Imparare a leggere a 3 anni: idee da una scuola inglese

educazioneglobale-leggere-a-3-anniUna cara amica manda il bambino, coetaneo del mio terzogenito, in una scuola inglese in Italia, che segue il British National Curriculum. La mia amica è italiana, ma il papà del bambino è inglese. La scuola è molto buona e lei è contenta (io pure, perché gliela ho consigliata io…).

Conoscendo i miei interessi, ogni tanto mi racconta quello che fanno a scuola e mi ha mostrato il suo primo school report. Ebbene si: il bambino ha iniziato questa scuola l’anno scorso, a 3 anni, ed ha già avuto la sua piccola pagella.

Prima che qualcuno che legge si scagli contro le pagelle e i voti dati troppo precocemente, vorrei dire che gli school reports di questa scuola dell’infanzia inglese sono la cosa più precisa e accurata ma anche più delicata e tenera che io abbia mai visto in un istituto di istruzione. Insomma, niente voti o medagliette: in essi si riflette un metodo ed una accuratezza di informazione che raramente ho osservato altrove e che non so se devo ascrivere a questa singola scuola o al sistema inglese nel suo complesso (ma tenderei a pensare che la seconda opzione sia quella corretta). Tutto è oggetto di valutazione: il carattere del bambino, l’osservanza delle regole, l’autonomia nel riporre le proprie cose o nel levarsi o mettersi le scarpe, lavarsi, usare il bagno, il rispetto degli altri e il farsi rispettare in modo equilibrato, usando la discussione come metodo di risoluzione di eventuali conflitti, ma anche il parlare ad un tono di voce ragionevole. Ci sono anche osservazioni sull’uso della lingua e delle lingue (inglese ed italiano). Ovviamente, non mancano osservazioni sull’interesse ed i talenti del singolo alunno per le varie attività, dal canto corale (nelle scuole inglesi si fa musica tutti i giorni!), all’ascolto nella lettura delle storie, compresi il gioco in giardino, il disegno e così via.

C’è un aspetto sul quale, però, vorrei soffermarmi, ed è quello dell’introduzione alla letto – scrittura.

La scuola primaria inglese inizia a 5 anni ma dura sei anni. La cesura tra scuola dell’infanzia (variamente denominata, a seconda degli anni e delle singole scuole, nursery school, preschool o transition) è meno marcata che da noi, per due motivi. Il primo motivo è che la prima primaria dei cinquenni è fatta di molte meno lezioni frontali della nostra scuola primaria (che, pure, rimane pur sempre la parte migliore della scuola italiana, sia chiaro) e di molte più attività che richiedono lavoro di gruppo, risoluzione di problemi concreti e movimento. Il secondo motivo è che i primi rudimenti di lettura vengono introdotti da subito, addirittura dai 3 anni, attraverso il gioco. Insomma, si può affermare, non senza qualche approssimazione, che la scuola primaria ha un inizio più giocoso e meno serioso e che la scuola dell’infanzia nasconde, sotto forma di gioco, una maggiore quantità di didattica.

In particolare, mi è rivenuto in mente un racconto della mia amica che trovo paradigmatico nell’illustrare una delle modalità di avviamento alla lettura attraverso il gioco.

Nella classe del bambino, come avviene anche nelle scuole italiane, ogni alunno ha un suo appendino o gancio dove appendere la giacca quando entra (e pure un suo ripiano dove porre lo zainetto con la merenda).

Su questo appendino, all’inizio dell’anno, vengono attaccati degli adesivi (o delle scritte fatte dalle maestre) con i classici simboli di oggetti o animali noti ai bambini (una mela, una stellina, un pallone, una casetta, un orsetto, e così via) e il nome del bambino.

Nel corso delle settimane, oltre alle consuete attività tipiche delle scuole dell’infanzia (instaurare una routine giornaliera, attività di gruppo, lettura di fiabe ad alta voce, primi approcci al disegno e alla scrittura, gioco libero all’esterno) vengono introdotte, per la prima volta, alcune lettere dell’alfabeto.

Verso dicembre-gennaio, quando la routine è ormai collaudata, agli appendini dei bambini succede qualcosa: i nomi ed i simboli (oggetti, animali) vengono scombinati da una mano dispettosa, sicché Tom, che aveva il primo gancio a sinistra in corrispondenza della mela, ora si trova ad avere un altro gancio in un altro punto, accanto al disegno di una macchina. Anche Anna, che aveva il gancio accanto alla stellina, ora ha un altro simbolo, una casetta, ma non lo trova. Dove sarà?

La maestra aveva avvertito i bambini che questo sarebbe successo e la cosa si ripeterà un certo numero di volte, sino alla fine dell’anno.

Sapranno Tom e Anna ritrovare il posto dove appendere la giacca?

C’è un solo modo per trovarlo: imparare a riconoscere qualche lettera del proprio nome. Anche conoscerne l’iniziale già aiuta ma potrebbe non essere sufficiente, dipende da come si chiamano gli altri compagni…

Insomma, sarà ormai chiaro: qualcuno ha cambiato le carte in tavola, interrompendo un automatismo e invitando il bambino a trovare da solo, sulla base delle conoscenze che ha acquisito, la spinta per leggere.

Mentre ci riflettevo mi è cominciata a venire in mente la ragione di tutto questo. Il concetto non è tanto quello di insegnare al bambino a leggere, il concetto è quello di scindere il disegno (la mela, la stella, l’orsetto) che fa riferimento al mondo della concretezza, con il segno (la lettera A o la lettera C o la lettera M, a seconda dell’iniziale del nome del bambino) che fa riferimento al mondo dell’astrazione. E’ come se si invitasse il bambino – in un libro con parole ed immagini – ad osservare, per la prima volta, le parole invece delle illustrazioni.

E come viene compiuto questo invito alla lettura della parola scritta? Non certo mettendo i bambini di tre anni o tre anni e mezzo a tavolino, non ne sarebbero capaci, ma organizzando per loro, in buona sostanza, una sorta di quiz.

La domanda è “dove appendo la mia giacca” e la risposta potrebbe essere “dove vedo la figura dell’orsetto”. Ma accanto all’orsetto non c’è più il mio nome – mi dice la maestra – e allora dove è il mio nome? Devo guardare quei segni che sono ancora per me, treenne, dei geroglifici e vedere se ne conosco qualcuno. Se lo riconosco, posso appendere la giacca. In più, il bambino ha 3 anni ed è invitato ad imparare a leggere, a decodificare qualche segno, ma in modo giocoso.

Le maestre sono tenute a registrare (spesso per iscritto!) questi sforzi, a tenere d’occhio chi azzecca il suo nome e chi fa fatica, ad aiutare un po’, con suggerimenti parziali, chi sembra frustrato e a spronare chi, invece, si diverte a risolvere il problema, magari chiedendo di leggere altri nomi di altri compagni. Vi saranno quelli più veloci a riconoscere almeno l’iniziale del proprio nome) e quelli più lenti, ma tutti sono invitati a provare, magari sbagliare e poi riprovare ed, infine, riuscire.

Non è una forzatura, ma una piccola spinta verso la lettura. Nella behavioural economics (l’economia comportamentale, quella branca dell’economia che sta all’incrocio tra economia e psicologia) si parlerebbe di ‘nudge’. E si noti che questa è anche una introduzione a quello che ci toccherà fare per tutta la vita: non solo e non tanto leggere, quanto risolvere problemi. Così la scuola inglese introduce i bambini al problem solving.

Ai bambini, inoltre, viene anche chiesto di fare l’autoappello. Vicino all’entrata della classe, ciascun bambino prende da una lavagnetta un magnete con incollato il proprio nome e lo porta all’altra lavagnetta, che sta nella parete opposta della classe. Quando l’orario di entrata è finito, i bambini, guidati dalle maestre, devono dire ad alta voce chi è presente e chi manca in quel dato giorno di scuola. Così la giornata è iniziata. Hanno solo 3 anni, ma cominciano a dare ordine al loro mondo sociale.

Ed ora un invito a chi mi legge: conoscete altri esempi del genere? Perché io sono sicura che le insegnanti brave queste cose le fanno, nelle scuole inglesi o italiane (o francesi o finlandesi), nelle scuole private e nelle scuole pubbliche. Ci sono sicuramente tanti modi diversi per insegnare e verificare le competenze apprese, per invitare gli alunni a risolvere problemi, per insegnare a ciascun bambino a “fare da solo” (come diceva Maria Montessori).

Invito chi mi legge a raccontarlo, aggiungendo un commento sul blog, in fondo a questo post (chi riceve la newsletter, clicchi direttamente qui e apra il primo post in alto a sinistra). Vi aspetto!

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