Coderdojo: scrivere, giocare…programmare!

educazioneglobale Coderdojo Roma!E’ un sabato mattina di primavera. Nella nostra famiglia, come in qualsiasi famiglia, ci sono una serie di cose da fare, di rituali da adempiere: occorre fare un po’ di spesa, ci sono i compiti delle figlie, si potrebbe portare il piccolo al parco, visitare i nonni. Male non mi farebbe fare un salto in palestra o andare a correre al parco, ora che il tempo lo consente. Ho un paio di Economist che devo leggere e tre libri cui sto dedicando troppo poco tempo, nonché questo blog da scrivere, i commenti cui rispondere, due amiche da richiamare per organizzare di vederci.

E potrei continuare, ma meglio che mi fermo qui..

Si perché, questa mattina, con la figlia maggiore, raduno un paio di oggetti: il portatile più leggero che abbiamo a casa, un biglietto elettronico con un indirizzo, una bottiglietta d’acqua, non si sa mai.

Andiamo, oggi la destinazione è il Coderdojo.

Oddio, cosa è? Un piatto esotico o un’arte marziale?

No, è una palestra di programmazione per bambini e ragazzi, dove ti insegnano, per tentativi ed errori, non ad usare la tecnologia ma a capire cosa c’è dietro, creando qualcosa che è solo tuo: il tuo videogioco, il tuo disegno, il tuo progetto.

E’ un’idea che inseguo da un po’ di tempo e di cui ho già scritto. Mi autocito, ma solo per rendere la vita più facile a chi legge “In un mondo globale e tecnologico, chi sa scrivere un’app, oltre che ad usarla, ha una marcia in più. Conoscere l’abc della programmazione potrebbe essere cruciale per l’educazione del 21° secolo: in un mondo che è sempre più basato sulla tecnologia, i linguaggi di programmazione sono ormai considerati alla stregua delle lingue straniere“.

educazioneglobale scratchMa come si fa ad insegnare la programmazione ai bambini? Non serve essere un ingegnere informatico per capirci qualcosa? In realtà oggi ci sono parecchi programmi per arrivarci, alcuni rivolti ai bambini. Uno di questi è SCRATCH di cui ho scritto qui.

Quando propongo il Coderdojo alle figlie sono molto cauta e so già che, per il principio per cui due sorelle preadolescenti cercano di distinguersi l’una dall’altra facendo scelte – almeno temporaneamente – opposte, una mi dirà di si e l’altra mi dirà di no. Il problema è che non so quale sarà l’una e quale l’altra. “Volete venire a fare una cosa nuova, in pratica andare in un posto con il computer dove vi spiegano come si fa un videogioco?“. Più o meno gliela propongo così. Potrei essere più circostanziata, analitica, didattica, didascalica. Mi viene abbastanza naturale. Ma ormai ho capito che con queste due native digitali devo andare dritta al punto. Una dice “perché no?”, l’altra, quindi, dice “no”. Nessuna delle due è convinta della sua risposta, credo, ma per ora me la faccio andare giù così.

Così ce ne andiamo questo Sabato mattina per il centro di Roma, verso via del Tritone, nella sede molto high tech di Working Capital, un acceleratore di imprese che punta su nuove start-up tecnologiche e fa parte della Telecom Italia.

educazioneglobale codeIn fila negli uffici modernissimi del primo piano c’è un gruppo vario di genitori, ragazzini e bambini di ogni età, più una serie di ragazzi ed adulti dai 20 ai 50 anni, che girano prendendo nomi, collegando portatili e ripetendo le password di una delle sette od otto reti wii fii di questo posto.

Di fatto un coderdojo è un po’ come un rave party, anche se l’atmosfera è molto famigliare, nessuno balla o si sballa e la finalità non è commerciale. Perché il coderdojo non ha una sede, è ospitato un po’ qui e un po’ lì, addirittura è un movimento e non un’associazione: ha solo un sito web e degli account sui social network da cui puoi sapere quando è la prossima palestra e dove, a chi è rivolta e dove ti puoi prenotare. Le palestre sono a numero chiuso ma gratuiteil sistema è interamente gestito da volontari: adulti e ragazzi entusiasti e pieni di voglia di fare, anche di sacrificare qualche sabato mattina.

educazioneglobale CoderDojoIl Coderdojo non si svolge solo a Roma, ma in tante altre città di Italia e del mondo, per vedere dove basta cliccare qua.  

Il Coderdojo ha il suo lessico: i ninja sono i ragazzini che fanno coding, i mentor sono i ragazzi e gli adulti che si offrono di aiutare. Aiutare con che? Con qualsiasi cosa. A collegare il computer o a prendere i nomi, a spostare le sedie o a programmare in scratch. Qualcuno è un informatico, ma tanti sono solo genitori e, nella loro vita vera, fanno qualsiasi altra cosa, dal dentista all’insegnante, dallo studente universitario all’impiegato.  Noi genitori siamo presenti all’inizio per verificare che ogni bambino o ragazzo abbia aperto o scaricato SCRATCH, poi siamo scortati nella stanza accanto, dove ci danno spiegazioni e poi c’è chi chiacchiera, chi legge il giornale, chi approfitta del wii fii per lavorare.

Le spiegazioni ce la dà Agnese, con cui ero stata in contatto via web. Agnese nella sua vita normale, insegna matematica e penso a quanto sono fortunati i suoi allievi che hanno potuto imparare cosa è il piano cartesiano usando Scratch. Molto fortunati, considerando che Agnese è una che fa i miracoli: a scuola sua c’è solo un computer e neanche il wii fii. Quando le chiedo come ha fatto mi risponde con grande understatement: sono i miei alunni che sono bravi. Agnese ci fa vedere cosa sa fare un utente esperto con SCRATCH. Lancia un progetto di Scratch che è un caleidoscopio, con colori e forme che cambiano infinitamente, parla di frattali. Mi prendo una nota mentale “capire cosa diavolo sono i frattali”. Mi sa che si vede che ho fatto il Classico…

Qualcuno parla delle sequenze logiche di programmazione, usando termini come condizione o iterazione. Qualcuno dei genitori rientra nella sala per vedere i figli. Mia figlia oggi è tra i più grandi ed è una che se la sa cavare da sola, guardo solo un paio di volte di passaggio perché sono curiosa di capire che tipo di atmosfera che c’è nella sala, anzi nelle sale.

educazioneglobale scratch codeI ragazzi e i bambini sono stati ora divisi in gruppi: quelli che stanno al terzo Coderdojo e quelli che stanno al primo. Al primo c’è mia figlia di dodici anni, in mezzo ad un gruppo variegato dai 5-6 anni ai 10-12. L’età non conta, conta solo quanto sai e cosa sai fare. Qualche cinquenne si stanca e si alza, poi ritorna, tutto con la massima naturalezza. Alcune insospettabili ragazzine (si, ci sono tante femmine!) sui sette anni, con le calze colorate e un fiocco tra i capelli spostano i “blocchi” di istruzioni di SCRATCH con navigata professionalità. Ogni tanto sbagliano, si bloccano e ridono, arriva un mentor che le aiuta, certe volte anche il mentor non sa una risposta (a volte risponde “bo?”) e va chiedere ad un altro mentor.

Una ragazzina gira il suo laptop verso un’altra, e chiede se all’altra piace lo sfondo che lei ha scelto per il suo gioco. Piace pure all’altra, che così lo copia per il suo videogioco. Qui tutto è rovesciato. Come a scuola i ragazzini stanno seduti, per quasi tre ore, con una pausa merenda in mezzo. Ma non lo fanno per forza. L’atmosfera, per quello che posso vedere nei rari istanti in cui sbricio da fuori, è diversa. C’è un “docente” che spiega e i mentor (mediatori) che girano per le sale e appena ti perdi ne hai uno dietro le spalle che ti aiuta a ritrovare la strada, sempre per tentativi ed errori.

educazioneglobale codingNessuno è però costretto a fare, ogni ragazzino pensa di stare lì per giocare. Al coderdojo ti puoi alzare e puoi tornare dai genitori nella stanza a accanto. Puoi chiacchierare con il vicino e fargli vedere quello che hai fatto. Puoi copiare, anzi devi!

Perché al coderdojo copiare non è non avere fantasia: qui uno copia quello che gli  piace e poi lo cambia, e così crea qualcosa di nuovo.  Alzarsi è consentito. Persino prendere il progetto dell’altro dal sito di SCRATCH non è rubare. Perché dopo qualche minuto quel progetto è già un altro progetto.

Quando usciamo chiedo a mia figlia come le è sembrato. “Molto divertente – dice – i mentor erano molto simpatici, quando sono usciti i genitori finalmente si è cominciato a lavorare bene e considerando quanti eravamo nella stanza era incredibile il silenzio che c’era. Molto più che a scuola!”. Quando torniamo a casa fa vedere alla sorella il videogioco che ha inventato e la sorella ci gioca.  Si chiama educazione peer-to peer, da pari a pari. Tutto sommato la prossima volta ci vuole venire anche lei. La sera, ad un certo punto, mia figlia scompare. La ritrovo al computer grande, davanti a SCRATCH, che ha messo su un nuovo videogioco. Un sommozzatore con il retino deve acchiappare dei pesci. Dopo un tot di pesci pescati, il giocatore passa al livello successivo.

“Non sai quanto ci ho messo a scrivere il codice per questo!”. Creare, con un computer. Mi sembra già una cosa bellissima.

 

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