Cosa non funziona nell’educazione delle bambine?

educazioneglobale fioriSono mamma di femmine e di maschi ma, già prima di diventare genitore, ho sempre riflettuto sui rapporti di genere. Sempre di più mi balza agli occhi che qualcosa non va nell’educazione sia delle bambine che dei bambini.

Delle bambine, perché il capitale di conoscenze e abilità che acquisiscono durante l’infanzia sembra frantumarsi durante l’adolescenza e scomparire nella maturità. Dei bambini, perché, anche se il mondo degli adulti è ancora un mondo del potere maschile, è sempre più difficile per il maschio moderno far convivere i due volti dell’uomo sensibile (e compagno “evoluto” per una donna) e del massimizzatore competitivo richiesto dalla società.

E’ un dato di fatto che, tra i bambini, in media le femmine parlano prima dei maschi. A scuola sono spesso più ordinate e imparano a scrivere prima. Alle medie e al liceo leggono di più dei coetanei maschi, si diplomano di più e meglio. Le rilevazioni dell’OCSE (PISA) mostrano che le ragazze superano i ragazzi in capacità di lettura in ogni paese partecipante. I Test PISA rilevano che a 15 anni le ragazze italiane raggiungono punteggi di gran lunga superiori ai maschi in «abilità di lettura» ma anche in «abilità scientifica». Solo in matematica le ragazze fanno un po’ meno bene dei maschi. Non è da escludere che questo sia un effetto indotto da una cultura che assegna a ragazzi e ragazze ruoli diversi.

Ad «impegnarsi nello studio con ottimi risultati» sono il 38,3 per cento delle ragazze contro il 24,9 dei ragazzi, dice l’Istat (dati 2011). Di più: il 25,2 per cento delle ragazze ottiene distinto e il 20 per cento ottimo, contro il 14,3 e il 14, 7 dei maschi. All’università eccellono: si laureano in maggior numero rispetto ai maschi, con voti più alti e in meno tempo. Da vent’anni ormai in Europa la maggioranza dei laureati sono donne.

Per tutta la vita, le donne leggono più degli uomini. Infatti, a guardare le statistiche Istat sulla lettura, più che di lettore medio, bisognerebbe parlare di lettrice. Perché in Italia sono le donne le vere appassionate di libri (Istat, La produzione e la lettura di libri in Italia, 2012).

Però la partecipazione alla forza lavoro delle donne in Italia è tra le più basse dei Paesi Ocse e la più bassa in Europa (come ha rimarcato Christine Lagarde, direttore del Fondo Monetario Internazionale, proprprio pochi giorni fa).

Nel 2011, solo 52 donne italiane su 100, fra i 15 e i 64 anni, lavoravano o cercavano attivamente un lavoro. In Spagna erano 69, in Francia 66, in Germania 72, in Svezia 77. Solo in Messico e Turchia erano meno che in Italia.

Il motivo di queste differenze straordinarie è che in Italia la divisione dei compiti tra lavoro domestico e lavoro retribuito sul mercato è tremenda: la donna, anche quando lavora fuori casa, si sobbarca gran parte del lavoro dentro casa (come ha dimostrato l’economista Andrea Ichino nel libro l’Italia fatta in casa); in Italia, più di ogni altro Paese europeo, il carico della famiglia è troppo sbilanciato sulla donna.

Non solo. Quando le donne arrivano sul mercato del lavoro e, in particolare, quando arrivano a dover occupare posizioni qualificate o dirigenziali ogni tendenza virtuosa si arresta. Inoltre, quando lavorano, spesso guadagnano meno dei maschi, tanto è vero che il global gender gap tra gli stipendi, mette l´Italia al 74° posto.

Mi si dirà “ma é ovvio le donne hanno i figli”. Qui due considerazioni: i figli li hanno anche gli uomini, e non si vede perchè non debbano occuparsene. Inoltre, in realtà, le donne italiane hanno anche un basso tasso di fertilità: insomma le donne italiane non hanno né lavoro, né figli!  E poi al cosiddetto “soffitto di cristallo” vanno a sbattere anche quelle che non ne hanno.

L’Italia, quindi, non sta utilizzando al meglio una parte importante del suo capitale umano, le donne. È una perdita colossale, sia sul piano personale, per ciascuna donna, ma anche, per la nostra economia.

Bisogna cambiare il sistema ma devono cambiare anche le donne. A bloccare le carriere femminili è la cultura, l’organizzazione del lavoro e, in parte, anche l’educazione ricevuta. Come genitori di femmine non possiamo cambiare tutti questi fattori, ma possiamo intervenire sull’ultimo dei tre.

Infatti, l’educazione famigliare, in maniera conscia o inconsapevole, continua a preparare le donne a sentirsi adeguate per compiti che riguardano l’accudimento, la relazione e, cosa assai più perniciosa, l’estetica.

Cosa possono fare i genitori per le proprie figlie? Moltissimo, io penso, anche se non è semplice tradurre delle indicazioni generali in comportamenti specifici. So però per certo che, se desideriamo cambiare la nostra società, dobbiamo anzitutto cambiare noi stessi. Come madri, abbiamo una responsabilità enorme nei confronti delle nostre figlie femmine, ma riusciremo a realizzare poco se non avremmo prima riflettuto sul nostro stesso ruolo.

Noi mamme dovremmo interrogarci sulle pressioni ricevute fin dall’infanzia in famiglia, a scuola e con gli amici, in modo da riconoscere cosa fa nascere in noi la sensazione di non meritare ciò che abbiamo raggiunto.

A mio parere (ma aspetto il parere di chi mi legge!), gli aspetti su cui intervenire sono due:   1. tentare di liberarsi dalla tirannia dell’estetica e 2. insegnare alle figlie femmine ad essere assertive e ad avere autostima.

Quanto al primo aspetto, bisogna ricordare che la nostra società ovunque contiene stimoli che propongono come vincente una estetizzante (ma subordinata) della donna, anche alle ragazzine. Recentemente sono stata ad una delle sessioni del Convegno “Donna é…” una due giorni di conferenze all’Auditoreium – Parco della Musica di Roma, organizzata dalla Presidente della RAI, Annamaria Tarantola, nell’ambito delle celebrazioni del 90° Anniversario della Radio e del 60° della Televisione, un Convegno dedicato alle donne e al loro percorso di crescita e di consapevolezza. Degli interventi ascoltati mi ha colpito quello di Lorella Zanardo, Scrittrice e blogger, coautrice del documentario Il Corpo delle Donne, che affronta il tema dell’uso del corpo della donna in tv. La Zanardo ha descritto il laboratorio che svolge presso le scuole, dove organizza incontri di educazione alle immagini, analizzando pubblicità e trasmissioni sessiste come “strumento di cittadinanza attiva” per sviluppare negli studenti (femmine e maschi) una visione capace di consapevolezza critica

La Zanardo ha sottolineato come, in Italia, a differenza di alti paesi con Pil equiparabile, una serie di dati culturali indicano che l’immagine della donna proiettata dalla televisione è fondamentale. Nel nostro Paese, infatti, una serie di fattori concomitanti fanno sì che la televisione abbia un impatto fortissimo sulla cultura. Il marcato abbandono scolastico, la scarsa lettura di quotidiani (solo il 45% della popolazione li legge) e la massiccia visione della televisione (guarda la TV il 98,3% della popolazione) fanno comprendere che è lì che bisogna intervenire.

Il predominio dell’estetica e diventato la nuova arma per tenere le donne sempre un passo indietro: non solo devi studiare, lavorare, essere anche una buona moglie, una brava cuoca, una brava madre ma tutto mantenendoti magra, vestita alla moda, con i tacchi a spillo, la messa in piega fatta e, ovviamente, sexy.

Signore, è una trappola. Ecco perché le bambine di 4 anni hanno già il costume con il pezzo di sopra e a 7 anni si lamentando che quando si siedono “si vedono le gambe grasse”.

Anche l’abbigliamento rivolto alle bambine ė spesso adultizzante, mira a creare tante piccole lolite attente all’aspetto fisico, ossessionate da magrezza e bellezza, patite della moda, tutto per incentivare consumi voluttuari e creare future fashion victim. Per quanto possibile quindi, andrebbero evitati regali di cosmetici, gioielli o abiti inadatti alle bambine (non in nome della moralità ma in nome della naturalezza!). Noi infatti scambiamo per femminilità naturale un qualcosa che è femminilità culturale, appresa. Noi socializziamo le femmine a “fare le femmine”.  Prova ne è che certe transessuali ci sembrano più donne delle vere donne, ma perché? Perché quella che chiamiamo femminilità é una sovrastruttura! È fatta di accessori da acquistare o trattamenti da eseguire e, più ne fai, più femmina sei.

La tirannia della bellezza a cui soggiacciono le donne è soltanto il frutto millenario della dominazione maschile. Uno degli effetti della dominazione maschile è che ciò che interessa la maggior parte degli uomini, per l’appunto il corpo femminile, sia così ricorrente ovunque: sui giornali, in televisione, negli spot pubblicitari, nei film, nei servizi fotografici e via dicendo.

La domanda sulla quale far riflettere le proprie figlie è: cosa faresti se vivessi in un mondo senza specchi? Senza specchi molti dei nostri gesti quotidiani avrebbero una fisionomia diversa. Truccarsi sarebbe difficile quando non inutile. Vestirsi in modo ricercato sarebbe percepito come meno cruciale. Conterebbe più l’energia e la voglia di vivere che uno si sente, più di come uno appare. Il mondo interiore invece di quello esteriore. Non mi pare poco! Ogni tanto dovremo ricordarcelo e ricordarlo alle nostre figlie.

Quanto al secondo aspetto, quello dell’assertività, che cosa dobbiamo insegnare alle nostre figlie, al posto dell’essere belle ad ogni costo? Prima di tutto ad essere assertive (incanalando in cose costruttive la propria aggressività, senza soffocarla). Ad essere competitive (giocando secondo le regole, senza avere paura di vincere e senza demoralizzassi se perdono). A sentire di meritarsi dignità e rispetto dagli altri, e, semmai, a pretenderlo questo rispetto, anche se hanno il sedere basso o le mani grosse.

Alle nostre figlie femmine dobbiamo insegnare l’autostima. E’ l’autostima ci dà le energie necessarie e indispensabili per andare avanti senza dover elemosinare consensi e chiedere conferme da altri. Devono imparare ad impegnarsi per eccellere ed imparare a gestire la sconfitta. Bisogna insegnare alle ragazze che a volte vinci e a volte… impari! Le donne, quasi tutte (ed io per prima), tendono invece spesso a mollare la presa perché si scoraggiano, non sono abbastanza caparbie e si fanno deprimere dagli insuccessi.

Qui la domanda su cui far riflettere è: cosa faresti se non avessi paura? Cosa faresti se non avessi paura di fare, nelle sue mille declinazioni, a seconda dell’età e delle circostanze? Dunque cosa faresti se non avessi paura di essere considerata la secchiona della classe? Se non avessi paura di sbagliare? Se non avessi paura di mostrare che sei competitiva? Se non avessi paura di sembrare aggressiva? Se non avessi paura di rimanere isolata?

Cosa, invece, dovremmo insegnare ai nostri figli maschi? Ma è ovvio, quello che vorremmo che i nostri compagni sapessero fare! Ad esprimere i propri sentimenti senza temere di farlo. Dobbiamo insegnare loro a rispettare le donne nei loro vari ruoli, saperci interagire con naturalezza, che siano mamme, sorelle, maestre, amiche, compagne, colleghe o cape.  Si noti, il rispetto non è la galanteria: la galanteria è una sovrastruttura come le buone maniere, è un’educazione tinta di consapevolezza sessuale, non dico che sia un male, come non lo sono le buone maniere, ma dico che non serve se non c’é il rispetto dell’altra persona.

Per fare questo – ed essere educatori anche quando si tratta di questioni “di genere” – dobbiamo anche partire da come ci poniamo noi stessi. E non è per nulla facile. Se stai leggendo e sei una donna fatti un esame di coscienza. Quanto siamo responsabili noi donne del cattivo comportamento degli uomini nei nostri confronti? In particolare, quanto premiamo, negli uomini che incontriamo, i comportamenti corretti, disincentivando quelli scorretti? E quanto facciamo poco in nostri interessi di donne accettando comportamenti scorretti o, addirittura, lasciando intendere che possiamo, da un momento all’altro, trasformarci in geishe pronte a compiacere?

Se invece sei un uomo, come tratti la tua compagna o moglie ma anche le tue amiche, colleghe? Le tratti come vorresti in futuro fosse trattata tua figlia?

 

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