Una cosa che i nostri figli dovrebbero imparare (e anche noi riscoprire)

educazioneglobale-camminareI primi passi di un bambino sono sempre difficili per il piccolo ed emozionanti per gli adulti. Quando un bambino inizia a camminare, goffo e traballante, ma con il senso di trionfo nello sguardo, i genitori e gli adulti presenti si emozionano.

Passano pochi anni che, quello stesso bambino, sta chiuso in una macchina con la quale viene scarrozzato verso scuole con angusti cortili o piscine che odorano di cloro.  Non che questo sia negativo in sé, ma una cosa che i bambini non fanno più quanto un tempo, è camminare.

L’attività più banale, più sana, più consona ad un essere umano, quella gli umani hanno fatto per milioni di anni, è anche quella più ignorata e bistrattata. Ho letto che i nostri antenati percorrevano in media, correndo o camminando, circa 19 chilometri al giorno. Camminare a lungo è stata una attività cruciale per la sopravvivenza umana (forse tanto quanto l’intelligenza e il linguaggio). Né forti né veloci, gli esseri umani possiedono – a differenza di tanti altri animali – un’ineguagliata capacità di dissipare calore attraverso il sudore. Anche il felino più veloce non può camminare o correre a lungo quanto noi.

Insomma, siamo nati per camminare a lungo, per misurare il mondo in lungo o in largo con i nostri piedi.

Si conoscono veramente solo le strade, i percorsi e i sentieri sui quali si è camminato, perché si sono visti alla giusta distanza e alla giusta velocità. Ma le persone che camminano sono troppo poche e vi sono troppe città nate solo per le automobili o snaturate dalla quantità di macchine (Roma appartiene, tristemente, a tale seconda categoria). Di quanto le città non siano più ormai a misura di pedone non scrive più nessuno; è roba stantia, da ambientalisti anni ’70 o da architetti visionari, sembra. Per questo mi è parso un miracolo leggere le parole dello psicoanalista Luigi Zoja, nel suo bel libro “Utopie Minimaliste”, laddove parla anche di questo, di come sia importante ricominciare ad avere città a misura di persone che camminano. Zoja parla del “diritto di andare da un luogo all’altro camminando” ed auspica una costituzione che dovrebbe “affermare i diritti dell’uomo come uomo: quindi anche del suo corpo, che è nato per bere, respirare, dormire, spostarsi camminando” (pp. 140 – 141).

Serbo da parte un articolo del 2010 del critico letterario Pietro Citati dal titolo “Passeggiare in un mondo che ha smesso di camminare”, il quale descriveva così le sue lunghe passeggiate quotidiane: “La passeggiata pomeridiana aveva, per me, un’ importanza capitale. Mi riposava, mi irrobustiva, mi dava calma e quiete. Soprattutto cancellava tutti i pensieri della mattina: la mia mente diventava vuota: si compiaceva di essere vuota; e cominciavano a nascere altri pensieri, che lentamente si formavano, costruivano un’ architettura, nella quale sarei vissuto il pomeriggio e la sera. La giornata diventava nuova, la mente agile, e il sonno si preparava e si annunciava da lontano”.

Io ho cominciato a passeggiare da sola che avevo circa dodici anni. Mi aveva spinto a farlo una noia insostenibile, unita all’energia tipica dell’adolescenza. Le mie passeggiate consistevano in una serie di giri circolari del mio quartiere. Di giorno in giorno, l’anello che percorrevo si allargava. Ero infatti terrorizzata dall’idea di perdermi, cosa che, invero, avveniva con una certa frequenza. La verità ulteriore era che ero infatuata di un coetaneo che mi ignorava, per cui la mia passeggiata prevedeva come unica costante, il momento sacrale del pellegrinaggio davanti alla sua abitazione. Molti anni dopo, ascoltando jazz, ho trovato la canzone che perfettamente descrive questi pellegrinaggi, si tratta di On the street where you live (tante le versioni; io l’ho imparata da Holly Cole, ma quella classica è di Nat king Cole).

Se da ragazzina camminavo per mancanza d’alternative (mi era vietato il motorino), da giovane adulta camminavo, ormai, per abitudine (arrivavo sempre prima a piedi che in autobus). Oggi, infine, cammino per il piacere di farlo. Ormai è diventata una deformazione quella di misurare i tragitti e mappare i luoghi in base ai passi, ai chilometri, ai tempi di percorrenza a piedi. Mi chiedo sempre, per curiosità, se il tal posto, per quanto arcano e sperduto, è raggiungibile a piedi (ed in quanto tempo).

Oggi, mentre cammino, penso al diverso approccio al camminare che hanno i miei figli e, forse, a quanto di più avrei potuto fare in questo senso. Eppure bambini e ragazzi che vanno a scuola hanno un grande bisogno quando escono da scuola di camminare. Alla scuola primaria, i bambini escono che sembrano schegge impazzite: urla, strattoni e spintoni, hanno un bisogno impellente di muoversi a furia di stare in aule chiuse, seduti al banco, perlopiù in ascolto passivo. Per questo mi pareva tanto bella l’iniziativa di scuolabus a piedi, grazie alla quale, tempo fa, vedevo un gruppo di bambini e due adulti in pettorina gialla che percorrevano, a piedi appunto, un tragitto prestabilito verso la scuola con fermate e orari come, e meglio, di un mezzo pubblico.

Se non camminano i bambini, figuriamoci gli adulti. Ogni scusa è buona per prendere la macchina: la pioggia, i tacchi, la mancanza di tempo.

Di tutte le scuse che sento, due sono le principali ragioni per cui le persone non camminano. La prima ragione che viene ascritta è che camminare richiede troppo tempo.

Questo dipende solo da come consideriamo quel tempo, se il tempo dedicato al camminare lo mettiamo in bilancio come tempo perso o se invece lo mettiamo in bilancio come tempo guadagnato, come tempo dedicato a noi stessi, alla nostra salute fisica e mentale.

Qualche anno fa, l’Organizzazione mondiale della sanità lanciò lo slogan dei “10.000 passi al giorno” per stare bene: fu una campagna molto riuscita, anche se tante persone di passi ancora non ne fanno più di 3.000. Eppure ormai lo sanno anche i non medici che camminare aiuta a ridurre il livello di colesterolo “cattivo” nel sangue, ad abbassare la pressione arteriosa, e a controllare il peso. Camminare aiuta anche a dormire bene e tonifica l’umore (non mi pare poco!). Infine, nonostante tutti i giochi che promettono di stimolare il cervello (tipo brain training), ormai si sa che attività aerobiche come il camminare favoriscono la salute cognitiva: è vero per i bambini, per gli adulti ed è particolarmente vero per gli anziani (in particolare quelli che iniziano a sperimentare decadimento cognitivo).

La seconda ragione per cui molti non camminano è che sarebbe noioso. Ora, io non penso che camminare sia noioso, ma, comunque sia, alla noia si può mettere fine in vari modi, basta trovare la leva motivazionale giusta, sia essa fisica o mentale.

Se la leva della salute o l’obiettivo del dimagrimento può motivare qualcuno, allora concedetevi il lusso di un “motivatore” da tasca o da polso: contapassi, braccialetto da fitness o  smartwatch, a seconda di quanto si vuole spendere e quanto piace la tecnologia.

Io ho ricevuto in regalo un Fitbit Charge HR, con il quale misuro i passi e la distanza percorsa, le calorie bruciate, ma anche il numero di ore dormite, la qualità del sonno e il battito cardiaco. Posso sincronizzare tutti questi dati via bluetooth con il mio smartphone o consultarli dal computer. Ovviamente, il Fitbit mi dice anche l’ora (è anche orologio) e mi segnala, mediante vibrazione, eventuali messaggi o telefonate in arrivo (anche quando il mio telefono ha la suoneria disattivata). Tutte funzioni, queste, che si possono programmare e personalizzare. In teoria, questi strumenti hanno anche delle possibilità “social” (io non le ho attivate).

Ovviamente, sul mercato ci sono alternative al Fitbit: più tecniche, per i veri sportivi (come i prodotti della linea Garmin) e, in più, ci sono i prodotti tipo Apple Watch. Per chi vuole spendere poco o pochissimo ci sono i contapassi da tasca. Smartwatch, bracialetti fitness e contapassi possono essere anche un buon regalo per un adolescente pigro o per figli che vogliano migliorare la propria forma fisica, muovendosi di più.

Se la leva motivazionale del fitness non funziona, e serve quella intellettuale, i consigli sono altri. Non è affatto vero che camminare è noioso, dipende da cosa guardi e dipende da che compagnia scegli. Ma su certi itinerari c’è poco da guardare e certo non si può sempre stare in compagnia. Allora la tecnologia può venire in aiuto, dipende da cosa vi piace.

Io procedo ascoltando musica o, da qualche anno, sempre più lezioni, conferenze e podcast. La mia andata al lavoro prevede, come tempi, esattamente due TED Talks (delle conferenze TED ho scritto qua). Spesso ascolto una lezione tratta da un festival culturale (quello dell’Economia di Trento, quello delle Scienze o della Filosofia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, ad esempio).  Negli ultimi tre anni, però, ho ascoltato soprattutto i podcast di Freakonomics o i dibattiti Oxford-style di Intelligence Squared.

Di cosa si tratta? Vi tocca aspettare il prossimo post: la prossima volta parliamo di come un podcast può cambiarvi (in meglio) la vita!

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