Studiare nel Regno Unito: il resoconto della Fiera del British Council a Milano

educazioneglobale study ukLa terza edizione milanese di Study in UK (quarta in Italia, se si considera il “passaggio” romano, finora isolato, dell’autunno 2014) si è svolta lo scorso 27 febbraio. Questa volta Educazioneglobale aveva due inviati di eccezione, che ringrazio (okay, avrebbero dovuto esser tre, ma una si è ammalata).  Il testo che segue, infatti, è redatto sulla base dei resoconti di Ama, una mamma romana che è andata a Milano per partecipare e di Francesco Gambato Spisani, professore a contratto presso la Scuola di specializzazione per le professioni legali e già autore di alcuni pezzi di questo blog.

Quest’anno la fiera ha raddoppiato gli spazi e si è svolta in un albergo con centro congressi più ampio e funzionale, anche se più distante dal centro. Raddoppiati anche i seminari, con la replica al turno pomeridiano di tutti quelli presentati al mattino. Raddoppiato soprattutto il pubblico, perché l’argomento è di quelli che interessano davvero. Un pubblico composto di genitori soli, famiglie con figli, e ragazzi/ragazze in gruppetti in età da ultimo anno delle superiori o poco più. Qualcuno proveniente da scuole internazionali, ma non molti.

Nella sala con gli stand vi erano università di varia risonanza: la East Anglia (Norwich), Bath, Manchester, Exeter, Kent, Lancaster, South Wales, Reading e varie altre.

Il sistema delle prenotazioni on line per l’accesso alla manifestazione e ai singoli seminari, introdotto quest’anno, ha funzionato bene. Anche se al mattino qualche problema c’è stato, ci si è risparmiati le file dell’anno scorso e il pigia pigia per accedere alla sala delle conferenze.

Come iscriversi ad una università nel Regno Unito è un tema già trattato su questo blog con un’ampia intervista a Gianni De Fraja, che il sistema lo conosce bene. La procedura di iscrizione è stata anche oggetto di uno dei seminari più seguiti della Fiera, ottimo punto di partenza per chi avesse per la prima volta pensato ad una università all’estero.

Sull’iscrizione alle università, la signora del British Council ha spiegato, come è noto ai lettori di questo sito, che si fa tutto online tramite UCAS e ha consigliato di dedicare la cura più estrema al personal statement, ricordando le differenze culturali nella valutazione dello studente (i voti buoni non bastano, si devono dimostrare anche ampi interessi ed altre capacità come quelle di relazione, ad esempio).

Fra gli intervenuti predominava una certa confusione. Oltre il caso limite di chi – purtroppo uno studente universitario – pensava di trovarsi ad una fiera dei corsi di lingua estivi, la maggioranza non aveva forse ben capito cosa significhi colmare il divario fra l’inglese della scuola pubblica italiana e il livello C1 richiesto a chi si iscrive all’università, specie se ci si pone il problema allorquando si è già arrivati a metà del terzo anno di liceo. Sulla certificazione richiesta per attestare quel livello, invece, la confusione è degli organizzatori: l’anno scorso, pareva che andasse bene solo lo IELTS, con risultati dal 7 in su (che, per chiarire, non ha scadenza ma è vero che le università vogliono che l’esame sia recente). Quest’anno si è detto che lo IELTS è il più diffuso, ma certe volte può andar bene anche il Cambridge Proficiency e che persino un diploma IB in lingua inglese può non essere sufficiente. Insomma, pare chiaro che occorre chiedere alle singole università prescelte. Risposte di questo tipo non scoraggiano coloro che hanno a che fare con la burocrazia italiana, ma, senz’offesa, un po’ più di precisione non avrebbe disturbato.

Sugli A-level, ci sono notizie restrittive: il governo Cameron ha deciso che dovranno essere più difficili e questo coinvolge anche l’organizzazione degli esami che forse, in futuro, dovranno essere sostenuti alla fine dei due anni e non diluiti tra il primo e il secondo.

Non è stato dato nessun link che non si trovi agilmente in rete, tranne quello di www.thestudentroom.co.uk un sito che contiene consigli, informazioni e forum di discussione tra studenti su IGCSE, A levels e Università.

Come è avvenuto negli scorsi anni, alla fiera hanno partecipato anche alcune boarding schools. La nostra inviata Ama ha parlato con una signora del Rendcomb College (Gloucestershire) sull’eventualità di far frequentare al figlio (che fa ora la scuola media) la sixth form (i.e., A-level) in UK. Lascio alle sue parole il resoconto della conversazione.  “Per prima cosa mi ha chiesto se l’idea era di fare solo un anno e tornare in Italia o di rimanere lì.  Ho risposto affermativamente su questa seconda opzione perché, in caso contrario, l’impianto è completamente diverso e pensavo, eventualmente, di organizzare mio figlio con la WEP che dà la possibilità, pagando un po’ di più, di scegliere sia il posto che l’opzione boarding.  Volendo a un certo punto, diciamo al terzo o quarto anno dei nostri licei, continuare in Inghilterra la sixth form, si fa la domanda al più presto, anche anni prima, si deve possedere un livello IELTS 5.5 – 6. e avere un buon rendimento scolastico nelle materie (4 il primo anno, 3 il secondo) che si intendono studiare. Si può alloggiare full boarding nelle strutture della scuola, del tipo dormitorio ma ci teneva a dirmi che i ragazzi del secondo anno tendono a metterli in appartamenti condivisi in 4, sempre all’interno del campus, dando loro un budget concordato e facendoli organizzare da soli. Questo per abituarli alla vita da universitario. Credo sia comunque un’opzione facoltativa. Loro consigliavano, prima di prendere la decisione, di mandarli per un trimestre, anche parecchio prima (dagli 11 anni in poi) per far conoscere come funziona tutto il sistema. Ottima idea, peccato che al momento in Italia il periodo all’estero è rigidamente codificato per il quarto anno delle superiori con non poche resistenze da parte dei professori”.

Presenti erano anche le società specializzate nell’offrire un Foundation Year, ossia un anno “preparatorio” facoltativo che precede l’università, in cui, se non si possiedono le competenze necessarie, queste si ottengono frequentando corsi intensivi mattina e pomeriggio nelle materie di indirizzo, con un esame finale con professori universitari. Insomma, una cosa adatta a quei ragazzi italiani che, avendo terminato con successo il liceo ma non avendo dimestichezza con l’università inglese, possono approfondire le materie che riguardano il corso universitario prescelto.

In conclusione alla partecipazione all’Education Fair, però, rimane l’amarezza. Il clima non è più quello festoso degli anni precedenti. Su tutto aleggia un’ombra imbarazzante: Brexit. Nessuno lo considera uno scenario realistico, ma non si capisce se si tratti di una speranza o di una conclusione in qualche modo fondata sui fatti. Ufficialmente non ci si sbilancia: ad esplicita domanda viene detto che, per chi è già studente, nulla dovrebbe cambiare; non si sa invece cosa accadrebbe per gli altri – ad esempio in termini di tasse, ovvero di visti di ingresso – nel momento in cui gli italiani, e gli altri europei, dovessero diventare, da concittadini, ospiti stranieri tendenzialmente sgraditi.  Non una bella prospettiva…

 

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