Cinque fatti che non conoscevi sulla storia della moda (e che è interessante sapere)

Perché chi ripara scarpe si chiama calzolaio, come se riparasse calze? Perché si usano espressioni come “è  tutto un altro paio di maniche”?

Le risposte a queste e molte altre domande (che vi tengo in serbo alla fine di questo post) sono contenute in un libro carino, sulla storia del costume e della moda, scritto da Alberto Marzo Magno.

Si chiama “Con stile. Come l’Italia ha vestito (e svestito) il mondo” e potrebbe essere il regalo ideale per una liceale che ama la storia e la moda e per tutte le persone curiose in tema di “usi e costumi”. In fondo la moda è uno dei tanti “modi” in cui si esplica la socialità dell’uomo e il gusto di un tempo e di un’epoca.

Marzo Magno non lo conoscevo. Non è uno studioso; veneziano, laureato in storia, nasce cronista, ma ora si occupa di libri di divulgazione storica e, devo dire, ci riesce.

Il titolo del libro, secondo me, non è azzeccato, anche perché non solo di Italia o di moda italiana si tratta; chissà, forse sarà stato imposto dall’editore per sfruttare l’onda di quello che è uno dei più importanti settori industriali nazionali.

Personalmente, non amo la moda e il moderno culto dello shopping. Nei grandi magazzini tipo Zara, che hanno reso lo stile dell’alta moda accessibile a tutte le tasche, si vedono spesso capi che non indosseremmo mai perché troppo vistosi o troppo scomodi, troppo balzani, troppo freddi d’inverno e caldi d’estate. Lustrini, paillette, bottoni gioiello, abiti neri e maculati con inserti d’oro o d’argento, borsette sbrilluccicanti, fantasie strambe. Sono ad un tempo affascinata e respinta da questo mondo che ti vomita addosso cose da acquistare, mi fa lo stesso effetto dei programmi televisivi sugli chef stellati, che maltrattano concorrenti ed utilizzano verbi come “impiattare” e “mantecare”, interessanti declinazioni della lingua italiana finché non hanno cominciato ad usarle tutti per darsi un tono.

Insomma: così come mi piace mangiare bene ma non cucinare (o veder cucinare!), trovo gusto più nel guardare la moda che nell’indossarla. Dovrebbe essere chiaro, quindi, che questo volumetto è più per curiosi che “fashionisti” (altra moderna parola infame).

Marzo Magno narra la storia del costume non per epoche ma per parti del corpo e relativo abbigliamento. Scorrono così, come in una sfilata, cappelli, guanti, calze, parrucche e accessori e poi tuniche, cappotti, gonne, pantaloni, scarpe. Scelta, questa, che rende il libro leggero e appetibile anche a chi non ama la storia e un po’ più scomodo per, invece, la ama (perché non si sa dove andare a recuperare informazioni su uno specifico periodo storico).

D’altra parte, una volta che avrete letto “Con Stile“, non guarderete più le vetrine dei negozi del centro con lo stesso occhio: un certo relativismo culturale e temporale avrà preso piede nella vostra mente.

Un relativismo che è sempre utile anche per guardare le culture “altre” dalla nostra con meno pregiudizi, dunque sempre utile ad un “cittadino globale”. Calze colorate? No, non fanno anni ’80 del ’900, ma rispecchiano anche la moda maschile della prima metà del XV° secolo. Mocassini con tacco a punta squadrata? Non somigliano forse agli scarpini degli uomini alle corte francese del ‘700?

Il libro ci racconta anche tutte le stranezze e le atrocità che la moda ha imposto e impone a uomini e donne: pozioni di bellezza ottenute con escrementi o animali morti, sofferenze causate da busti, panieri e crinoline, periodi in cui il buon gusto imponeva scarpe altissime (fino a mezzo metro), o strettissime, un paio di misure in meno, e apparire alla moda provocava sofferenze e svenimenti.

Qui vi racconto quelle che sono, secondo me, le cose più curiose o più interessanti. Pronti?

  1. In mancanza di chirurgia plastica, le persone si sono inventate per secoli le più varie protesi artificiali per conformarsi all’ideale di bellezza del proprio tempo. Le donne del Seicento indossavano seni artificiali di cartapesta ma gli uomini non erano da meno; un secolo prima, nel 1500, si imbottivano le calzamaglie sui polpacci e sulle natiche per sembrare più muscolosi.
  2. Il gusto in tema di colori è cambiato centinaia di volte nel corso dei secoli. Le parti sui colori degli abiti sono, infatti, quelle più interessanti del libro. Le grandi famiglie dell’Italia comunale adottavano i colori a mo’ di simbolo: l’oro per gli Sforza, il bianco e l’oro per i Medici a Firenze. Il rosso, che si afferma nel 1400, si ricava da una radice e si affianca al porpora (noto sin dall’antichità e usato dai fenici perché estratto da un mollusco), poi arrivano le varianti del rosso: il paonazzo (rosso scuro) e lo scarlatto. Secoli dopo, il rosso è ripreso per il pantalone delle forze armate francesi. Decisione infausta: i soldati francesi arriveranno alla prima guerra mondiale con i pantaloni rossi “capaci di renderli bersagli perfettamente visibili contro il fango delle trincee delle Fiandre. I tiratori tedeschi li impallinano come tordi”, ci dice Marzo Magno. Ma moda e guerra non sono mai andate molto d’accordo; facendo un balzo indietro di parecchi secoli si scopre che le scarpe a punta sono state responsabili della sconfitta in battaglia dei Cavalieri di Leopoldo III d’Asburgo contro la fanteria Svizzera nel 1386. Infatti, scesi di sella per combattere a piedi, i cavalieri si ritrovano i movimenti impediti dalle lunghe e scarpe e, anche se se le recidono a colpi di spada, ciò non basta e gli svizzeri riescono ad avere la meglio su di loro.
  3. Per tornare ai colori vi siete mai chiesti perché oggi la moda maschile è così ripetitiva e quella femminile più colorata? Il libro di Marzo Magno ci rivela in che modo si sia passati dal coloratissimo rinascimento ai vestiti noiosamente monocromi della nostra epoca. Il secolo più policromo è il 1400 e i colori delle stoffe sono simbolo di status: lo si vede dai quadri che sono colorati anche gli abiti maschili! E’ solo con la modernità che si adottano gli abiti scuri per gli uomini. Ciò è frutto di varie circostanze. Con il 1700 si affermano due stili: quello francese, ancora sfarzoso colorato ed elegante, e quello inglese, pratico e senza fronzoli, con abito scuro. Gli inglesi devono amministrare un impero e spostarsi in nave e hanno bisogno di praticità. L’abito maschile di oggi è il pronipote dunque dell’abbigliamento inglese e non francese, altrimenti l’uomo moderno forse avrebbe ancora i tacchi (alla corte del Luigi di Francia si portano) le camicie con pizzi e merletti e, magari, un velo di cipria. E però solo dall’ottocento che la moda maschile diventa una sorta di “non moda”, di eterno classico. Con l’Ottocento gli uomini cedono i colori definitivamente alle donne e si passa all’abbigliamento esclusivamente nero, grigio e blu. Il vestiario maschile diventa una uniforme borghese standard, con poche variazioni.
  4. Una curiosità: la parola ‘moda’ è recentissima: essa compare solo nel seicento, derivata dal francese. Prima si parlava solo di “fogge” nel vestire e i modaioli  (che oggi si definiscono con orrendo anglismo “fashionisti”) venivano definiti ‘foggiani’.
  5. Infine, se mi avete seguita sin qui volete sapere perché si dice calzolaio e perché “tutto un altro paio di maniche?” Quanto al calzolaio, nel medioevo donne e uomini indossano calze, ma sono calze che hanno le suole e dunque fungono anche da scarpe: ecco spiegato perché oggi per riparare le scarpe andiamo da un artigiano che si chiama calzolaio. “E’ tutto un altro paio di maniche” – invece – è un modo di dire che giunge direttamente dal medioevo ai nostri giorni. Le maniche, infatti, si staccavano dell’abito, in modo da poterle cambiare ed indossarne di pulite o più ricercate uscendo di casa. L’aspetto più carino di questo libro è la riflessione su come lo stile e l’abbigliamento abbiano influenzato il linguaggio. Così si può imparare, ad esempio, l’etimologia di coat: il cappotto viene dalla ‘cotta’, ossia la tunica che indossavano uomini, donne e bambini dall’alto medioevo e sino all’inizio del trecento (i ritratti di Dante Alighieri lo ritraggono proprio così, con una lunga tunica dritta (oggi si vestono così solo i preti…e neanche sempre).

Il difetto del libro – dal mio punto di vista – è lo stile non sempre impeccabile della scrittura, che non scorre elegante quanto, ad esempio, lo splendido libro che i fratelli Goncourt dedicarono alla donna nel XVIII secolo (il capitolo sulla moda e sulla bellezza delle donne nel 1700 francese è un capolavoro), ma insomma, forse sono rompiscatole, “Con stile. Come l’Italia ha vestito (e svestito) il mondo” si legge piacevolmente lo stesso.

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