Digitale ed open source: il mondo (produttivo) in cui vivranno i nostri figli

educazioneglobale Maker Faire RomeIl futuro m’interessa (se non altro perché lo vivranno i miei figli) e la tecnologia pure (anche se mi limito ad esserne utilizzatrice); è per questo che qualche giorno fa mi sono presa un giorno di ferie e sono andata ad una conferenza che è stato un assaggio di quella che molti ormai chiamano la terza rivoluzione industriale. Il titolo era Let’s Make! (A Better World) e, in realtà, era la conferenza d’apertura della seconda Maker Faire di Roma, nella Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica.

La Maker Faire di Roma è la più grande al mondo dopo quella di San Matteo, nella Silicon Valley, ed è alla sua seconda edizione. Ma che vuol dire Maker Faire, insomma chi sono i makers? Sono inventori (o artigiani) che però usano le comunità online (ad esempio per fare crowdfunding e finanziarie la propria startup, che lancerà un nuovo prodotto innovativo), usano software e hardware open source (dunque gratuito e disponibile a tutti) e cercano di inventare qualcosa da produrre autonomamente, per vivere delle proprie invenzioni. A farla breve, sono inventori 2.0 e questa era la loro fiera.

A condurre la conferenza c’era il giornalista Riccardo Luna, ex direttore della rivista Wired, grande divulgatore di tecnologia, co-curatore dell’evento e sul palco si sono alternati vari personaggi, alcuni a me ignoti altri molto noti nel mondo del web, di certo troppi perché li possa menzionare tutti.

educazioneglobale maker faireAd esempio ha parlato il blogger, scrittore e attivista Cory Doctorow, autore del romanzo Makers, ed ex funzionario della World Intellectual Property Organization. Doctorow è uno dei fautori dell’open source e il suo motto è che le informazioni devono essere condivise, altrimenti sei un alchimista e non uno scienziato. In altre parole finché non c’è condivisione di idee non c’e’ peer review e non c’e’ correzione delle idee sbagliate (così gli alchimisti hanno ingoiato mercurio per secoli senza capire che era dannoso, dice Doctorow). Ma non possiamo fare open source senza una regolazione che la favorisca.

Poi ho visto il mondo della stampa 3 D, ossia delle “stampanti” (programmate al computer) che possono stampare oggetti tridimensionali, consentendo di fabbricare autonomamente (anche da una singola persona) oggetti per i quali sino a ieri c’era necessità di una intera fabbrica. E’ il primo passo verso una democratizzazione della produzione.

E così sono state mostrate le applicazioni della stampa 3 D sul cibo, da quelle più interessanti (come quelle narrate dal ricercatore indo-texano Anjan Contractor che fa ricerca su come le stampanti 3 D possano essere usate per fabbricare il cibo per nutrire gli astronauti durante le missioni nello spazio) a quelle che io ho trovato un po’ balzane (come Vaiva Kalnikaite che ha mostrato come si possa “stampare” della frutta partendo dal succo di frutta, o Lynette Kucsma di Natural Machine che fa vedere una stampante 3 D grande come un microonde con cui, per esempio, “stamparsi in casa” i propri crackers o altri cibi che normalmente sono prodotti industrialmente).

E poi ho visto le applicazioni più commoventi, perché la stampa 3D non serve solo a rivoluzionare la produzione industriale e tecnologica, ma le sue applicazioni servono anche nella medicina.

Il chirurgo Erle Austin che ha dimostrato come i “maker” stiano operando nel segmento della chirurgia presentando il prototipo di un cuore stampato in 3D, un modo per dare la possibilità ai chirurghi di pianificare le operazioni.

Michael McAlpine un Ingegnere do Princeton che ha parlato della possibilità di unire parti tecnologiche già usate in campo medico (come i pace maker o i dispositivi per non udenti) con cellule umane (e siamo alla bioingegneria…e così ecco il primo orecchio bionico stampato con stampante 3D). E ancora Glenn Green, il chirurgo toracico che ha impiantato una trachea personalizzata, ovviamente stampata in 3D, ad un bimbo di sole sei settimane di vita che non riusciva a respirare autonomamente (una speranza per i genitori di neonati prematuri) e Mario Way la rivoluzionaria sedia a rotelle ergonomica e regolabile in altezza (avete mai visto qualcuno in sedia a rotelle danzare? Io si!).

Tra i presenti anche l’astronauta Samantha Cristoforetti, in procinto di partire per una lunga missione spaziale portando con sé molti strumenti da maker ha parlato di quanto siano importanti le missioni spaziali anche per far avanzare la ricerca nella fisica. Ci ha mostrato, ad esempio, cose che di fisica che io ignoravo, ad esempio cosa succede a liquidi ma anche al fuoco in assenza di gravità: una fiamma nello spazio ha un aspetto diverso da quello che conosciamo, non è verticale e rossa ma tonda e blu.

Sul palco sale poi il vero guru dell’open source, Massimo Banzi, co-fondatore del progetto Arduino. Arduino è una piattaforma hardware low-cost programmabile, con cui è possibile creare circuiti per molte applicazioni, soprattutto in ambito di robotica ed automazione. Banzi parla del suo ultimo progetto di connected devices, che poi è l’internet delle cose e annuncia il progetto di una casa connessa a Torino, Arduino Connected Apartment, una casa piena di oggetti connessi a Internet, realizzata assieme a Bruce Sterling, e messa in affitto su AirBnb in modo che tutti possano vivere davvero la tecnologia e che i prodotti vengano testati e modificati in base agli input degli utenti.

educazioneglobale maker faire 2014I giorni successivi c’è stata la vera e propri parte fieristica.

C’erano sia i laboratori per bambini e ragazzi, per entrare in contatto con il mondo della programmazione (Coderdojo), dell’elettronica, della robotica e della creatività digitale e realizzare concretamente videogiochi o robot, sia la Fiera vera e propria, con stand e dimostrazioni e più di 600 invenzioni.

Così, tempo due giorni e sono di nuovo alla Maker Faire. Io ci vado per dare un’occhiata in giro e salutare l’amica di PRIMO, un gioco educativo che ancora non conoscete perché non è ancora sul mercato (ma presto lo sarà!) per insegnare la logica della programmazione informatica anche ai bambini piccoli. PRIMO mi piace perché unisce, con un bellissimo design, la tecnologia di Arduino (in un robottino fatto a forma di cubo) e il mondo un po’ montessoriano della manualità (perché il robottino si muove solo se lo “programmi” o, meglio, lo guidi da una sorta di plancia di comando che somiglia ad uno di quei giochi in legno che spesso vengono dalla Germania).

Unica nota, l’organizzazione della Fiera non è delle migliori. In una domenica assolatissima gli stand sono gremiti di persone di tutte le età e curiosi di ogni tipo ma si cammina inciampando nei cavi e cercando di capire cosa si può fare con quanto messo in mostra. Una figlia sbuffa, molte “invenzioni” non si capiscono a vederle e bisognerebbe farsele spiegare, ma c’è troppa gente. Con il passeggino siamo costretti a fare uno slalom continuo nella folla (eppure siamo venuti in apertura, rigorosamente con biglietto acquistato online; chi è senza biglietto si sta facendo un’oretta di fila sotto il sole).

Pazienza anche se, ad un certo punto, mi ritrovo in un padiglione di cibo, ma questa volta non stampato in 3D. Infatti non c’entra niente: anche gli imprenditori agricoli si considerano “makers”, stiamo in Italia e non possiamo fare a meno della parte culinaria, tant’è che questi stand sono assiepati di persone che si fanno spiegare tecniche di produzione alimentare ma che poi, stringi–stringi, vogliono assaggiare la tartina o il biscottino. Ma, a parte la facile critica di costume, tutto questo mondo è il mondo produttivo che si ritroveranno a vivere i nostri figli una volta adulti e che è già realtà in molti luoghi.

educazioneglobale Maker Faire Rome 2014Questa della tecnologia open source e delle stampanti 3 D è la perfetta dimostrazione della teoria dell’economista Schumpeter dei cicli innovativi: quando una nuova innovazione tecnologica si diffonde si creano nuovi oggetti e processi che possono innescare una fase di sviluppo economico, ma chi non si adegua o arriva troppo tardi è fuori dal mercato.

In questo senso, i makers digitali sono creatori e distruttori al tempo stesso, perché è ovvio che se un privato può prendere una tecnologia software open source, per programmare e usare una tecnologia hardware open source anch’essa (come Arduino) e comprarsi una stampante 3 D per produrre oggetti “industriali”, allora l’innovazione potrà arrivare, in teoria, da chiunque sia in grado di programmare.

Come afferma Banzi, innovazione e digitale non sono solo concetti astratti o per pochi eletti, bensì strumenti alla portata di chiunque. Ma questo chiunque dovrà avere non solo idee ma le conoscenze per mettere insieme le tecnologie e creare qualcosa di nuovo. E’ proprio per dotare le persone delle conoscenze che, negli Stati Uniti, si parla tanto di potenziare nella scuola e nell’università le discipline “STEM”: scienze, tecnologia, ingegneria, matematica…un acronimo che dovremmo tenere a mente. Ed è per questo che si comincia a parlare di coding anche nella scuola italiana

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