A me giocare con i bambini piace…e a te?

educazioneglobale trainNegli ultimi anni, periodicamente, i pediatri danno l’allarme: i bambini non sanno più giocare. Quanto sia vero non lo so, ma certo noto che tanti adulti non sanno giocare con i loro figli ed è un peccato, non solo per i figli, ma per i genitori; forse, semplicemente, non sanno cosa si perdono.

Quasi ogni giorno, in quella porzione del pomeriggio che digrada verso la sera, dedico le mie ultime energie al gioco Il beneficiario principale di tali momenti è il terzogenito, 3 anni tra poche settimane, ma lo sono stati, a turno, tutti i miei figli.

Forse, però, a ben guardare, il beneficiario ultimo dei vertiginosi pomeriggi di gioco sono io, l’adulto, che ho la possibilità di guardare lo svolgersi dell’intelligenza umana nella sua massima esplicazione di libertà: quella della prima infanzia.

Nei lenti pomeriggi invernali, il teatro di queste sessioni ludiche è la stanza dei giochi, che poi, al momento, è la stanza del piccolo. Secondo un rituale che si perpetua costante, come tutti i rituali della prima infanzia, mio figlio mi prende la mano e mi dice “let’s go to the playroom”.

Le mamme, io credo, si dividono in tre categorie: quelle che non si occupano per nulla dei figli perché delegano quasi tutto ad altre figure surrogate, quelle che si occupano dei figli organizzando la loro vita in modo da sistemarli di qua e di là e fanno principalmente le tassiste dei figli ed, infine, le madri che giocano (o che favoriscono il gioco).

Ebbene, io sono una mamma che gioca.

Metto subito le mani avanti, però. Ci sono mille modi diversi di essere genitore. La felicità o il futuro successo dei figli sembra essere, in buona parte, indipendente da questo diverso atteggiarsi delle madri.

Dalle madri che non si occupano per nulla dei figli possono venire fuori piccoli sempre alla ricerca cerca disperata di un abbraccio o ragazzi felicemente indipendenti.

Le mamme tassiste, a furia di portare i figli a lezione di qua e di là, specialmente per fare sport, possono generare piccoli campioni di scherma o di nuoto, oppure ragazzini stressati che già da piccoli al ristorante devono giocare con il telefonino degli adulti perché non sanno più stare senza far nulla.

Dalle madri che giocano o che favoriscono il gioco libero escono, alternativamente, individui sani che ricordano un’infanzia felice o piccoli viziatissimi tiranni che non sanno stare soli un momento.

Insomma: la felicità del figlio dipende solo in parte dall’impegno del genitore. Tali e tanti sono gli stimoli e i fattori che incidono sulla persona che non è possibile determinare cosa sia meglio, salvo magari affermare tre banali verità, ossia che i figli hanno bisogno di affetto, che hanno bisogno anche di regole e che, in ogni cosa, la moderazione è meglio dell’eccesso.

Dunque il mio non è tanto un giudizio sui diversi tipi di approccio, quanto la constatazione della loro esistenza.

La tassonomia che ho esposto, ovviamente, può applicarsi in modo quasi identico anche ai papà. Anzi, i papà che giocano sono spesso ancora più bravi delle mamme, ma spesso ci mettono qualche anno ad entrare in scena, preferendo giocare con i figli quando sono più grandicelli.

Ultimamente, i pomeriggi di gioco iniziano con mio figlio che si lancia sul tappeto morbido e, in men che non si dica, si trasforma in cane. A quattro zampe, lingua di fuori, finge di abbaiare e allora, abbandonati gli abiti da ufficio, devo abbaiare anche io, ma solo finché mamma–cane non si ritrasforma in mamma–umano, per il momento del solletico. “I’ll tickle you” gli dico, e mio figlio, come tutti i bambini nella storia del mondo, già ride a crepapelle prima che io l’abbia sfiorato.

Poi è la volta del treno. Giocare con il treno vuol dire, in sostanza, costruire con lui la più tortuosa delle ferrovie, piena di anse e di curve pericolose, di dossi e di discese, come se fosse stata creata dal più bizzarro e sadico degli ingegneri. Allora, inevitabilmente, il trenino i cui vagoni sono tenuti precariamente insieme da piccoli magneti, si capovolge ad ogni curva. Il bambino, dapprima, ride allo spettacolo dell’incidente. Poi, pian piano, subentra la frustrazione di non riuscire neanche a fare un giro di treno senza che questo si cappotti fuori dai binari, rompendosi. Alla frustrazione il bambino risponde arrabbiandosi, allora punta i pugni e digrigna i denti e poi, in un gesto rabbioso e volitivo, con una manata butta giù il treno. Il gioco è finito, poiché gestire la frustrazione è troppo per il suo egoismo infantile.

educazioneglobale carA quel punto si avvicina al tavolo dove fa “brum brum” con le macchinine ed io scompaio dal suo orizzonte come compagna di giochi.

Oppure prende due piattini di plastica, ci posa delicatamente alcune finte ed improbabili verdure cinesi fabbricate in plastica e cucina pietanze meravigliose con cui nutrire un orsacchiotto: un limone e un sedano (dieta monastica) o una melanzana cotta sui fornelli della sua piccola cucina cui aggiunge, come tocco finale da grande chef, un elicottero.

Io intanto traffico con il mio telefono e rispondo ad una email; in realtà lo guardo di sottecchi perché so che tra poco si girerà e menzionerà un altro gioco da fare insieme.

Infatti, eccolo.

“Mommy flacard!”

“Do you want the flashcards?”, lo correggo.

E così giochiamo con le flashcards o con le lettere dell’alfabeto.

Poi, di colpo, mi porta una bambola gravemente ammalata di “tummy ache” e la borsa da medico: lì ci lanciamo in improbabili consulti.

Il gioco del dottore da ultimo va fortissimo. L’elefante ha male ha la proboscide e per questo, convulsamente, starnutisce in faccia al giovane medico. Il cane ha un problema: non riesce a chiudere la bocca perché ha la lingua penzoloni. Cicciobello ha mal d’orecchio e mio figlio lo opera con forchetta e coltello (non ha tutti i torti: nel set medico da bambino manca il bisturi) per cui si può ben dire che, alla fine, come veterinario/chirurgo è un gran macellaio.

I giochi si alternano uno dopo l’altro: il “memo” con i quadratini di legno, giochi di incastro e disegni.

Indossa una parrucca o una maschera di carnevale e si trasforma in orco (the ogre!) e insegue la povera mamma per tutta la casa.

educazioneglobale giocare costruzioni KaplaDa ultimo, spesso, giochiamo con le costruzioni. Per mio figlio, come per molti bambini, son più distruzioni che costruzioni.

Inizio ponendo le basi di un mirabile palazzo fatto di assicelle di legno pericolosamente adagiate di taglio, secondo un complicato schema architettonico. Lui partecipa alla costruzione, imitandomi. Ad un certo punto si ferma e osserva la costruzione che diventa sempre più alta. Ad ogni piano, il guizzo divertito dei suoi occhi si fa più malizioso finché, quando la torre è altissima il suo sguardo è monello come quello di uno Zeus bambino. Fa una pausa, indietreggia, poi con un gran grido schiaffeggia la mirabile costruzione appena terminata.

Quante volte, in quante epoche, in quanti luoghi si ripete una scena del genere, una scena in cui il bambino o la bambina, crea un castello, una torre, una montagna solo per vederli cadere giù? La scena, ne sono certa, si ripete tale e quale in ogni angolo del globo: castelli di sabbia e castelli di carte, torri di LEGO o costruzioni di sassolini: tutti i bambini del mondo hanno ripetuto questo ciclo di costruzione e distruzione come un mandala buddista, per ogni dove.

A volte c’è da fare in casa, al bambino pare un gioco più che a me: svuotiamo la lavastoviglie insieme, mi aiuta ad apparecchiare la tavola per gli ospiti, se lo richiamo a giocare mi dice, tutto serio, “Mommy, I’m BUSY!”. Ha già capito che, se apparecchiamo in sala da pranzo, vuol dire c’è qualche amico a cena,  allora chiede chi viene e si ricorda di mettere due forchette anziché una. Alla fine il tavolo è pronto e pazienza se le posate sono un pò storte.

Alla fine si stanca. Si infila il dito in bocca. Con la mano rimasta libera, sfila uno o due libretti smilzi dallo scaffale e, continuando a succhiarsi il pollice, con la voce impastata, mi ordina “read”. Il tono è imperativo ma lo sguardo è supplichevole.

educazioneglobale libri inglese di Julia DonaldsonAllora si accoccola sul divano e seguiamo le avventure dei nostri libri inglesi e americani preferiti: del Gingerbread man, di Little Red Riding Hood, di Floppy, Biff and Chip.

Oppure declamo le storie in rima di Julia Donaldson (grazie Alessandra, che me le hai fatte conoscere).

Con le altre figlie sono stati libri in italiano, da Bruno Munari al brutto anatroccolo, per poi passare a “’C’era due volte il barone Lamberto“ o ad alcuni brani di “Tre uomini in barca”, intervallati, anche nel caso loro, da alcuni libri inglesi.

Il tempo dedicato alla lettura ad alta voce mi sembra il più utile, anche se gli occhi si stancano e la voce si rompe frequentemnete, dovendo recitare i personaggi più impensati, dall’orco alla volpe, ad un pulcino inglese, tutto scemo, che si chiama Chichen Licken e pensa che il cielo stia cadendo.

Ad ogni lettura mi pare di capire qualcosa di più nella storia che non avevo colto prima. Nei momenti migliori mi fermo di botto e il bambino, di scatto, finisce la frase a memoria.

Tutto questo tempo è tempo speso bene, è tempo che non torna più ed è il tempo migliore, anche se un giorno anche mio figlio lo dimenticherà, preso da se stesso.

Le figlie grandi hanno momenti di rimprovero. “Mamma stai sempre con lui!” Hanno ragione, ma quando le cerco, poi, di rado vogliono condividere qualcosa con me. E’ normale, hanno ormai fatto loro quel rimprovero tipico dell’adolescenza, quando i genitori si vogliono vicini e lontani al tempo stesso, perché ci si senta protetti a sufficienza per sentirsi poi, finalmente, indipendenti.

Questo tempo di gioco le figlie lo hanno in parte dimenticato. Ha dimenticato, la primogenita, le sue vertiginose corse sul cavallo a dondolo e la prepotenza con cui esigeva che tutti gli adulti di casa la guardassero mentre lei lo spingeva a tali velocità da capovolgersi e finire a terra (con solenni capocciate e grandi pianti). Ha dimenticato i pomeriggi a dipingere mentre la secondogenita dormiva o ad imparare pazientemente le lettere dell’alfabeto di legno colorato.

E così ha dimenticato, la secondogenita, quei pomeriggi in cui giocava alla maestra e sgridava violentemente le bambole o in cui, talvolta, mi spingeva fuori dalla stanza dei giochi, affermando, come Greta Garbo, ma con dizione più infantile “Voglio ‘tare da sola!” o in cui si azzuffava con la sorella per una bambola o un passeggino, anche quando avevano la stessa identica bambola con lo stesso identico passeggino.

Loro dimenticano, ma io no, queste memorie non me le sono perse e un giorno, se vorranno, sarò io a restituire, con le parole, il racconto dei giochi della loro infanzia, riconducendole dolcemente a loro stesse.

E tu sei una mamma che gioca? Se hai qualcosa da raccontare lascia un commento. Ti potrebbero inoltre interessare:

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