Brexit: quali conseguenze per gli studenti italiani nel Regno Unito?

educazioneglobale-brexitAvevo iniziato il post pubblicato la settimana scorsa sulla necessità di una scuola europea affermando, eufemisticamente, che viviamo “in tempi interessanti”.

Ora posso dire che viviamo giorni molto tristi. Rigiriamola come vogliamo, ma, con l’inaspettata vittoria della Brexit, mi pare che siamo precipitati in un brutto sogno. Ha vinto l’antieuropeismo, ha vinto il populismo, abbiamo perso un po’ tutti, anche – ma non lo ha ancora capito bene – la popolazione britannica più lontana dalla Londra multietnica e multiculturale.

Come ormai sappiamo, con la vittoria della Brexit si apre un complicato processo: il Governo inglese dovrebbe attivare l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea, che dà due anni per negoziare l’uscita da legislazione, programmi e fondi Ue. Tutto questo senza contare l’instabilità cui – purtroppo – potremmo andare incontro sui mercati finanziari, con impatto sulla moneta unica e sui titoli di Stato della zona euro (molto lavoro per Mario Draghi, dunque, ma non solo).

Ma è soprattutto il messaggio politico che spaventa: tanto sangue è stato versato per arrivare ad una Europa unita, con cui si volle metter fine alle guerre tra potenze diminuite dopo due conflitti, perché tornare indietro? Per quanto la normazione, la burocrazia e il deficit democratico delle istituzioni europee possano essere criticabili, non sono forse meglio della guerra? Per quanto mi riguarda, 70 anni di pace e la promessa di una pace futura, libertà di movimento, di stabilimento, di prestazione di servizi compensano i possibili difetti dell’Unione (che, poi, possono sempre essere superati).

Del risultato del referendum inglese c’è anche chi è anche contento: i partiti anti-sistema, le destre xenofobe e nazionaliste gongolano, invocando altri referendum in altri paesi (anche laddove le Costituzioni vietano di sottoporre a referendum trattati internazionali). Come notava un lettore, è poi involontariamente comico che alcuni politici nostrani gioiscano per un risultato che consentirà di trattare da extracomunitari (o, meglio, extra – britannici) i tanti nostri concittadini che vivono nel Regno Unito.

Poi c’è chi, pur non essendo contento, ritiene che non tutti i mali vengano per nuocere, perché, specie dopo le concessioni fatte al Regno Unito lo scorso febbraio, non avere più un paese antieuropeista nell’Unione potrebbe essere il passo decisivo verso una maggiore integrazione, verso gli Stati d’Europa Uniti o verso un’Europa federale, come la si voglia chiamare (ed ogni denominazione corrisponde una visione politico-istituzionale leggermente diversa).  Io, che dire? Me lo auguro.

Per ora, la clamorosa decisione apre tante questioni. Per essere più pragmatici vale la pena chiedersi quali saranno le conseguenze della Brexit, soprattutto sui tanti che studiano o che intendono studiare nel Regno Unito.

educazioneglobale Unione EuropeaLa situazione è talmente incerta e fluida che né i funzionari di Bruxelles, né il Governo inglese né i professori delle Università inglesi hanno risposte veramente dettagliate e certe alle tante domande di questi giorni.

Per questo motivo, consideriamo che, queste che seguono, sono più riflessioni che risposte: take it with a grain of salt, dunque.

  1. L’inglese rimarrà la lingua franca anche a livello europeo?

Dire di si. In fin dei conti, malgrado l’orgoglio nazionale che francesi, tedeschi o italiani possano mai avere nei confronti delle proprie lingue, nei corridoi di Bruxelles, nei negoziati europei, ai piani della Eurotower, ovunque insomma, per semplificarsi la vita si parla spesso inglese. Senza il Regno Unito nell’Unione questo inglese – come già accade all’inglese parlato nelle istituzioni della zona Euro, nella quale il Regno Unito non è mai stato – sarà sempre meno British: potrà essere influenzato dall’inglese americano ma, tendenzialmente, sarà sempre più globish. L’inglese parlato nella UE potrebbe un domani avere frasi più lunghe e complicate (tipiche di lingue come italiano e tedesco), e, al contempo, un vocabolario meno ricco di idiomi. Come il latino imperiale, l’inglese diventerebbe una lingua influenzata dal fatto che è parlata da moltitudini di persone non-madrelingua.

  1. Come sarà vivere nel Regno Unito?

Per tutti gli europei non britannici che vivono nel Regno Unito, tra cui tantissimi italiani, al termine del processo di uscita dalla UE dovrebbero cessare il diritto alla residenza, al lavoro, a svolgere attività di impresa, all’accesso ai pubblici servizi, come la sanità. In teoria, e a seconda di quanto tempo si è già passato nel Regno Unito, sarà tutto soggetto a visti e permessi di soggiorno.

  1. I titoli di studio inglesi varranno ancora nel resto d’Europa?

Mi aspetterei di si e probabilmente, per chi ha già iniziato a studiare in un corso universitario nel Regno Unito, sarà varata una disciplina transitoria.

  1. Che prospettive per chi vuole studiare all’università nel Regno Unito?

I tanti ragazzi che studiano nel Regno Unito o che stavano pianificando di fare l’Università in Inghilterra pagheranno tasse più alte. Sino ad oggi pagavano le stesse tasse di iscrizione universitaria degli studenti inglesi, avevano diritto di ottenere un prestito per studenti (per un importo massimo di 9mila sterline all’anno) e avevano accesso all’assistenza sanitaria gratuita. Essere equiparati agli extra-europei (rectius, essere extra–britannici!) implicherebbe aumenti delle tasse sino a trentaseimila sterline e la perdita del diritto all’assistenza sanitaria gratuita.

Tutto questo ammesso e non concesso – ma è un pensiero mio – che le università britanniche non si facciano furbe e non creino uno status speciale per gli studenti dell’Unione, per evitare che questi puntino su altri paesi. Sono certa che avranno tutto l’interesse ad attrarre persone qualificate, ma questo dipende dalla domanda di servizi educativi: potrebbe accadere, più semplicemente, che rimpiazzeranno italiani e spagnoli con cinesi e indiani, cosa che, in parte, sta già succedendo.

La Brexit è l’esito di un voto che ha spaccato il paese anche in funzione del livello culturale. Nelle Università, nei centri di ricerca, nei luoghi dove si legge e si è informati, la maggioranza ha votato Remain. Maria Grazia P, una lettrice di questo blog, ha postato questo commento: “a proposito della reazione delle Università al risultato del Referendum Brexit, vorrei farvi leggere la lettera che ieri mattina hanno mandato a tutti gli studenti (tra cui mio figlio) per rassicurarli e per esprimere il loro disappunto sulla vittoria dei Leave. Questa lettera è stata scritta dall’Università di Edimburgo dove tantissimi studenti e Professori UE studiano e lavorano insieme e probabilmente continueranno a farlo anche in futuro: http://www.ed.ac.uk/news/2016/statement-on-eu-referendum-result”. Penso che quanto scritto dall’università di Edimburgo (e si noti che la Scozia era più compatta verso il rimanere nella UE) è condiviso da tante strutture accademiche in tutto il Regno Unito.

Peraltro, avrà ancora un senso studiare certe materie “europee” in Gran Bretagna? Per paradosso è ad Oxford che ho studiato Diritto Comunitario (rectius Diritto dell’Unione europea): ora chi mai farà più un LLM o un MJUR in European and Comparative Law proprio in Inghilterra?

E poi avrà senso studiare nel Regno Unito materie collegate all’esercizio di una libera professione se poi occorre chiedere visti, permessi di soggiorno o abilitazioni speciali per esercitare quelle stesse professioni? La geografia delle università “giuste” per una certa materia potrebbe cambiare, in favore del continente europeo.

E se la Brexit dovesse portare ad una disintegrazione del Regno Unito, la Scozia, dopo aver ottenuto l’indipendenza, chiederebbe l’accesso all’Unione e diventerebbe ancora più interessante di oggi per gli studenti continentali.

Altrimenti vorrà dire che chi non studierà in Italia accederà a corsi in inglese in Università di paesi come l’Olanda, la Germania o il Belgio.

  1. Tempi duri per chi non è qualificato

Si mette male invece, per i tanti ragazzi che accettavano a Londra lavori e lavoretti che magari non avrebbero fatto in Italia: camerieri, commessi, baristi, receptionist. I lavoratori qualificati ovvero istruiti non hanno storicamente mai avuto grossi problemi a emigrare (sono expats, non immigrants). Gli altri, oltre a dover fronteggiare l’enorme costo della vita, perderebbero garanzie sanitarie e dovrebbero chiedere visti e permessi di soggiorno: a tali condizioni il gioco comincia proprio a non valere la candela.

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