Expat italiani a Philadelphia (USA): imparare l’inglese senza dimenticare l’italiano

educazioneglobale Expat bilingui PhiladelphiaBilinguismo. Ne scrivo sempre tanto su questo blog, è un tema sempre interessante sia per le coppie miste (che vengono da lingue e culture diverse e cercano di mantenere la propria lingua d’origine e trasmetterla ai figli), sia per quegli italiani che, comunque, desiderano crescere figli che conoscano bene una o più lingue oltre all’italiano.

Questa volta, tuttavia, vorrei presentarvi la prospettiva inversa.  Infatti, se noi italiani ci preoccupiamo di far imparare l’inglese ai nostri figli, gli italiani espatriati all’estero cercano di fare in modo che i figli mantengano o sviluppino la lingua italiana, se non altro per poter parlare con la famiglia di provenienza, con i nonni e con gli zii.  Desiderano, inoltre, che i propri bambini conoscano usi e costumi della cultura da cui provengono i genitori.

Così sono entrata in contatto con Marco Circelli che vive negli Stati Uniti, a Philadelphia (anche se dovrei scrivere “Filadelfia” in italiano!) con la sua famiglia. Marco Circelli è direttore del Italy-America Business Council and Network di Philadelphia (una ex-Camera di Commercio, ora è indipendente dal governo italiano) ma è anche presidente della Scuola “Marco Polo” di Philadelphia.

La “Marco Polo” è una scuola di lingua e cultura italiana dove si tengono, nel fine settimana, corsi per i bambini degli espatriati italiani. I bambini sono figli di italiani che sono arrivati da poco in America ma anche figli e nipoti di italo-americani che, espatriati da generazioni, desiderano comunque mantenere un qualche legame con il paese d’origine (se non altro per venire in vacanza in Italia!).

Insomma, Marco Circelli è la persona più adatta per raccontarci come si adattano i bambini italiani che vanno a vivere in USA.  Per questo motivo, ho deciso di intervistarlo.

L’intervista

Marco, racconta ai lettori di educazioneglobale.com che cosa ti ha fatto decidere di trasferirti all’estero. A che età sei andato via? Cosa ti ha spinto?

Io e mia moglie Agnese abbiamo deciso di trasferirci nel 2010, dopo tante vicissitudini in Italia tra cambi di lavoro e voglia di migliorare se stessi. Avevo 31 anni e, nonostante fossi all’inizio della mia età adulta, mi sentivo già vecchio per provare nuove avventure professionali nella città in cui vivevo (Milano). Perciò, quando mi è stata proposta una esperienza di tirocinio a Philadelphia presso l’allora Camera di Commercio Italiana, non ho esitato ad accettare, anche se questo comportava licenziarmi dal mio posto di lavoro e cercare un’occupazione in un altro paese.

Come ti sei trovato all’inizio?

Conoscevo già la città perché ci vive parte della mia famiglia, quindi sapevo cosa mi aspettava. Nonostante tutto, sia io che mia moglie abbiamo vissuto in forma lieve quello che alcuni psicologi definiscono “shock culturale”: vivere in un altro paese con usi e costumi diversi ti fa sembrare all’inizio tutto meraviglioso, ma, col passare del tempo, incominci a rivalutare quanto esiste di autentico e valido nella tua cultura d’appartenenza. Cerchi di trovare il tuo modo di coniugare le due culture nella vita di tutti i giorni: dal modo di mangiare, al film da guardare la sera, fino alle ricorrenze da celebrare.

Perché hai scelto in particolare una città come Philadelphia?

Philadelphia è stata una scelta dettata dal fatto che avevo già connessioni sul territorio, grazie alla presenza di alcuni miei fratelli che erano espatriati prima di me. Tuttavia, questa città negli ultimi 10 anni è cresciuta notevolmente, sia dal punto di vista economico che culturale; io e mia moglie avevamo il sogno di spostarci nel futuro verso la California, ma questa città è diventata la nostra destinazione definitiva per vari motivi: la sua storia e le sue radici, la posizione geografica vicino ad altre città importanti come New York e Washington D.C., ma anche il giusto compromesso tra stile di vita americano e ritmi decisamente più europei.

Eventuali consigli di sopravvivenza per gli espatriati?

La scelta di espatriare in un nuovo paese è sempre dettata dal cercare qualcosa di nuovo, ma non bisogna pensare che per sentirsi integrati e accettati in una nuova società bisogna necessariamente perdere la propria identità. Anzi, il processo d’integrazione sarà inesorabile ed automatico, soprattutto quando si hanno dei figli che frequentano scuole e nuovi amici locali, perciò la vera preoccupazione è quella di preservare l’italianità della propria famiglia, sia dal punto di vista linguistico che culturale, in modo tale che non si perda la propria tradizione e il proprio background familiare/culturale.

Quando ti è venuta in mente l’idea di aprire la scuola Marco Polo?

La scuola Marco Polo è un’associazione non-profit che esiste dal 2000 e si occupa di insegnare la lingua italiana ai bambini della zona di Philadelphia e dintorni. Io e mia moglie Agnese abbiamo preso in gestione la scuola circa 2 anni fa e abbiamo deciso di cambiare alcune strategie, rivolgendoci non solo ai figli degli espatriati ma anche ai bambini figli di italo-americani che vogliono espandere la conoscenza delle tradizioni e della cultura italiana attraverso lo studio della lingua.

Che età hanno i bambini e ragazzini che la frequentano?

I nostri alunni hanno dai 4 agli 11 anni, ma stiamo pensando di aprire corsi e laboratori per bambini piccoli, da 6 mesi a 4 anni, poiché abbiamo richieste da vari genitori che vogliono stimolare i loro figli inserendoli in un ambiente bilingue.

Come insegnare la lingua a bambini di età diverse?

I nostri studenti hanno livelli diversi di conoscenza dell’italiano e quindi le classi sono di età diversa. Abbiamo due fasce d’età (4-6 anni e 7-11 anni),  per cui distinguiamo tra bambini scolarizzati e non. Tuttavia, alcune attività sono svolte tutti insieme, per spingere i nostri studenti ad usare l’italiano in maniera indipendente mentre si svolgono laboratori e giochi.

Che cosa accadrà al bilinguismo dei bambini quando iniziano ad andare a scuola in lingua comunità?

Normalmente, i bambini che finiscono la scuola Marco Polo non sono più interessati a frequentare corsi di lingua, perché sono attratti più dalle attività che svolgono insieme ai loro amici locali, molto spesso non bilingue. Alcuni studenti quando raggiungono l’età di 11 anni ci dicono con estrema franchezza che “sono ormai grandi per imparare l’italiano, una lingua che serve solo a parlare con i nonni”! Tuttavia, cerchiamo di mantenere un rapporto in modo che siano integrati nella comunità, invitandoli alle nostre feste e iniziative extra-scolastiche, in modo che loro non perdano la voglia di comunicare in lingua italiano con altre persone al di fuori dell’ambiente familiare.

In che modo coinvolgete le famiglie?

Le famiglie dei nostri studenti sono i veri destinatari dei nostri corsi e, quindi, i nostri maggiori sforzi sono indirizzati nel comunicare costantemente con loro e supportarli giornalmente nel mantenimento di una educazione bilingue nelle loro case. Quando i bambini si iscrivono, noi forniamo una lista di linee-guida che i genitori devono seguire durante la settimana, in modo da rendere l’utilizzo della lingua italiana un processo naturale e regolare, e non confinandolo alle attività scolastiche. Inoltre, i genitori svolgono volontariato nella scuola e aiutano la struttura a crescere, sia nella promozione che nella creazione di iniziative che spingono i nostri bambini a socializzare e divertirsi usando l’italiano.

Come impostate l’attività didattica per fare in modo che sia ludica?

Le classi vengono condotte dalle nostre insegnanti con una particolare attenzione alle esigenze dei bambini, dando loro l’opportunità di conoscere la lingua italiana attraverso argomenti non convenzionali (cartoni animati, sport, ecc.). Inoltre, abbiamo a disposizione vari giochi di società e materiale audio (musiche, audiolibri), con i quali stimoliamo la comunicazione in italiano tra loro e la produzione di elaborati.

Come hai scelto gli insegnanti?

Gli insegnanti della scuola Marco Polo sono scelti in base alle loro esperienze personali, ma anche alla loro integrazione nel territorio. Non basta che sia un insegnante madrelingua, deve necessariamente essere cittadino attivo nella nostra comunità e quindi interessarsi a quanto succede a Philadelphia e dintorni, capire come integrare le conoscenze della tradizione italiana con quelle locali.

Usate libri o materiali didattici? Se si, quali?

Le nostre insegnanti usano libri didattici editi da Alma e Edilingua, che sono progettati per le esigenze dei bambini bilingui. Tuttavia, molto materiale in classe e compiti a casa sono autoprodotti, in base alle necessità e alle richieste degli allievi/genitori.

Come si sviluppa il vostro progetto nel futuro?

Abbiamo intenzione di aumentare il numero degli studenti e famiglie, integrando gli italo-americani e gli amanti della lingua italiana. Il nostro obiettivo è quello di arrivare ad una massa critica per iniziare la sperimentazione di una scuola elementare bilingue inglese/italiano secondo il modello delle scuole internazionali presenti sul territorio.

Un’ultima cosa: organizzate anche il contrario, ossia corsi di lingua inglese per bambini italiani residenti in Italia che abbiano intenzione di venire d’estate a Philadelphia?

Per la nuova stagione estiva, stiamo pensando di organizzare corsi di lingua inglese per bambini e famiglie residenti in Italia, perché pensiamo che Philadelphia sia una città interessante dal punto di vista turistico. Ci sono molti musei e monumenti in città, ci troviamo in mezzo tra Washington DC e New York e inoltre abbiamo la presenza di parchi naturali in Pennsylvania che vale la pena di visitare. La nostra offerta sarà quella di trasmettere l’apprendimento della lingua inglese in maniera informale e spontanea, con lezioni mirate ma anche con attività da svolgere assieme a famiglie ospitanti. Quindi, un vero viaggio nella vita familiare americana!

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