Mille modi diversi di essere genitore

20130822_102133Quanti modi ci sono di educare un figlio? Infiniti. E c’è un modo intrinsecamente più giusto e uno più sbagliato? Nossignore. Casomai ce ne può essere uno più adatto alle esigenze della società in cui si vive.

Gli esseri umani sono gli animali più adattabili di questa terra e, come noto, la specie sapiens sapiens si è adattata benissimo ai più vari climi, dai poli ai deserti, dando luogo alle più varie culture. In ciascuna di queste culture esistono modi diversi di educare le nuove generazioni, ossia di crescere i figli. In alcune culture si pratica il co-sleeping e in altre il neonato ha la sua stanza (detta leziosamente “cameretta”) dal giorno in cui è nato; in alcune culture si allatta a lungo e in altre no; c’è chi porta i piccoli avvinti al proprio corpo e chi li spinge su un passeggino, e via dicendo.

Se gli esseri umani sono una specie tanto evoluta è proprio per questa varietà di stili e culture che si sono andate sviluppando in armonia con l’ambiente in cui una data società vive. Dunque, come mai tutta questa varietà ce la dimentichiamo quando diventiamo genitori?

Dato un neo genitore ce ne è sempre un altro pronto a criticarne gli usi e costumi e, tra nonni saputelli e conoscenti giudicanti, la maternità può essere un campo minato dall’insicurezza e dal dubbio.

Poi ci sono quelle che i dubbi non li hanno, ma hanno la presunzione di toglierli anche ad altre.

Ci sono le mamme talebane dell’allattamento a richiesta e dell’allattamento prolungato, quelle che “mio figlio mangia solo bio” (chi glielo spiega che lo stesso figlio passerà tanto tempo nei fast food a sedici anni?), ci sono i papà sputasentenze del genere “il liceo classico è la scuola migliore” e le dogmatiche del metodo Montessori.

Per me vanno tutte bene, salvo quando mi danno troppi consigli non richiesti..:)

Io non vi dirò che mamma sono (ma l’avrete capito…), perché, se c’è una cosa che imparato dal mestiere di genitore è che quel che va bene per me magari non va bene per un’altra madre e che quello che ha funzionato bene con un figlio sicuramente non funziona con l’altro (accidenti, mai che si possano sfruttare le economie di scala!).

Insomma, ho imparato una bella cosa: a non essere dogmatica.  Da lì a cercare di non criticare stili parentali diversi dal mio, il passo è breve.

E poi ho un vantaggio: due figlie ironiche che mi sfottono senza pietà (“mamma, di nuovo a parlare di bilinguismo? E dai!”, “guarda mamma, che se ti fermi un’altra volta a parlare di scuola io me ne vado a casa da sola”). Il terzo figlio ancora non mi prende giro, al massimo mi fa “peekaboo!” (d’altronde ha solo 20 mesi…ma tra poco…).

Non essere dogmatici sulla genitorialità è la cosa più liberatoria del mondo e si può sintetizzare efficacemente con il titolo di un bellissimo film di Woody Allen: “Whatever works!”, insomma,  basta che funzioni!  L’atteggiamento che ne deriva verrebbe spontaneo se più persone leggessero (ma in italiano che io sappia non c’è ancora) un libretto grazioso che si chiama How eskimos keep their babies warm, che ho finito proprio ieri.

how-eskimos-keep-their-babies-warmMa di cosa parla questo libro? E’ un libro di saggistica “light”, che potrebbe collocarsi efficacemente sia nel settore del “parenting“, sia nel settore dell’antropologia comparata. How eskimos keep their babies warm (come gli eschimesi tengono al caldo i propri bambini) è di una giornalista americana originaria di Taiwan, cresciuta a Detroit e che vive ora a Buenos Aires. La cosmopolita autrice si chiama Mei – Ling Hopgood e, alla nascita della sua prima figlia, Sofia, studiando le varie culture e viaggiando in diversi paesi, ne confronta gli stili parentali e li compara con il suo. L’autrice non si limita a descrivere le sue osservazioni sulla genitorialità nelle diverse culture ma, in alcuni casi, va a consultare pediatri ed antropologi per cercare di capire come ogni pratica genitoriale si sviluppi proprio in quella data cultura.

Come mai, si chiede l’autrice, i bambini a Buenos Aires vanno a letto tanto tardi? E come fanno a reggere il ritmo quando si devono alzare presto per andare a scuola? Hopgood racconta che a Buenos Aires (non diversamente che nelle estati romane…), non è raro vedere bambini che escono a cena con le loro famiglie e che stanno fuori anche fino a mezzanotte. Fin qui il libro narra usi e costumi “latini”, non così dissimili, in fondo, dai nostri. Ma il libro spiega la genitorialità di altre culture, per noi più interessanti. Così ci spiega non solo come i francesi insegnino ai loro figli ad amare il cibo sano (invogliandoli ad assaggiare sapori diversi ma mai a finire per forza quello che hanno nel piatto), ma anche come i cinesi tolgano il pannolino precocemente (perchè – almeno nella cina rurale – utilizzano pantaloni con un taglio in mezzo alle gambe in modo che, accucciandosi, possano fare i loro bisogni, raggiungendo così, in poco tempo e ad un età precoce, il controllo sfinterico).

L’autrice continua a fare il giro del mondo, descrivendo come i libanesi mantengano la famiglia unita (attraverso una precoce ma duratura responsabilizzazione di ciascun componente) e come i kenyoti non usino passeggini, portando i propri figli in braccio o per mano tutto il tempo. Il libro ci racconta anche come i giapponesi lascino che i loro figli litighino e lottino affinché imparino a risolvere da soli i propri conflitti e, allo stesso tempo, imparino “il valore del piacere e del dolore di essere un membro di una comunità”; come gli asiatici insegnino ai propri figli ad ottenere risultati eccellenti nello studio, come i tibetani vivano le gravidanze e come i polinesiani imparino a giocare senza la vigilanza dei genitori.

E così, di cultura in cultura, ci avviciniamo ai casi più interessanti, come quello dei Pigmei Aka, che sarebbero i migliori padri nel mondo. I neonati Aka, infatti, passano quasi tutto il loro tempo in braccio ai papà, salvo quando vengono allattati. E se la mamma è andata a caccia (perché uomo e donna vanno, civilmente, a caccia a turni) e il neonato piange, i maschi aka attaccano i piccoli al loro capezzolo a mo’ di ciuccio, qualcosa che un uomo non si sognerebbe mai di fare in nessuna cultura “moderna”.

Questo libro di confronti globali tra stili di genitorialità mi ha ricordato il libro di Jared Diamond, The world until yesterday (Il mondo fino a ieri), che è invece tradotto in italiano e che consiglio vivamente a chi volesse continuare con letture del genere “società umane a confronto”.

How Eskimos keep their babies warm è un libro che ci riconcilia con altre culture e ci fa apparire teneri e condivisibili comportamenti che noi non ci sogneremmo mai di adottare. Su una cosa, però, il libro delude: nonostante il titolo, l’autrice non ci spiega mai davvero come le mamme eschimesi tengano i neonati al caldo. Ci sarà una seconda puntata? Davvero una geniale trovata pubblicitaria!

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