Primogeniti conformisti e secondogeniti ribelli: ma l’ordine di nascita conta o no?

educazioneglobale ordine di nascitaC’è un luogo comune che abbiamo sentito tutti, ed è quello che i figli primogeniti sarebbero più conservatori e più sicuri di se’ e che i secondogeniti sarebbero più ribelli e più creativi (dei terzogeniti e dei figli successivi il mondo sembra occuparsi molto meno).

Di fatto, i primogeniti godono di un periodo di attenzione esclusiva da parte dei genitori, periodo più o meno lungo a seconda del tempo che intercorre tra una nascita ed un’altra nell’ambito di una famiglia. Il figli unici, poi, questa attenzione la possiedono in esclusiva per tutto il tempo che vogliono.

Ciò che invece non sappiamo è se l’ordine di nascita influenzi o meno la personalità di un individuo adulto. L’esperienza sembra spesso confermarlo, almeno per alcune persone. Ci sono adulti che giocano tutta la vita a fare gli irresponsabili e, magari, li giustifichiamo quando scopriamo che erano i “cuccioli” di casa. Al contrario, alcune persone sono iper – responsabili, rigorose ed inflessibili e sembra poter ascrivere alcuni dei loro tratti alla primogenitura. Ma come dimostrare se certi tratti della personalità derivano o meno dall’ordine di nascita o sono piuttosto inclinazioni scritte nei geni? E se fossero profezie che si autoavverano?

La risposta è in un bel libro sulla natura umana, pubblicato negli Stati Uniti nel 2002 e già citato in un altro post. L’ho riletto questa estate e si chiama The Blank Slate (è uscito in traduzione italiana nel 2005 con il titolo Tabula Rasa. Perché non è vero che gli uomini nascono tutti uguali).

In questo libro, il noto psicologo cognitivo Steven Pinker, passa in rassegna la letteratura scientifica da cui trae origine la vulgata del primogenito conservatore e del secondogenito ribelle.

Steven Pinker insegna ad Harvard, per anni ha insegnato al MIT ed è considerato uno dei più influenti intellettuali nordamericani (nato a Montreal, è canadese di origine). I suoi interessi sono molto vasti, tanto che forse può quasi essere considerato un polymath, come si dice in America. Ha infatti scritto articoli e volumi sia scientifici che divulgativi su temi diversi: l’evoluzione della violenza nella storia, le neuroscienze, l’apprendimento delle lingue ma anche la qualità del linguaggio accademico, redigendo, da ultimo, quella che è una vera e propria “guida di stile” all’inglese accademico (The sense of style…a lui non manca di certo!).

Pinker è anche molto ma molto divertente quando parla, beninteso per chi, come me, ha un certo penchant per gli intellettuali nordamericani di origine ebraica e per il loro tipico humour; cercatevi le sue TED talks e la sua partecipazione ad Intelligence Squared, ne vale la pena (io le riascolto in podcast di frequente).

Ma torniamo all’annosa questione dell’ordine di nascita dei figli all’interno del nucleo famigliare.

In Tabula Rasa, Pinker (pp. 389 – 390 dell’edizione in paperback in lingua originale) passa in rassegna la letteratura scientifica sull’argomento ed, in particolare, quello che è stato uno dei libri sull’ordine di nascita che fece più clamore negli anni ’90.  Si tratta di Born to Rebel, di Frank J. Sulloway, nel quale, sulla base di una indagine estensiva di figure famose del passato, da Einstein a Voltaire, si sosteneva che l’esperienza di un bambino in famiglia è il fattore chiave nel determinare se, una volta adulto, diventerà un sostenitore dello status quo o un ribelle. Tra tante variabili, come nazionalità, classe sociale, sesso, personalità, atteggiamenti religiosi, atteggiamenti politici, istruzione secondo Sulloway, uno sarebbe emerso come determinante: l’ordine di nascita dell’individuo all’interno della famiglia.

Afferma Pinker che la teoria di Sulloway, tuttavia, richiede anche che i bambini usino la stessa strategia che ha funzionato dentro casa anche fuori casa, ossia con i loro coetanei e colleghi. Ma le tattiche che funzionano con un fratello o un genitore potrebbero non funzionare così bene con un collega o un estraneo.

Pinker, in sostanza, sostiene la tesi emersa dalle ricerche di un’altra studiosa, Judith Rich Harris, che, in The Nurture Assumption: Why Children Turn Out the Way They Do, provava che i modelli di comportamento acquisiti nella famiglia d’origine non influenzano il modo in cui le persone si comportano fuori casa.

E infatti – afferma Pinker – le successive analisi hanno dimostrato che gli effetti di ordine di nascita sulla personalità si presentano in studi che richiedono a fratelli o genitori di votare l’un l’altro, o di votare se stessi rispetto ad un fratello. Invece, in tutti gli studi in cui la personalità è stata misurata da soggetti neutrali, al di fuori della famiglia, gli effetti dell’ordine di nascita sono diminuiti o addirittura scomparsi.

Sono andata a scartabellare (virtualmente) quello che è forse il più grande motore di ricerca  delle pubblicazioni scientifiche, Google Scholar; in effetti, il volume di ricerche sull’ordine di nascita è impressionante (d’altronde siamo tutti o primogeniti o secondogeniti o figli successivi o figli unici: l’argomento attira, quindi, anche gli studiosi).

In particolare, uno studio recente (2015) pubblicato dalla National Academy of Sciences, mi pare più esteso di molti altri: in esso sono stati presi in esame più di 20.000 adulti provenienti da Stati Uniti, Regno Unito e Germania e non è stato trovato alcun effetto dell’ordine di nascita su quelli che gli psicologi chiamano i Big Five, ossia i cinque tratti fondamentali della personalità (estroversione, stabilità emotiva, gradevolezza, coscienziosità, apertura a nuove esperienze).

Insomma, la conclusione finale pare essere questa: l’ordine di nascita non ha influenza sulla personalità né sul destino dell’individuo al di fuori della famiglia. Che uno sia primogenito o secondogenito, che abbia avuto genitori principianti o genitori esperti o che abbia ricevuto un’attenzione totale da parte dei genitori o condivisa con fratelli o sorelle conta poco sulla personalità adulta.

Se ha una qualche influenza – tutta da dimostrare con ulteriori studi – é solo nella famiglia stessa.  Così sarà pure vero che quando i figli anche adulti rimpiombano in famiglia temporaneamente si ripropongono le dinamiche famigliari di un tempo, ma è come con i vecchi compagni di scuola: vale solo in quel contesto. Family is not destiny!  Lo ricorderò ai miei figli…

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