Scuola bilingue francese-italiano: e se fosse troppo faticosa?

educazioneglobale scuola bilingueMi scrive Anna Silvia per pormi un quesito sulla scuola bilingue. Eccolo.

“Cara Elisabetta,
prima di tutto voglio complimentarmi con te per questo blog che seguo con grande interesse da diversi mesi: è ricco di informazioni e di spunti di riflessione che trovo molto utili ed importanti per il futuro (e il presente) dei nostri figli.
Proprio per questo mi piacerebbe sapere se conosci e cosa ne pensi della così detta “secondarizzazione” della scuola primaria e avere anche il tuo punto di vista sul mio dilemma personale che è a questo collegato.

Non so quanto tu abbia esperienza di questo modello ma provo a darti in maniera molto sintetica le mie considerazioni anche se, purtroppo, sono perlopiù negative. Naturalmente, se poi vorrai, approfondiremo la conversazione.

Condivido pienamente le tue considerazioni sul bilinguismo e, proprio per questo, ho scelto per mio figlio una scuola bilingue francese (francese, storia, scienze geografia in lingua francese, il resto in italiano).

Quest’anno lui è in terza elementare. Proprio a partire dalla sua classe, la scuola ha rafforzato il modello di “secondarizzazione” ossia i bambini fin dalla prima elementare hanno praticamente un insegnante a materia, per un totale di 10 maestre/i differenti. Anche le materie in lingua sono fatte da due diverse insegnanti. Questo significa: 10 personalità diverse a cui i bambini devono adattarsi, 10 metodi di studio, tempi di spostamento delle maestre da una classe all’altra che vanno a detrimento dell’ora di lezione, necessità di verifiche e interrogazioni continue (con metodi e metriche differenti…).

Nella mia esperienza, in sostanza, questa frammentazione si risolve in una situazione di grande fatica e stress per i bambini e anche per le maestre che hanno poco tempo in generale e, soprattutto, un tempo non sufficiente a conoscere i bambini e a guidarli e orientarli come la loro età richiede. Tutto questo, oltre a lasciare qualche dubbio sull’efficacia della didattica, ha un impatto emotivo e psicologico negativo, specie su alcuni bambini perchè li disorienta e sottopone a pressioni non adeguate all’età.

Non ho peraltro ancora capito quali invece siano i benefici del modello.

La mia valutazione quindi non è positiva e si tratta di qualcosa che sconsiglio vivamente avendo sperimentato lo stress di mio figlio e di molti dei suoi compagni. Noi, insieme ad alcuni altri genitori, abbiamo raggiunto consapevolezza della cosa solo quest’anno. Proprio quest’anno, sono andati via 4 bambini dalla classe (2 dei quali a metà anno) e almeno altri 3 o 4 cambieranno per il prossimo.

Uno di questi dovrebbe essere mio figlio che ho già iscritto in un’altra scuola, italiana, con la maestra prevalente.

A questo punto mi piacerebbe il tuo parere perchè sono confusa.

Premetto che non ho trovato altre scuole bilingue francese nè come attuale alternativa, nè poi per proseguire. Escludo infatti di restare per medie e liceo nella scuola attuale. Proprio qui sul tuo blog ho letto dei licei IGCSE e mi è piaciuta l’offerta formativa di una scuola paritaria che lo offre, nel percorso di scuola superiore. E’ questa l’alternativa che ho individuato e dove l’ho già iscritto per il prossimo anno con l’idea che possa continuare poi tutto il percorso scolastico, dalle elementari al liceo.

Detto questo – e pur ritenendo negativo il metodo attuale – cambiare scuola significa lasciare il bilinguismo e lasciare quindi tutto il ricco bagaglio che questo include e che mio figlio ha faticato ad ottenere fino ad oggi. D’altra parte comunque, se non adesso, questo percorso verrà interrotto dopo le elementari….. certo nel frattempo però si porterebbe a casa due livelli di DELF e forse la conclusione di un ciclo di studi..

Mi giro e rigiro da tempo intorno alla questione: Tu che faresti?

Grazie del tempo che vorrai dedicarmi e ancora complimenti!
un caro saluto a presto

Anna Silvia F.

Cara Anna Silvia, tu parli prima di secondarizzazione e poi di scuola bilingue. Ho intenzione di affrontare il secondo tema piuttosto del primo. “secondarizzazione”, ossia, se non capisco male, l’eccessiva specializzazione delle discipline e dei saperi, tipica della scuola secondaria, è un termine che utilizzo poco e che mi pare avere una connotazione quasi sindacale, nel senso che mi sembra un termine in quello che chiamo “insegnatichese”, per indicare un fenomeno descritto in modo vago e percepito come negativo dai docenti (e magari negativo lo è pure, non entro nel merito perchè il tuo vero quesito è altrove). Le riforme Gelmini, mi pare, con i loro tagli, hanno fortemente limitato comprensenze e non certo favorito una specializzazione dei docenti per materia. Tuttavia, sulla questione non voglio addentrarmi, sia perché non sono abbastanza competente, sia perché, come accennato, a me il problema pare essere un altro, ossia quello di come, giocoforza, è organizzata una scuola bilingue.

Quest’ultima, come ho scritto in un altro post, non si pone l’obiettivo di adottare lo standard di un altro sistema di istruzione (dunque, nel caso del francese, programmi ministeriali francesi, docenti madrelingua francesi e abilitati in Francia all’insegnamento, esami francesi) ma, semmai, garantisce lo svolgimento delle indicazioni nazionali italiane per il curriculum (con docenti italiani abilitati all’insegnamento secondo norme italiane) e poi “importa” un pezzo di lingua e cultura francese, mediante l’inserimento, nell’orario curriculare, di insegnanti madrelingua francesi, sia per l’apprendimento “vivo”, ossia comunicativo, della lingua 2, sia per la lettoscrittura e alcune materie insegnate direttamente nella lingua 2 (materie scelte tra quelle che “si prestano” al travaso linguistico e che tu stessa elenchi: storia, scienze e geografia in lingua francese).

Le conseguenze sono immaginabili: una simile scuola prevede un tempo pieno eccezionalmente denso (due lingue anziché una, quasi due programmi anziché uno) e una pluralità di docenti perché la docente italiana, che magari insegna bene matematica (ed è a ciò abilitata), magari non sa il francese (e dunque non può fare scienze).

Il modello, insomma – descritto per chi ci legge, non certo per te, che ben lo conosci e ne sei pure fuggita – è questo. Le opportunità intellettuali per un bambino che si muova in cotanta scuola sono molteplici, il carico di lavoro ed emotivo, però, gravoso.

Conosco bene pregi e difetti di questo approccio, perché le mie figlie (le grandi, il piccolo ha due anni e va ancora al nido) navigano, se così si può dire, in una scuola analoga, sebbene “l’altra lingua” sia l’inglese.

La minore, in quarta primaria (ossia IV elementare), fa, in lingua italiana, le seguenti materie: italiano matematica, storia, italiano, religione, musica (ma con alcuni brani in inglese per i concerti) e una parte di geografia. In inglese fa scienze, una parte di geografia, arte, inglese madrelingua. Totale di 10 insegnanti, se includo anche educazione fisica. Ccome vedi, so di cosa parli.

Per la grande, ora in seconda “secondaria di primo grado (seconda media, per capirci), la vita è ancora più complessa. In Inglese ha due diverse docenti madrelingua, una per writing and literature ed anche geography, l’altra per grammar. Ha poi una docente che fa italiano e latino, epica ed antologia ma storia e geografia lo fa un’altra. In aggiunta, in lingua italiana, ha una docente per matematica, una per musica, una per educazione tecnica, una per arte, uno per religione, una per educazione fisica. E non ho finito. Per scienze, che fa in inglese (science), ha un altro docente, e il programma prevede scienze biologiche, fisica e chimica. Non ho ancora finito: come terza lingua (quarta, se includo il latino) fa pure spagnolo, con docente madrelingua spagnola. Totale, 12 docenti (ma è la scuola secondaria…).

Tanto per completare il quadro complessivo, ti aggiungo che almeno alle medie i docenti sono quasi gli stessi per tutti i tre anni (cambia solo spagnolo dalla prima alla seconda). Invece, alle elementari, vige il modello anglo sassone: il team docenti di base (italiano – English and science – matematica) cambia ogni anno o al massimo biennio, perché i team sono specializzati per età.

Immagina che massacro, anche per i genitori, quando è periodo di colloqui… infatti alcuni colloqui sono organizzati in determinati giorni dalle 13 alle 18, per consentire a tutti i genitori di parlare con tutti i docenti!

Eppure, se proviamo a vedere le cose dal punto di vista del dirigente scolastico, la scuola bilingue si può fare solo così. Altrimenti si fa la scuola francese o la scuola inglese. Perchè è solo con una pluralità di docenti che posso permettermi un’offerta formativa di questo tipo, in cui non è trascurata la lingua italiana (e la scuola è paritaria, dunque “parificata” alla scuola statale) ma l’altra lingua è insegnata come fosse una prima lingua; una scuola in cui ho qualcuno che mi fa in modo efficace la storia in francese o le scienze in inglese e non si tratta, invece, di una docente che sa la storia o le scienze ma la cui lingua2 è imparaticcia.

Però la scuola bilingue per l’allievo ha un costo, un costo derivante dalla frammentazione disciplinare e un costo emotivo derivante dal continuo cambio di figure docenti, approcci, metodi, volti, sguardi, valutazioni.

Allora sai cosa fa la differenza? La fa la resilienza degli insegnanti. Quelli che si trovano bene in quel sistema ne vedono i pregi e approfittano degli stimoli, di conseguenza hanno un atteggiamento fiducioso e sereno, e questo si sente. Quelli che lo trovano una violenza al principio della continuità didattica (che in Italia vuol dire, in insegnantichese, questa lingua assurda e un po’ burocratica, mantenimento dello stesso docente e non dello stesso approccio didattico) quelli, dicevo, “si stressano” e comunicano disagio.

Ora può sembrare che io faccia dell’ironia sui docenti, ma non è mia intenzione. Capisco il disagio di chi ha in mente un certo modo di far lezione e di incarnare la figura del maestro elementare: entro in classe, chiudo la porta e divento il punto di riferimento di questi bambini. Me li curo e me li cresco, da quando gli insegno a tenere la penna in mano a quando li interrogo sulle divisioni a due cifre. Sono io che li scolarizzo. E’ la scuola che conosciamo, e che non è tanto diversa da quella del libro “Cuore”, che noi genitori quarantenni siamo l’ultima generazione ad aver letto.

Nella mia esperienza di genitore, poichè sono curiosa delle opinioni degli insegnanti, ho spesso rivolto loro la domanda circa come si trovassero nel sistema della scuola bilingue. Ho registrato atteggiamenti diversi. Molta difficoltà nelle insegnanti italiane, ma non in tutte, specialmente quelle che, magari, accoglievano i bambini in prima elementare o facevano prima e seconda per poi lasciarli in terza ad altri docenti. A loro il sistema non piace, perchè – spesso sono le testuali parole – non riescono “a raccogliere i frutti” del proprio lavoro, a vedere “i bambini che sbocciano in ragazzini”. Molto più easy l’atteggiamento di altri docenti, in preponderanza di madrelingua inglese. Una mi ha detto “a me piace molto. Sono anni che mi occupo di quarte e quinte, i bambini mi arrivano che conoscono la lingua e hanno abilità di base (reading, speaking, listening, writing), hanno fatto tanto spelling e, per questo, io mi posso dedicare alla lettura di testi di fiction e non fiction il primo anno, e dedicarmi al creative writing workshop, il secondo. La grammatica la continuiamo ad affrontare in relazione al lavoro di lettura e scrittura”. E quando le chiedevo se non le dispiaceva non vederli crescere mi guardava trasecolando. E mi diceva “guarda, che io li vedo crescere. Quando mi arrivano in classe conosco già tutti i volti, li incontro in giardino e a mensa, li vedo quando vanno in palestra, devo sono imparare i nomi. E poi, quelli che rimangono alle medie continuo a vederli, mi salutano a ricreazione, a volte scambiamo due parole o vengono a cercarmi”.

Queste piccole “interviste” mi hanno convinta che, almeno dal punto di vista di chi insegna, tutto è relativo alla cultura da cui si viene e a come si concepisce il proprio lavoro. Del resto non è forse così per tutti i mestieri?

Resta la difficoltà per i bambini. Le mie figlie (che stanno lì una da quando aveva 5 anni e una dai 3 anni) certi giorni tornano da scuola che sembrano dei pugili suonati, magari sono state lì per fare pure lo sport pomeridiano e, prima o dopo la cena e la doccia, capita pure che ci siano i compiti (più alle medie, per la verità). Questo glielo (e me lo) risparmierei volentieri.

Rivengo a tuo figlio: hai fatto bene o hai fatto male? Io sono per la scuola bilingue, malgrado tutto. Ma se un figlio proprio non regge, ebbene anche io avrei cercato qualcos’altro. Resta da capire se sono i bambini a non aver retto o se è il sistema che lì, per qualche motivo, non funziona. O non funziona ancora. La circostanza che siano in tanti ad andarsene dalla stessa classe, mi induce a pensare che i primi a disagio siano proprio i docenti.

Una scuola così impegnativa deve avere momenti ludici e di socialità MOLTO forti e coinvolgenti. Nella scuola bilingue ideale, a mio parere, si deve lavorare in un altro modo. Poichè si tratta di scuole private, con rette salate, i mezzi ci sono. Non solo quindi il gioco in giardino, ma feste e cerimonie scolastiche, giornate a tema, lavoro di gruppo e peer-to-peer, coltivazione di un orto scolastico, gare e premiazioni per il bambino più generoso, per la più brava a disegnare, per il più bravo nello sport, per il più gentile o per quello che presta sempre le penne agli altri (in un sistema partecipativo, in cui, a turno, in realtà, ognuno viene premiato per il “suo” particolare talento), un premio per la ragazzina che sa suonare il violino o fa danza sulle punte, e poi concerti, pic-nic genitori e figli, giornate di beneficenza e di partecipazione ai bisogni del territorio circostante, giornate di pulizia della scuola coinvolgendo genitori e allievi più grandi, e così via. Americanate? Si, ma funzionano. La scuola bilingue ideale, io penso, dovrebbe compensare la frammentarietà della didattica e la difficoltà di investimento emotivo sul docente con il senso di partecipazione, aggregazione, appartenenza. L’investimento emotivo diventa, così, sulla scuola nel suo complesso. Nel loro piccolo, gli stemmi, le uniformi scolastiche, gli inni, le bandiere a questo servono. Non a fare i fighetti, o peggio, i balilla o i figli della lupa. Tanto è vero che in Inghilterra anche le scuole pubbliche hanno l’uniforme.

Detto ciò, dove sta l’alternativa italo-francese per tuo figlio? Troppo tardi, forse, per la scuola francese pura, l’alternativa viene offerta, ma per il solo liceo, dal percorso di Liceo Classico Europeo, offerto dai Convitti Nazionali, che hanno il francese curriculare e l’ESA-BAC finale (ne ho parlato in un post) e da alcuni licei linguistici “europei” o “internazionali” in cui predomina la lingua francese. E’ lì che avrebbe senso riprendere il cammino quando sarà più grande. Il percorso Cambridge IGCSE viene dalla scuola inglese. Perchè dovresti sceglierlo quando tuo figlio avrà 14 anni, se non l’hai fatto quando tuo figlio era piccolo? Ma qui entro nei motivi per cui hai scelto il francese, motivi che non mi hai detto.

Per le elementari puoi fare solo la scelta che hai fatto e che io accompagnerei, subito, da ora! con una au pair madrelingua francese (se hai spazio in casa, delle au pair ho scritto in questo post) o con una baby-sitter francese per il pomeriggio.

Anche se tuo figlio non ha fatto ancora esami DELF non importa, il seme l’hai gettato, ora l’importante è che non perda il tesoro linguistico che ha acquisito. Per questo, mi metterei in condizione di fargli parlare e “vivere” il francese un pò tutti i giorni, sette giorni su sette. Lingua di vita, non lingua di studio. Lascia stare le lezioni di lingua, se non sono “giocate” possono essere incredibilmente tediose.

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