Decrescita (in)felice: quando i figli stanno peggio dei genitori

educazioneglobale autumnAlcuni mesi fa sono dovuta recarmi al pronto soccorso pediatrico con il figlio più piccolo. E’ inutile dire che, passare tre ore di venerdi sera in un pronto soccorso pediatrico dopo un’ondata di freddo non è una bella cosa. La sala d’attesa era strapiena di bambini frebbricitanti, neonati che erano caduti per terra, ragazzini con varicella e quarta malattia e mille urgenze alcune delle quali, giustamente, più urgenti di noi.

Anche nel caos più totale, medici e infermieri, seppur non attenti e solleciti verso i singoli (avevano troppo da fare per guardare in faccia le persone) erano calmi e anche cortesi quando qualcuno rivolgeva loro una domanda. La cosa mi colpiva perchè lavoravano chiaramente in condizioni assurde, con un sovraccarico di pazienti incredibile che avrebbe innervosito anche la persona più calma. Ma loro continuavano ad andare avanti, veloci e operosi come api. Ma per quanto le cose possono andare così in Italia? Ogni volta che sono messa di fronte all’istruzione o alla sanità pubblica vedo questo fenomeno: operosità dei singoli nello sfascio totale del sistema.

E’ la crisi, baby, dicono.

L’era della crescita economica moderna è iniziata duecento anni fa, con la rivoluzione industriale e, da allora, la chiave dello svilupo passa per l’industrializzazione, la produzione di beni di massa, il consumo, la crescita economica. Già, la crescita…

Gli economisti ci ricordano che, se guardiamo alla storia del mondo nel suo complesso e dunque teniamo “lo sguardo lungo”,  periodi sostenuti di crescita economica sono l’eccezione. La regola è più o meno la stagnazione, anche se è difficile applicare questi concetti all’epoca preindustriale.

I filosofi ci ricordano che ogni crisi è un dramma ma anche un’opportunità di cambiamento. Su questo sono d’accordo. Ma da quando il paese ma anche l’Europa decresce, aumentano le sirene della nuova parsimonia, quando non quelle della decrescita felice.

Ecco, quando leggo questi inni alla parsimonia mi sento un tantino presa in giro…non vorrei che si confondesse una salutare nuova morigeratezza con una forma di inerzia politica ed economica.

I nuovi guru della parsimonia si affannano a spiegarci che, se abbiamo la tendenza ad indebitarci, è meglio pagare con il contante perchè così è immediata la percezione di quanto realmente si stia spendendo (a me sembra un consiglio primitivo, l’economia basata sul contante è una economia arretrata). Ci ricordano che è meglio fare la spesa a stomaco pieno e con la lista della spesa in mano per non acquistare cibi inutili (consiglio ovvio, ma che almeno mi trova d’accordo).  Ci invitano a non farci tentare dall’ultimo modello di smartphone o di tablet ma di aspettare un pò, quando quell’oggetto costerà la metà (ma poi dimenticano la rapida obsolescenza della tecnologia…).

Qualche mese fa persino il sole 24 ore ha pubblicato un articolo che era un inno alla frugalità: “…adottare un atteggiamento selettivo: la spesa per casa al discount, una settimana in meno di vacanze e, se costretti, uno o due affitti in arretrato. All’estero non ci si va più in vacanza, ma per lavorare. Nelle nostre campagne urbanizzate si è tornati a usare la legna per riscaldarsi. Un pragmatismo frugale quanto dotato di senso della misura, della concretezza, della sobrietà: bandite le spese pazze, solo in casi eccezionali acquisti di case, auto ed elettrodomestici. (….) Persino lo spauracchio dell’aumento del carburante si è stemperato, nei commenti a tavola delle famiglie italiane, con la constatazione che i rincari hanno ridotto l’utilizzo dell’auto allo “stretto necessario”, con una diminuzione dei consumi di carburanti da cui consegue un minor inquinamento.” Insomma, fate di necessità virtù…

educazioneglobale decrescita infeliceAncora meno sopporto i cantori della decrescita felice perchè ho qualche timore che ci si prepari un bel tranello. Posso essere pure d’accordo con l’economista francese Serge Latouche, laddove critica l’“onnimercificazione” del mondo ma non più tanto quando teorizza una “decrescita felice”.

Okay, la qualità della vita potrebbe anche aumentare, se abbandoniamo i bisogni “quantitativi” del possesso e se si avesse un ambiente più pulito e una vita più sana, ma l’ideologia della decrescita felice è perniciosa.

Diciamoci la verità, senza crescita economica, anche il welfare non può reggere a lungo.

Se manca il welfare, che oggi è già in affanno, allora ogni decrescita non può che essere infelice. Senza welfare non c’è decrescita felice, ma solo infelice, perchè non si tratta di rinunciare alla borsa firmata o all’ultimo smartphone.

La verità è che quando la generazione dei figli sta peggio di quella dei genitori (e quella dei nipoti peggio ancora) la cosa comincia ad essere preoccupante, molto.

La verità è che sanità, istruzione e previdenza pubblica sono fondamentali per assicurare a tutti i cittadini, benestanti e non, una vita degna. Io non voglio vivere in un mondo in cui chi è bisognoso e si fa male non può essere curato gratuitamente, in cui l’istruzione è per pochi e in cui chi è troppo anziano per lavorare non ha di che vivere.

E, visto che ho menzionato l’istruzione, aggiungo due paroline sulla scuola… Sebbene le parole e forse le intenzioni di molti governi degli ultimi anni dicessero altrimenti, sembra che soldi per la scuola non ci siano mai (in questi giorni, il nuovo Presidente del Consiglio promette di fare miracoli, stiamo a vedere, anche se io non credo agli uomini dei miracoli). Ma certe volte viene da chiedersi perché tante scuole pubbliche italiane siano brutte e sporche da tempo immemorabile; lo erano anche in quegli anni in cui, apparentemente almeno, l’economia del nostro Paese era florida!

Ricordo di essere stata in scuole con bagni rotti o sporchi o senza carta igienica da quando ero bambina, eppure erano scuole pubbliche con una “buona fama”. Almeno negli anni ’80 (anni di sbornia economica, in cui si andava accumulando un buona parte dell’ingente debito pubblico), i laboratori di scienze di molti licei erano polverosi musei dove gli studenti entravano un paio di volte l’anno e non a fare esperimenti e neanche ad osservare il proprio professore farli, ma a guardare provette o microscopi, gufi imbalsamati e tavole degli elementi che, forse, erano stati usati l’ultima volta un quindicennio prima.

In quelle scuole, tra i tanti, capitava di avere professori bravi, come bravo e dedito al lavoro era il personale del pronto soccorso i quello sfortunato venerdi sera. Peccato, però, continuare ad essere il paese dei talenti individuali invece che quello del bene collettivo.

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