichinghi o le popolazioni dell’Isola di Pasqua) sono invece scomparse, domandandosi se può accadere anche a noi.

Ed, infine, andrebbe letto qualche passaggio del recente Perché le nazioni falliscono. Alle origini di potenza, prosperità, e povertà di Daron Acemoglu e James A. Robinson (libro che sto leggendo ora). Tra i tre libri è il più complesso, ma un bravo e appassionato docente potrebbe usarlo per tentare di spiegare perché ci sono paesi che diventano ricchi (e, dunque, anche protagonisti della Storia) e paesi che restano poveri (e dunque comprimari), che poi è la domanda cruciale di questi tempi. E’ un viaggio nella storia universale, di civiltà in civiltà, dove si contrappongono le élite che preferiscono difendere i propri privilegi ed estrarre risorse dalla società (mandando quindi il proprio paese in rovina) e le élite che sanno cogliere le opportunità della storia per creare benessere per tutti.

Ecco, in forma ancora embrionale, il programma di storia per lo studente globale. Chissà se qualcuno, tra coloro che mi leggono, vorrà svilupparlo ulteriormente…

 

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