Bambini e bambine: ma quante differenze!

educazioneglobale-bambini-e-bambineSono sempre colpita dall’immensa varietà delle personalità e dei modi di esplicarsi della mente umana. Sarà che quando nasce un bambino sembra che tutto avvenga o debba avvenire per tappe rigidamente predeterminate e che, quindi, il soggetto “neonato” sia prodotto in serie come un iphone o il cubo di rubik. A tre mesi il primo sorriso, a nove mesi i primi suoni bisillabici che sembrano parole (o lo sono: in genere “maaammm”), a 12 mesi più o meno i primi passi e via dicendo. Dopodiché, frullati via i manuali per la prima infanzia scopri che ogni figlio è un puzzle inestricabile di geni ereditati dai genitori, i quali, però, non sapevano neanche di essere portatori di questo o di quello (di orecchie a sventola, di occhi color nocciola o di ritardi nel linguaggio) per cui le leggi di Mendel, che sembravano tanto chiare quando studiate a scuola, non riesci più a calarle sul tuo cucciolo.

Alla mia età, non più proprio giovanissima e arrivata al terzo figlio, non mi sono ancora stufata della prima infanzia, della sua libertà e della sua grazia. Ancora mi stupisco del fatto che il mio terzo figlio se incontra sulla sua strada uno scarafaggio non reagisce subito disgustato ma lo guarda interessato e vorrebbe prenderlo per le zampette e portarlo a casa. Ancora mi incanta la sua narrazione di ogni lumaca che trova nel giardino della sua nuova bellissima scuoletta con il Reggio Approach e che trasforma la giornata in festa grande. E rido ancora quando, passeggiando per il quartiere, vuole fermarsi in estatica contemplazione davanti al meccanico a guardare con ammirazione orrendi motori (e le mani sporche d’olio di chi li aggiusta) dicendo con gli occhi lucenti “ohhhh….it’s so beautiful!!”.

No, non mi sono ancora stancata.

E non mi sono stancata neanche delle sue deliziose opere che arrivano ogni venerdì da scuola o che produce a casa.

Senonché, per pura curiosità, sono andata a confrontare la sua produzione artistica con alcuni disegni (ovviamente i più belli) che avevo tenuto delle sorelle, alla stessa età.

Ora, non c’è dubbio, al confronto, che le donne siano il sesso forte. La Storia deve averle oppresse per millenni perché qualche cavernicolo si doveva essere accorto di questo fatto, ossia che la tipa della caverna accanto anche se non altrettanto forte o altrettanto coraggiosa nel cacciare, lo surclassava, per il resto, in quasi tutto: accendeva il fuoco in un tempo minore, disegnava meglio le sue pitture rupestri, ricordava i sentieri verso gli alberi da frutta con femminile precisione, tutto questo mentre – la immagino – cullava il suo cucciolo e rassettava le pelli d’animali da indossare.

Insomma, lo sappiamo tutti, almeno per i primi venti anni di vita, le femmine sono avanti anni luce (c’è da chiedersi cosa succede dopo…).

All’età che ha ora il mio fanciullo, le sorelle scrivevano il proprio nome, riconoscevano tutte le lettere dell’alfabeto, completavano puzzle alla velocità della luce e, soprattutto, facevano disegni intellegibili e piacevoli in cui era possibile distinguere oggetti e soggetti ivi raffigurati: la mamma (che aveva “capelli lunghi e gialli”, ma anche collane, stivali e gonne sempre coloratissime), il papà, ma anche case, alberi, cani, nuvole, montagne e via dicendo.

I disegni di mio figlio, invece, salvo tentativi di riproduzione del volto umano che sembra uscito da un film di Dario Argento, sono un inesorabile groviglio di scarabocchi colorati. Non si capisce nulla, di base è sempre il solito disegno: uno scarabocchio.

La cosa bella, però – e l’unica per cui sono tentata di tenerne alcuni – è che l’insegnante, mentre lui disegna, gli chiede cosa rappresenti la sua opera e lo scrive sul foglio.

Così l’altro giorno è tornato con una decina di scarabocchi, a prima vista molto simili. Cambia l’entità del groviglio, i colori usati ma, insomma, veramente sembrano la stessa cosa.

Ma il titolo dell’opera rende l’opera buffa.

C’è uno scarabocchio particolarmente denso. Il titolo, scritto un paio di settimane fa dalla maestra australiana con la sua bella calligrafia in script è “This is all the rubbish that people throw out of the trash cans!” (insomma, ha disegnato la spazzatura che a Roma abbonda fuori dai cassonetti). Particolarmente comico diventa accostare quest’opera ad un’altra, eseguita lo stesso giorno. Lo scarabocchio è molto simile, solo un po’ meno denso.

Il titolo dell’opera è “my home”.

Insomma, i due disegni, quasi identici agli occhi di noi adulti e profani, raffigurano la spazzatura e casa nostra…

Un altro scarabocchio, con tanti puntini colorati, ha un titolo più poetico, si chiama “The world of baloons that flew away in all the cities like New York”. Insomma, i palloncini pieni di elio che sono sfuggiti alle mani dei bambini e viaggiano sui cieli delle città. Mio figlio ha ragione: ci deve essere un paradiso anche per i palloncini!

Solo ogni tanto il ragazzo fa qualche disegno distinguibile. Per esempio, finalmente un paio di mesi fa ha prodotto un volto su un corpo che pare umano. Il titolo (italiano) dell’immortale opera è “papà con le pantofole”. Ora, passi per il papà, ma le pantofole, se le trovate, mi fate un favore. Io non le vedo….

 

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