CISV: un Villaggio internazionale per diventare cittadini globali

educazioneglobale cisvIl CISV (Children International Summer Village), fu fondato, nel 1951, da una donna, un’americana docente di psicologia all’Università di Cincinnati.

Questa donna si chiamava Doris Twitchell Allen. Era nata nel 1901 ed è morta nel 2002: una vita lunga un secolo, cui lei ha dato un senso profondo, trasformando il suo oggetto di studio anche in un’organizzazione stabile, che va avanti grazie al coinvolgimento volontario ed entusiasta di migliaia di “CISVERS”.

Allen si era originariamente laureata in Chimica e Biologia all’Università del Maine ma, successivamente, prese un PhD in Psicologia all’Università del Michigan. Cominciò la sua attività clinica, concentrandosi, in particolare, sullo psicodramma. Tanto per dare un’idea, stiamo parlando degli anni ’20 del’900, un periodo in cui ancora non era così comune per una donna essere così qualificata (in fondo le prime donne si laurearono negli Stati Uniti intorno al 1850; la nostra Maria Montessori nel 1896).

L’idea di fondare il CISV le venne un giorno, verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando suo figlio si chiese a voce alta se un giorno, anche lui, sarebbe dovuto andare in guerra.

Io mi metto nei suoi panni e immagino il brivido di terrore che, come madre, avrà sentito in quel momento.

Nessuna guerra e nessuna sofferenza è lontana se pensiamo, anche solo per un momento, alle atrocità che devono subire i bambini dei paesi in conflitto. Ognuno di loro, in ogni momento, potrebbe essere figlio nostro.

Da vera americana, tutta intrisa di quella cultura così empowering, Doris Allen non si limitò a sognare un mondo di pace, ma cercò di dare il suo contributo per costruirlo, intuendo che non c’è pace se la comprensione dell’altro non si sviluppa da bambini. Si mise così a fare fundraising, anche aiutata dal marito, per fondare un’organizzazione che avrebbe dovuto favorire la conoscenza interculturale e la comprensione come pietra angolare per la creazione di pace in un mondo che aveva visto troppo guerra.

Il suo obiettivo, un po’ come quello dei padri fondatori dell’Unione europea (il cui vero intento viene oggi – troppo spesso – dimenticato) era quello, sulle ceneri del secondo conflitto mondiale (ma non dimentichiamo che la docente di psicologia aveva vissuto anche la prima guerra mondiale!) di promuovere una generazione post-bellica, portatrice di pace.

educazioneglobale roses 9Così, nel 1951, Doris Twitchell Allen riuscì a realizzare il suo grande esperimento sociale in nome della pace e del dialogo tra culture, riunendo ragazzini provenienti da tutto il pianeta, appena usciti dall’infanzia e non ancora nella piena adolescenza, con una missione chiara e solida.

Era nato il primo “Villaggio Internazionale per Bambini”, sullo schema, tipicamente nordamericano, del “summer camp”. Gli elementi fondanti erano il contatto con la natura e le attività che oggi chiamiamo di “team building”, volte a creare il gruppo e sviluppare legami di fiducia in cui le diversità (di cultura, razza, religione, genere, personalità…ed anche di lingua) venissero vissute nel nome dell’accoglienza e non con il timore dell’alterità.

educazioneglobale CISV findDa allora il CISV si è espanso in circa 80 paesi. In Italia, il CISV ha sedi a Bologna, Cortina, Ferrara, Forlì, Firenze, Genova, Gorizia, Milano, Modena, Padova, Reggio nell’Emilia, Roma e Trento (sperando di non averne dimenticata nessuna!).

Il Villaggio, quindi, si chiama Villaggio perché non è un summer camp come gli altri (come altri summer camp di cui ho scritto in questo blog, sia negli Stati Uniti, che, in misura minore, in Inghilterra). Il Villaggio CISV è una società piccola, ma globale, in cui ogni piccolo cisver (o cisvino, come si dice, meno carinamente, in italiano) è un giovane cittadino.

Ogni Villaggio accoglie delegazioni 10-12 paesi. Ogni delegazione è formata da due ragazzi e due ragazze di 11 anni, accompagnati da un leader adulto. Il campo è coordinato da personale adulto e supportato da Junior councelors (di 16-17 anni). A metà Villaggio, ogni ragazzino è ospitato da una famiglia CISV.

Durante il Villaggio ad ogni delegazione, a turno, può capitare di organizzare una national night, in cui i giovani delegati presentano agli altri la propria cultura, cucinando per gli altri, cantando canzoni del proprio paese, indossando abiti tradizionali o distribuendo cartoline, bandierine, piccoli gadgets e simboli della propria provenienza.

Ognuno, a turno serve gli altri ed è servito a tavola. Tutti insieme si svolgono giochi di ruolo, in cui a ciascuno, per sorteggio, può capitare un’identità che deve spendere al meglio. Quando si lavora sugli handicap, può capitare di dover passare un’intera giornata bendati, simulando di essere ciechi e chiedendo l’aiuto degli altri in tutto, dal riempirsi il piatto per mangiare, all’andare al bagno accompagnati dall’amica del cuore. Questo role playing nasce dal lavoro svolto da Doris Allen sull’utilizzo dello psicodramma nell’educazione dei bambini.

E in quale lingua si comunica? L’inglese è la lingua ufficiale del CISV, ma l’enfasi non è sull’apprendimento linguistico. L’importante è fare amicizia e conoscere gli altri, e, attraverso loro, le diverse culture. Per questo non importa se bambini e ragazzi parlano l’inglese bene, o se trovano altre lingue simili o comuni in cui parlare, oppure, ancora, se riescono anche a convivere e capirsi senza condividere veramente una lingua.

Deve essere chiaro, dunque, che, come è scritto nella metodologia che viene distribuita ai genitori dei delegati, che non si va al CISV per imparare l’inglese. Se questo è l’unico obiettivo allora meglio altri mezzi: le ragazze alla pari, la frequentazione di summer camp in nordamerica, in Australia o in Inghilterra, la scelta di scuole internazionali o di scuole bilingui, oppure la scelta più drastica, ma più naturale, del bilinguismo in famiglia.

Malgrado ciò, molti genitori i cui figli hanno un inglese appena scolastico riportano un miglioramento nell’apprendimento della lingua. Non si tratta tanto di aver imparato più vocaboli o più grammatica, quanto dall’aver avuto la necessità di utilizzare la lingua per comunicare, sia pur in modo rudimentale.

educazioneglobale CISV 3Tra i 12 e i 14 anni i ragazzi possono invece partecipare ad un Interchange. In questo programma, come ho già spiegato, vengono coinvolte anche le famiglie, ospitando un ragazzino straniero, che poi ricambierà l’accoglienza. Dai tredici ai quindici anni arrivano poi i campi Step-Up, che si propongono di far affrontare ai ragazzi il tema della multiculturalità in modo già più approfondito e maturo, iniziando a collaborare all’organizzazione delle attività stesse. Ci sono poi gli Youth Meeting, campi di durata più breve, disponibili per le varie fasce di età, in cui viene affrontato, di volta in volta, un argomento specifico.

Ed ora, per chi ha letto anche il post precedente, volete sapere come finì l’anno scorso con mia figlia?

Un giorno ci arriva una mail. Con questa mail la mamma simpatica, che ho menzionato in precedenza, ci dice: che c’è un posto per partire con la delegazione di Firenze, insieme ad altri due ragazzini fiorentini (una femmina e un maschio) e uno di Milano.

La destinazione?

Bogotá.

Confesso, non ricordavo neanche dove fosse. La capitale della Colombia era un punto molto lontano nella mappa del mondo della De Agostini che campeggia, sfidante e per me piena di seduzioni, nella nostra “stanza dei giochi”.

Mandare una ragazzina di soli 11 anni per un mese a fare un Villaggio in Colombia, in mezzo a 59 ragazzini di pari età, di dodici nazionalità diverse (dalla Francia all’Indonesia) fa comprendere subito una cosa: il CISV non è per i deboli di cuore, per le mamme chiocce, per i genitori super apprensivi.

Durante i Villaggi i contatti con i propri figli sono ridotti al minimo. I ragazzini sono affidati al leader. E’ il (o la) leader della propria nazionalità che i genitori sentono per sapere se i ragazzi sono arrivati, se ci sono particolari problemi o cosa sta succedendo.

Oggi, con mezzi come email, facebook o il sito del CISV (che ha delle zone ad accesso limitato), i genitori – anche se non possono telefonare o ricevere telefonate – possono vedere quasi quotidianamente le foto dei propri figli, distinguendoli nella miriade di ragazzini impegnati in vari giochi e attività. Immagino che negli anni ’50, mandare un figlio in un Villaggio dall’altra parte del mondo fosse cosa assai più temeraria.

Il CISV è fatto di persone che prestano la propria opera a scopo di volontariato e le persone riflettono la cultura in cui vivono. A studiarsi i documenti del CISV, che si possono scaricare in inglese dal sito, ci si trova tutta l’incredibile precisione e professionalità degli americani, che sono grandi creatori di prodotti standardizzati. La mission (gli obiettivi), i mezzi, gli obblighi cui soggiacciono le persone e le famiglie partecipanti, tutto è esposto con grande precisione e dettaglio.

Le riunioni generali del CISV romano (e un po’ anche di quello fiorentino) sono invece caratterizzate dal tipico caos italiano che informa tutte le attività di volontariato. La riunione di settembre è una allegra caciara dove si rinnovano le cariche elettive, dove si iscrivono un genitore e i figli partecipanti ai programmi, dove c’è un banchetto per acquistare oggetti CISV (magliette, felpe, penne e via dicendo).

La verità è che non si comprende il CISV finché non si entra a far parte di un programma.

educazioneglobale CISV diversityInfine, il presupposto del CISV è lo stesso che anima certi college inglesi o americani o certe societies di ex allievi di prestigiose università: ovunque tu viva la porta di casa tua deve essere aperta per ospitare, anche con accorgimenti di fortuna, un cisver che si trova a passare per la tua città.

Di più, se la sede della tua città ospita un Villaggio, il presupposto è che tu, famiglia, aiuterai con quel Villaggio. Come? Ad esempio andando a pulire la scuola che ospiterà il Villaggio, andando a prendere i delegati all’aereoporto o ospitando per un weekend due ragazzini di un Villaggio che si svolge nella tua città, tutte cose accadute alla nostra famiglia.

Ebbene, com’è andata l’esperienza del Villaggio? Mia figlia sta diventando grande e, giustamente, preferisce che non siano i genitori a narrare la sua vita ma lei stessa a potersela vivere. Io qui dirò solo due cose molto generali. Primo, che al ritorno aveva un intero braccio occupato da braccialetti di ogni genere, colore e specie, ognuno rappresentante un paese. Secondo, che il suo armadio si è arricchito di un vestiario mai visto prima perché è d’uso al Cisv regalare i propri vestiti, prendendo in cambio quelli degli altri. Infatti ci si raccomanda sempre che tutto sia improntato alla semplicità e alla comodità: niente di firmato, niente di costoso, tutto scambiabile.

Ma la testimonianza migliore resta quella di voler proseguire il percorso iniziato. Così, quest’anno, eccoci con l’Interchange. L’anno prossimo anche l’altra figlia avrà 11 anni e potrà fare il suo primo Villaggio. Stiamo a vedere.

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