L’inglese in vacanza: l’esperienza di una bambina al summer camp

educazioneglobale-bambina-summer-campSummer camp in inglese: ne ho scritto tanto su questo sito. Ho scritto di quelli in Inghilterra in Come trovare un Summer Camp a Londra. Ho scritto dei campi di tipo più accademico in Estate in UK: corsi accademici per bambini e ragazzi. Ho scritto anche dei summer camp americani in Summer camp a New York: dove e come trovare il summer camp giusto negli USA e dei mini sabbatici di famiglia (Un mini-sabbatico a New York con bambini, perché no?)

Questa estate MammaAle, una lettrice di educazioneglobale, ha portato la figlia seienne all’estero e ha provato a farle frequentare un summer camp con i suoi coetanei inglesi.

Ecco il suo racconto, senza censure.

“Da quando ho letto su questo blog dell’idea di far frequentare a bambini potenzialmente bilingui un campus organizzato per bambini madrelingua ne sono rimasta totalmente affascinata. Ho pensato a come far vivere questa esperienza a mia figlia di 6 anni e, poco dopo Natale 2015, sono partita con la progettazione. Devo premettere che ho potuto beneficiare di alcune combinazioni fortunate:

  • abbiamo una famiglia di amici (lui italiano e lei inglese) che da 20 anni vivono in una cittadina del nord del Regno Unito. Hanno due figlie, di cui la grande coetanea di mia figlia, e stanno facendo un esperimento di biliguismo per permettere alle bimbe di esprimersi in libertà con nonni e cuginetti italiani;
  • la scuola inglese della figlia coetanea della mia organizza un “Summer camp” basato su attività sportive tutti i giorni dalle 9 alle 16 per bambini dai 4 ai 14 anni (divisi in squadre omogenee per età).

Risultato: propongo ai nostri amici di iscrivere insieme le bambine al Summer camp per una settimana. Loro accettano entusiasti e si offrono di ospitarci a casa loro. Iscrivo mio marito a un corso di inglese per adulti e mi offro di accompagnare le bambine al camp.

Il primo giorno di camp, da mamma italiana apprensiva e in barba al divieto della scuola, all’ora del pranzo “passo casualmente” da quelle parti e chiedo di potere mangiare con le bambine. Il pranzo è al sacco e tutti stanno rigorosamente seduti ai loro posti, finché un fischio del teacher avverte che il tempo del pranzo è finito. Allora tutti lasciano ordinatamente i loro tavoli, il teacher urla un numero e i bambini, a coppie, si dispongono in fila come concordato. Mia figlia sembra totalmente inconsapevole e alienata rispetto a cosa sta accadendo intorno a lei. La figlia dei miei amici inglesi la trascina al loro posto in fila, bisbigliandole in italiano quante più informazioni riesce.

Tornata a casa la sera del primo giorno, mia figlia demoralizzata mi dice: “Mamma, io non capisco proprio niente!”.

Capisco di aver fatto un grosso errore di valutazione. Certo che mia figlia capisce l’inglese, ma il MIO inglese, non necessariamente quello di 2 bei ragazzoni autoctoni (i teachers) che parlano con accento e velocità adatti a persone autoctone!

Dopo il primo giorno, pertanto, ero convinta che mia figlia non volesse più tornare al camp. Così l’abbiamo rassicurata, dicendole che, in fin dei conti, eravamo in vacanza, che se non le era piaciuto il Camp non era obbligata a tornarci. Ma i bambini ci sorprendono sempre: lei ha voluto riprovare.

Il terzo giorno mi dice: “mamma, ho una nuova amica! E’ una ragazza grande: si chiama Paula”. Io mentalmente tiro un gigantesco sospiro di sollievo, mi sento quasi miracolata e le dico “brava! e le hai parlato?”. Risposta “Sì è stato facile: è spagnola!” … che dire…. dopo 5 anni di sforzi a parlarle in inglese, leggerle la favola della buonanotte in inglese…. son soddisfazioni….

Insomma, fin qui un bilancio magrissimo: una faticosa esperienza di integrazione e nessun approccio verbale in inglese.

L’ultimo giorno, all’uscita della scuola, un signore anziano con un cagnolino si avvicina alle bambine che stavo riaccompagnando a casa. La figlia del mio amico parla con lui e accarezza il cane. Mi dice che il signore abita vicino alla scuola e lo vedono tutti i giorni. Anche mia figlia vuole accarezzare il cane. Le ricordo che, come in Italia, si deve chiedere il permesso al padrone e poi, se dice sì, si abbassa la mano per farla annusare dal cagnolino per mostrargli fiducia. Allora mia figlia guarda fisso il signore e poi, risoluta, gli dice: “Is your dog shy?”. Il signore sembra un po’ perplesso, ma da tipico inglese non si sconcerta più di tanto e con un mezzo sorriso gli risponde “No, of course not”. Allora mia figlia si abbassa e si fa annusare la mano. Questo è stato il primo vero approccio spontaneo di mia figlia alla conversazione in inglese.

Cosa dire? Alla fine per mia figlia è stata dura. Forse più che alle (inadeguate) risorse linguistiche mia figlia ha dovuto far ricorso a tutte le sue abilità di socializzazione in “ambienti ostili”. Lei e l’amichetta inglese erano le più piccole al camp e dovevano fare sport con bimbi di 7 – 9 anni, cosa che, a quell’età, sembra una differenza abissale. Fare sport vuol dire ascoltare spiegazioni anche tecniche di regole, di tempi, di turni di gioco … cioè vocaboli del tutto nuovi rispetto a quelli che poteva aver sentito da me (mia figlia però ora sa giocare a “dodge ball”!).

Ripensandoci, forse per mia figlia sarebbe stato più opportuno un camp per bimbi più piccoli della sua età, dove quindi il linguaggio e le attività sarebbero state tipicamente più semplici e lente. Altra cosa a cui fare attenzione è se al camp sono previste attività dov’è necessario saper leggere (ad esempio giochi come “treasure hunt”; “paper chase” e altre attività laboratoriali che molte ville, parchi e musei in Inghilterra offrono). I bambini inglesi imparano a leggere prima ancora che a scrivere e iniziano la primary school a 5 anni per cui nei primi anni della scuola elementare italiana il divario è profondo (per fortuna non era il caso del camp che ho scelto per mia figlia perché sennò sarebbe stato da arrendersi in partenza…).

Una settimana basta? Forse no, forse sarebbe stato meglio una permanenza più lunga magari con meno ore giornaliere al camp per alleviare un po’ la fatica della “full immersion” e più ore di attività libera come il parco giochi dove lei avrebbe potuto decidere se socializzare o rilassarsi giocando da sola. Più ore al giorno in maniera concentrata, però, hanno il vantaggio di offrire più opportunità di condivisione di “usi e costumi” locali che sono preziosi nel far apprezzare l’”utilità” di apprendere un’altra lingua (ad esempio, mia figlia sostiene di aver imparato che quando si va al bagno in Inghilterra bisogna chiudersi a chiave, cosa che a casa le vietiamo da sempre!).

Vivere in casa dove si parla inglese (ma anche un po’ italiano se proprio non ce la si fa) è stato superlativo: ha permesso la socializzazione tra le bambine che hanno potuto conoscersi e fidarsi e aiutarsi nelle difficoltà anche in così giovane età. Ma soprattutto mia figlia ha fatto esperienza che la lingua altra “funziona” cioè fa succedere delle cose vere: ci si può mettere d’accordo su che turno fare per lavarsi i denti in bagno salendo sull’unico sgabellino disponibile per arrivare ai (rigorosamente 2) rubinetti, su che storia leggere per la nanna, si può giocare con la piccola (la figlia più giovane dei miei amici ha 3 anni e, per ora, parla solo inglese) …

In ultimo, a causa di un ritardo del nostro volo di rientro, siamo stati costretti a molte ore di attesa in aeroporto. Per ingannare l’attesa, mia figlia si è rifugiata in un area-gioco in cui è entrata in contatto con altri bambini. Inevitabilmente l’unico modo per giocare insieme era rivolgersi a loro in inglese. Io la guardavo (da opportuna distanza) provare a spiegarsi e a capire. Ogni tanto tornava di corsa da me chiedendo “mamma come si dice in inglese……” io le ripetevo la frase e lei “ah ecco …” se la ripeteva per memorizzarla, poi via di corsa per utilizzarla con l’amichetto di turno.

Il pomeriggio in aeroporto, unito al fatto che l’ultimo giorno di camp nostra figlia ha promesso alla sua amichetta inglese di tornare anche l’anno prossimo per il Summer Camp, sono state grandissime, inaspettate sorprese …. Vedremo se vorremo davvero realizzare questo nuovo progetto insieme”.

Io ringrazio MammaAle per il suo racconto e, soprattutto, faccio i complimenti alla sua intraprendente bambina, che ha dimostrato di avere un bel carattere!

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