Quale materia forma la mente? Il segreto per imparare a ragionare

educazioneglobale ragionare meglioIl mondo in cui viviamo è più complesso di quanto non sembri. La valutazione dei fenomeni quantitativi o il calcolo probabilistico sono fuori dalla portata della maggioranza delle persone, eppure sono sempre più necessari per comprendere la realtà.

Questo post nasce da una conversazione; per essere precisi scaturisce dall’ennesima conversazione con l’ennesima professoressa che affermava, lapidaria, che la sua materia, il latino, è tanto importante perché, “forma la mente”. Un luogo comune, trito e ritrito, questo delle qualità “formative” del latino, come se una lingua potesse essa sola insegnare la logica (invece dipende: dipende da come è insegnata, dipende da come è studiata..). Ma lasciamo da parte questo tema che ho già ampliamente svolto in due post consecutivi, il primo dei quali si chiamava Serve ancora il latino? Prima puntata.

Per inciso vorrei sottolineare, se non fosse chiaro, che qui la critica è al latino visto come metodo per “insegnare a ragionare” e non, assolutamente, alla conoscenza del latino sotto il profilo culturale.

Mi interessa, quindi, l’affermazione relativa alla “formazione della mente”. Che vuol dire “formare” la mente? Immagino voglia dire, nell’intenzione di chi la esprime, due cose:

  1. abituare al ragionamento logico;
  2. sviluppare la capacità di applicare il ragionamento logico ad altri campi della vita (diversi dal latino), ossia “trasferire” ad altri ambiti della vita o ad altre materie le competenze apprese studiando il latino.

E qui casca l’asino. La prima affermazione forse è vera, ma solo in certi casi. Alcuni, nel tradurre dal latino, vanno a intuito, per via della vicinanza tra latino e italiano. Così facendo, una volta su tre ci prendono, mentre le altre due volte prendono cantonate. Ne è prova lo iato che c’è tra il tradurre dal latino all’italiano (qualche volta l’intuito aiuta) e invece dall’italiano al latino (devi avere una solida conoscenza della sintassi latina, altrimenti non c’è memoria di vocaboli che possa aiutarti: potrai ricordati che puella e pulchra significano, rispettivamente, “ragazza” e “bella”, ma non riuscirai a coniugare i verbi e azzeccare i casi). Sulla prima affermazione sospendiamo il giudizio, anche perché non l’abbiamo confutata o provata. L’abbiamo soltanto commentata.

La seconda affermazione è, ahimè, falsa. Mi dispiace per i alcuni amici valenti latinisti, ma non necessariamente la capacità di ragionare sulla frase latina per comprenderne il significato e tradurlo in un’altra lingua rende l’individuo (latinista) più abile ad applicare il ragionamento ad altre materie o alle situazioni della vita

Insomma, saper tradurre il latino non permette, necessariamente, il trasferimento di abilità, non sviluppa il pensiero critico né fa diventare la persona un problem solver; per dirlo nelle parole della professoressa citata, non “forma la mente”.

Sulla scorta di questa ipotesi, la mia domanda è diventata più generale: esiste una “materia di studio” che faccia davvero la differenza? Che, una volta studiata, non costituisca solo bagaglio culturale ma anche strumento per ragionare meglio?

Insomma, esiste una materia che consenta il trasferimento delle abilità sviluppate in quella materia ad altre materie? Il cervello umano è in grado di rielaborare le conoscenze acquisite in un ambito per portarle in un altro?

La risposta – come ho scoperto a mia spese – è affermativa. E sapete qual è la materia?

La statistica.

In quanto umanista nata e cresciuta mi dispiace dirlo, ma è proprio la statistica. Non lo dico io, ma lo affermano importanti studi. Di questi studi, per estrarne il succo, vi darò una piccola dimostrazione (chi conosce la statistica inferenziale dovrebbe arrivare velocemente alla risposta!).

educazioneglobale imparare a ragionareCominciamo con un piccolo quiz. A me è stato fatto da un collega, cui devo molte delle spiegazioni che fornisco più oltre. Ho scoperto solo dopo che è un quiz molto famoso; è stato oggetto di esperimenti da parte di Daniel Kahneman, Amos Tversky e Bar-Hillel (la serie di esperimenti è nota come The maternity ward e si trova citata da molte fonti). Pertanto, lo si ritrova in molti libri; io l’ho preso, semplificandolo un po’, da L’illusione di sapere di Massimo Piattelli Palmarini. Mi scuso con l’autore per questa citazione non virgolettata, ma consiglio vivamente la lettura del libro a chi fosse interessato al tema.

In una città ci sono due ospedali con reparto maternità. Uno è nettamente più grande dell’altro. Nel primo si registrano in media 45 nascite al giorno, nel secondo, sempre in media, 15 nascite al giorno. Si decide di annotare scrupolosamente, in ciascuna clinica, i giorni in cui i nati appartengono per oltre il 60% allo stesso sesso.

Quale delle due cliniche registrerà un maggior numero di tali giorni?

Una piccola precisazione, prima che il lettore azzardi la sua risposta. Di norma, il rapporto tra maschi e femmine sul totale delle nascite è circa del cinquanta per cento, ma, ovviamente, non ogni giorno questo rapporto sarà esattamente del 50%. Ci saranno giorni nei quali il rapporto è sbilanciato verso uno dei due sessi (non importa quale). I giorni “fatidici”, quelli che ciascuna clinica registra sul suo albo speciale, sono quelli nei quali il rapporto è sbilanciato al 60% o più. Raccomando al lettore di pensare la sua risposta, e di trovare per questa una giustificazione, prima di procedere oltre nella lettura.

Pensato? Bene.

Volete ora sapere qual era la risposta giusta? La risposta giusta è “nella clinica più piccola”.

Se avete sbagliato fatevene una ragione: rientrate, come me, nella maggioranza delle persone che, non avendo studiato statistica, non si rendono conto che una fluttuazione è tanto più probabile quanto più piccolo è il campione. Perché accade questo? Perché quando i campioni vengono estratti a caso dalla popolazione, essi rispetteranno meglio i parametri della popolazione quanto più è ampio il campione estratto; mentre è assai probabile che un eventuale giudizio o stima da fare sul campione, siano completamente distorti se il campione in oggetto è piccolo.

Insomma, come ho imparato anch’io, fallendo miseramente a questo quiz, se un campione è troppo piccolo, i risultati statistici che ne derivano possono essere sbagliati perché in un campione piccolo (di dati) non ci sono abbastanza ricorrenze per avere equilibrio ed è più facile che ci siano aberrazioni (e quindi che ci si discosti dalla realtà). Qui è l’euristica della rappresentatività a essere ingannevole e a condurci in questo pregiudizio cognitivo: si ritiene infatti che entrambi i campioni siano ugualmente rappresentativi della popolazione in generale, mentre in realtà lo è di più il campione più grande.

A ben pensarci cadiamo in questo errore in continuazione, ogni qual volta pensiamo, ad esempio, che un fenomeno che abbiamo visto verificarsi due o tre volte intorno a noi (dunque in un campione piccolo) sia veramente rappresentativo. La mente umana se la cava piuttosto male ad applicare le teorie probabilistiche alla vita quotidiana, perché le leggi della probabilità sono spesso anti-intuitive. Dunque, è solo avendo acquisito la necessaria disciplina derivante dalle averle studiate e applicate che possiamo utilizzarle nella nostra realtà quotidiana. Un’altra parte del motivo è perché soffriamo di quello che in inglese si chiama confirmation bias, una sorta di pregiudizio cognitivo per il quale cerchiamo conferma di ciò che già crediamo ed evitiamo ciò che invece non si allinea con i nostri a priori. Selezioniamo le informazioni che ci vengono dalla realtà per sostenere tesi o valori che sono già i nostri, ignorando ogni prova contraddittoria. Di conseguenza, ricordiamo solo le poche coincidenze sorprendenti che ci accadono, e dimentichiamo tutto il resto, il che ci porta a credere nei miracoli (o negli oroscopi!). Una volta capito il concetto, però, dovremmo evitare di ricascare nell’errore.

Tra l’altro le nozioni statistiche fondamentali sono quelle che formano dei buoni cittadini. Alcune nozioni di teoria (e calcolo) della probabilità sono fondamentali per capire come funziona un regime pensionistico, come conviene investire, quali sono i benefici di una manovra finanziaria, perché il gioco d’azzardo non conviene (tanto il banco vince sempre) e perché è meglio non credere agli oroscopi. Altrimenti andremo avanti a panem et circenses.

L’esperimento del reparto maternità è stato ripetuto nel tempo da vari studiosi e in altre circostanze. Richard E. Nisbet, ad esempio, ha ripetuto l’esperimento (si veda Nisbet, Rules for Reasoning, Psychology Press, New York-London) e i risultati avuti sono che gli studenti che non avevano studiato statistica rispondevano come il campione di Kahneman e Tversky ma quelli che l’avevano fatta, in media, non sbagliavano il problema e davano la risposta giusta. Nisbet ha notato anche che un corso breve di statistica dava questo risultato. E, se si vuole risparmiare anche sulla statistica, il concetto più importante è quello del Teorema del Limite Centrale. Scritto così sembra qualcosa di molto complicato, ma, fondamentalmente, vuol dire che la media di un campione, qualunque sia il campione, tende a variare intorno alla media vera della popolazione di riferimento, e che questa variabilità si riduce all’aumentare della dimensione del campione. Una versione un po’ più complicata di “una rondine non fa primavera”, ma non richiede agli studenti di essere attuari.

Per imparare a ragionare meglio, è sufficiente conoscere il ragionamento statistico che si basa in torno a concetti come il teorema del limite centrale, la legge dei grandi numeri, il test delle ipotesi e altri principi base, che sono veramente basici a ben pensarci, ma che ci inducono in continui errori. Ad esempio, quando scopriamo un ristorante per la prima volta, la seconda volta che ci andiamo rimaniamo, quasi sempre, un po’ delusi. E’ una legge statistica alla quale non possiamo sottrarci. Infatti, quando scopriamo un nuovo ristorante e ne rimaniamo contenti, ciò avviene per qualche ragione per cui l’esperienza si colloca “sopra la media” (la simpatia del cameriere, il piatto scelto, la bravura del cuoco, la giornata di sole, etc.). Quando torniamo la seconda volta, però, molto probabilmente il cameriere simpatico non c’è più e la magia non si ripete nella stessa maniera. Allora scatta la delusione, come quando si ritorna nello stesso posto, ma non è la stessa cosa, magari perché non siamo con le stesse persone (a questo proposito vale la pena rivedere il film “Io ed Annie” di Woody Allen…).

Ma torniamo ora alla questione del latino, che avevo tralasciato. Se siete d’accordo con me che alcune nozioni base di statistica possono farci solo bene perché ci aiutano a risolvere tutti i problemi quantitativi e probabilistici che affrontiamo nella realtà, perché non potrebbe dirsi altrettanto del latino o di un’altra materia?

Nisbet (nel libro che ho citato, p. 159,) ci dice che “in general learning does not transfer from task to task and subjects do not generalize from a setoff tasks to the level of abstract rules” e che “learning latin probably does nothing for reasoning, arithmetic does nothing for any mental operations except purely arithmetical ones and even training syllogism probably does little good”, ossia l’apprendimento del latino probabilmente non fa nulla per il ragionamento, l’aritmetica non fa nulla per le operazioni mentali, tranne quelli puramente aritmetici e anche studiare come funziona un sillogismo serve a poco. Il latino, come molte altre materie, amplia la nostra cultura e le fornisce radici più profonde, ma non produce per magia alcun trasferimento di competenze, quindi non “forma” la mente.

Sono sempre attuali le parole di Don Milani (La scuola di Barbiana) quando diceva che solo la lingua rende uguali e che “ogni parola non imparata oggi è un calcio in culo domani”. Don Milani aveva ragione: una delle poche abilità che è “trasferibile” di disciplina in disciplina (oltre alla statistica) è la comprensione dei testi (ed è per questo che è tanto importante nelle rilevazioni PISA dell’OCSE).

Quanto affermato da Don Milani è ancora vero, va solo aggiornato: anche chi non sa calcolare una probabilità di calci ne prenderà tanti. Io ne ho presi…voi siete ancora in tempo!

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