Istruzioni per capire gli Inglesi (in piena Brexit)

Mentre gli inglesi tessono la tela della Brexit (e sembrano, per certi versi, disfarla di notte, come Penelope), esce (è uscito) un libretto assai divertente ma molto istruttivo sull’Inghilterra.

Si chiama ​“​Benvenuti in Inghilterra”, sottotitolo: “Istruzioni per l’uso ai tempi della Brexit”.

​Ai lettori più assidui di educazione globale l’autore di questo volumetto non suonerà nuovo; si tratta di Gianni De Fraja, docente di Economia alle università di Nottingham e di Roma “Tor Vergata”, esperto di economia dell’istruzione, economia del lavoro ed economia industriale. In passato ci ha spiegato, con dovizia di particolari, come si accede alle università del Regno Unito.

Quello delle differenze tra Italia e Inghilterra, del resto, è un tema ricorrente in tanti altri libri, come Italia yes, Italia no, che cosa capisci del nostro paese quando vai a vivere a Londra, di cui scrissi nel 2014.

Il fatto è che de Fraja vive in Inghilterra da più di 30 anni e, come tanti italiani all’estero, riceve una gragnuola di domande ricorrenti. ​“Benvenuti in Inghilterra”, quindi, nasce come una collezione di risposte alle domande che l’ospite italiano gli pone ciclicamente sull’Inghilterra, “specie l’ospite che voglia andare oltre la conoscenza dei luoghi comuni”, come gli autobus rossi (ne campeggia uno in copertina del libro), i taxi neri, il tè e altre varie amenità e “descrive senza spiegare” (in realtà spesso spiega) vari aspetti della vita in Inghilterra, classificati per argomento.

Il libro piacerà a chi gli inglesi li ama e anche a chi li odia, perché fornirà informazioni su cui basare entrambe i sentimenti. Piacerà ai curiosi del voto sulla Brexit, ai lettori delle sorelle Brontë e di Jane Austin, a chi gli inglesi li conosce senza capirli o non li conosce affatto e vuole farsi un’idea non superficiale di usi e costumi. ​​Non superficiale, perché, anche se il libro è una lettura leggera (ideale lettura per il rientro o come regalo di Natale…prendete nota!),​ De Fraja è economista e le sue affermazioni sono, quindi, data driven. Non mancano, talvolta, brevi spiegazioni e ricostruzioni storiche e giuridiche di certe caratteristiche culturali come, ad esempio, la nozione di proprietà privata degli inglesi o le differenze tra rectory e vicarage.

I proventi del libro – scritto da un “emigrante fortunato e intenzionale” – vanno in beneficenza e in particolare al Refugee Council, alla Croce rossa internazionale e a Medici senza frontiere, con l’idea di aiutare i disperati che ad emigrare sono costretti, dunque chi lo acquista contribuisce, anche in minima parte, ad una buona causa.

Il tema sullo sfondo è senz’altro quello, più attuale, della Brexit, il cui risultato, ci dice l’autore, “è stato determinato dal voto di un’enorme porzione dell’elettorato, che subirà danni profondi dalla separazione dell’Europa, e che ha scelto la Brexit per protestare contro un’élite considerata ostile, un’amorfa casta, rifiutandone le raccomandazioni per il solo motivo della loro provenienza, senza avere assolutamente idea delle possibili conseguenze dell’uscita” (p. 7).

Sulla spaccatura tra le due Inghilterra, quella verace dei Brexiteers e quella intellettuale dei Remainers, è stato scritto così tanto che sorvolo. Più divertente e curioso il modo in cui l’autore esamina, pagina dopo pagina, i vizi ma, soprattutto, le virtù di quello che Napoleone definì, con disprezzo, “un popolo di bottegai”.

Scuola e università

Scuola e università sono il capitolo che interesserà più il lettore di educazione globale.  Il sistema di istruzione inglese, dal lato dell’offerta, è estremamente sindacalizzato, ma diversamente dal nostro,  è fortemente anti-tradizionalista. Si ritiene che l’insegnamento debba essere adattato ai ragazzi, che ognuno abbia i suoi tempi e i suoi talenti da sviluppare, intellettuali e non. Comunque il docente inglese in media lavora 33 ore settimanali per 39 settimane l’anno, escluse le ore di correzione di compiti e preparazione delle lezioni. Non poco, dunque.

Il sistema di istruzione inglese è, inoltre, assai più meritocratico di quello italiano: malgrado le differenze di classe sociale e la selezione, da parte di alcuni strati della società, di costose scuole private, le persone chiaramente inette difficilmente possono avere carriere di successo (“il caso di Renzo Bossi, ci dice De Fraja, in Inghilterra è difficilmente possibile”).

De Fraja descrive poi l’iter scolastico inglese, l’articolazione dei cicli, che può variare anche tra una cittadina e l’altra, ma che, comunque, sforna alla fine del percorso ragazzi in media più giovani di otto mesi della scuola italiana.

Nella scuola pubblica tutto è gratuito: dai libri ai quaderni, dagli astucci alle matite. Fanno eccezione le uniformi scolastiche (che in Inghilterra hanno anche i ragazzi delle scuole pubbliche) che si trovano però a buon mercato in tutti i grandi magazzini (posso testimoniare io che ne sono grande acquirente: ogni volta che vado a Londra).

De Fraja racconta al lettore italiano il diverso concetto di classe che c’è nella scuola inglese rispetto a quella italiana: alla scuola primaria gli insegnanti non seguono la classe ma sono assegnati ad un anno specifico, c’è chi si occupa dei 5 anni, chi dei 6 anni, e così via. Dallo year 7, approssimativamente dalla nostra prima secondaria di primo grado (prima media), sono gli studenti e non i docenti che si spostano da un’aula all’altra per le varie lezioni.

Segue la descrizione di vari istitut​i​ che sono assenti nel nostro sistema scolastico: l’assembly (anche per i più piccoli), la common room (per gli studenti più grandi, per socializzare tra loro o per eventi pubblici in cui la scuola incontra componenti della comunità locale),  le parents evening (durante le quali i genitori e lo studente incontrano i docenti una sera al trimestre, nel secondo pomeriggio o fino alle 10 di sera!), il fatto che gli studenti siano divisi in ‘houses‘ (come le houses di Harry Potter, Grifondoro e Serpeverde), con una competizione annuale tra queste (non basata sulla magia, però!).

Altra questione riguarda l’assenza di bocciature nel sistema scolastico e la presenza di due distinte batterie di esami finali: i General Certificate of Secondary Education o GCSE, che si sostengono a 16 anni e segnano la fine della scuola dell’obbligo e i GCSE di livello Advanced, noti come A-levels, che sono poi quelli che consentono, a seconda della quantità e della qualità delle materie  sostenute, di entrare all’università.

Il voto che si può prendere sia ai GCSE, sia agli A-levels va da A* (diciamo A con lode, il massimo)  ad E (che è un ‘fail’).  Tuttavia il livello di approfondimento dei GCSE (e l’equivalente internazionale denominato IGCSE, che sostengono ora molti ragazzi italiani nei Licei Cambridge International) è molto diverso da quello degli A-levels . Tra i primi e i secondi c’è un vero e proprio salto. Per questo motivo, ci spiega l’autore, ​c​on un po’ di intelligenza e di impegno si supera facilmente un GCSE e sono sufficienti 5 GCSE con votazione di almeno C (purché comprendano le materie di inglese e matematica) per terminare, a 16 anni, la scuola dell’obbligo. I ragazzi che proseguono la scuola superiore sostengono, invece, anche 10 o 12 GCSE. Inoltre, l’ammissione all’università inglese è basata sul possesso degli A levels.

In teoria, le università valutano gli studenti sui tre A-levels in cui gli studenti stessi abbiano ottenuto risultati migliori. Per studiare certe materie universitarie, serve aver ottenuto degli A-levels buoni o ottimi in certe materie. Non accedi a medicina se non hai un A-level di chimica e non ti prendono ad economia se non hai superato matematica. Si aggiunga poi che, ad università top-tier come Oxford e Cambridge e, più sotto nella gerarchia accademica, ad Imperial College per le scienze o alla London School of Economics per le scienze sociali ed economiche, si presentano ragazze e ragazzi che hanno sostenuto anche 9 A-levels con ottimi voti.

La conseguenza interessante della gerarchia delle università inglesi, che non sono tutte allo stesso livello qualitativo, è che, come negli Stati Uniti, anche in Inghilterra non conta tanto e solo quale materia uno scelga di studiare (benché ingegneria o fisica diano più opportunità di lingue o sociologia) ma in che università si è studiato. De Fraja, da economista dell’istruzione, ci spiega la teoria di Michael Spence, ossia il valore segnaletico dell’istruzione. Provenire da una università competitiva vale più dell’aver studiato la materia “giusta”. Così, dice De Fraja, una laurea in lingue ad Oxford vale più di una in ingegneria a Derby. Dunque​,​ se riesci ad accedere ad​ una università molto selettiva puoi lavorare anche in un campo molto diverso da quello per cui hai studiato. Ragazze e ragazzi entrano in finanza o nella consulenza manageriale dopo aver studiato “Classics” a Cambridge o linguistica ad Oxford.

La disamina dell’accesso all’università fa comprendere, penso, come quello inglese sia un sistema che favorisce la crescita e l’autonomia degli studenti. A diciotto anni finisci le superiori (e già sai dai 16 anni che, se vuoi continuare a studiare, l’unica strada è superare gli esami), a 21 ti laurei e, con un mercato del lavoro più flessibile in uscita ma anche in entrata, rapidamente ti collochi. Ecco perché gli inglesi raggiungono ad una età più precoce degli italiani certe posizioni professionali ma anche un’autonomia famigliare. Quando inizi a lavorare a 21-22 anni e vivi con altri studenti da quando ne avevi 18, è facile e spontaneo diventare presto genitore.

Il cibo e la tavola

Il capitolo sugli inglesi a tavola tocca temi come il rito del tè e la complicata scelta semantica che segna le differenze tra gli inglesi U e gli inglesi non-U (dove U sta per Upper, ovviamente class).  Così potrete districarvi tra termini come tea e supper, lunch e dinner. Questi ultimi due non sono per tutti pranzo e cena; “dinner”, in realtà, è solo il pranzo più consistente della giornata e varia tra una classe sociale e l’altra. Un idraulico potrebbe quindi consumare il suo “dinner” a mezzogiorno e fare un altro pasto alle 5, il tea. Quanto al supper, è una cena più leggera del normale e si consuma di solito la domenica, quando, si presume, si è consumato, in famiglia, un pranzo più abbondante. Ciò mi spiega, finalmente, come mai nel periodo trascorso ad Oxford per il mio Master’s Degree, la domenica pomeriggio, verso le 6, venisse servito il supper, pasto ancora più triste e striminzito dei normali dinner che si consumavano gli altri giorni verso le 7.

​Se poi volete districarvi con altre complicate terminologie ​(​che non sempre equivalgono a quelle italiane!)​ vi sarà spiegato come dovete vestirvi se vi viene indicato di presentarvi ad una cena in lounge suit, black tie, dinner suit o white tie, o perché in Devon una signora che non conoscete vi ha chiamato my love o, addirittura, “my lover” anche se non siete “amanti”​.

​Tornando alla cucina, nelle pagine del capitolo “a tavola” si affronta anche la recente moda degli chef che, con Nigella Lawson e Gordon Ramsey,​ ha ricollocato anche l’Inghilterra tra i paesi dove si può mangiare molto ​​bene (ma anche, come tutti sanno, veramente molto male). La cosa che più mi ha colpito più del libro, tra tutte, è però la scoperta che il con​s​umo pro-capite di bevande alcoliche in Inghilterra è minore che in Italia. Ma come? Tutti quei pub crowl di venerdì e sabato sera, cui seguono orde di r​a​gazzi – e non solo – totalmente​te ubriachi ad ogni angolo delle strade? De Fraja ci dice invece che “la media del consumo di alcol nasconde (…) una sostanziale differenza nella distribuzione da un individuo a un altro e, per un dato individuo, nella distribuzione da un giorno  all’altro”. Come dire: quando gli inglesi bevono lo fanno sino a sbronzarsi, a volte sino all’incoscienza, ma in realtà consumano meno alcol di quanto sembri.​ Prendo atto.

​La stessa cosa, ma con meccanismo inverso – può dirsi della pioggia. Questa la sapevo, ma quando la scoprii fu una sorpresa​: ​non è vero che in Inghilterra piova così tanto! In Inghilterra piove grosso modo quanto in Italia, è solo che da noi ci sono luoghi e mesi in cui non piove mai e quando piove lo fa tutto insieme (i nubifragi di Genova o di Roma insegnano) e invece in Inghilterra piove molto spesso, ma molto meno. Per questo non è sempre così diffuso l’uso dell’ombrello ma lo è quello del cappello.​

Usi, costumi e luoghi comuni

Una parte del libro affronta i luoghi comuni sugli inglesi, che De Fraja passa in rassegna per confutarli o confermarli. E’ vero che gli inglesi non sciacquano i piatti? E’ vero che sono eccentrici? E’ vero che in Inghilterra piove tanto? E’ vero che gli inglesi guidano male? E’ vero che in Inghilterra si mangia male? E’ vero che gli inglesi sono ossessionati dalle classi sociali?

​Molte delle risposte le ho già anticipate e tanti altri luoghi comuni o abitudini nazionali sono disseminati qua e là, dalla caccia alla volpe, all’amore per i cappelli, per le tradizioni, per il tè e il rapporto con la casa regnante, e tutte le altre questioni che sono ritenute, a torto o a ragione, vere o proprie caratteristiche nazionali. Chiunque abbia passato un po’ di tempo in Inghilterra, anche solo per un corso per imparare l’inglese, si sarà formato una qualche convinzione e potrà divertirsi a confrontare i propri ricordi anche per, se il caso lo richiede, sfatare certe sue convinzioni errate.

Comunque, quanto ad eccentricità, gli inglesi non hanno pari: ad esempio nel Gloucestershire, si tiene annualmente l’olimpiade di rotolamento del formaggio (il Gloucester, ovviamente) in cui una forma di formaggio viene fatta rotolare giù per un sentiero molto ripido e i concorrenti cercano di prenderla (potremmo provarci noi italiani con il grana padano o il parmigiano reggiano, ma non in pianura padana…).

L’economia, l’amministrazione e la politica.


Se negli altri capitoli l’autore ha descritto più che altro le caratteristiche della sola Inghilterra, il capitolo sull’economia considera il Regno Unito nel suo complesso, dato che le fonti statistiche riguardano il paese tutto.

Quattro quinti del PIL del Regno Unito sono determinati, non sorprendentemente dai servizi. Quanto all’industria, i prodotti di cui è esportatore netto sfatano luoghi comuni: al primo posto gli aeroplani poi prodotti scientifici e fotografici e bevande alcoliche.

La popolazione totale del Regno Unito è quantitativamente simile a quella dell’Italia, ma, nella composizione, assai più giovane. La cifra che più colpisce (ma, ahimè, non sorprende) è quella che riguarda la disoccupazione giovanile: tra i giovani dai 15 ai 24 anni è il 43% in Italia e solo il 17% nel Regno Unito. L’effetto della disoccupazione si riflette sul tasso di povertà (30% degli italiani sono sotto la soglia di povertà, contro il 15% della popolazione del Regno Unito).

Anche il sistema giuridico e amministrativo se sono efficienti, aiutano le attività economiche​, come hanno illustrato, con ragionamento a contrario, due studiosi (Daron Acemoglu e James A. Robinson nel libro “Perché le nazioni falliscono”,  nel quale si comparano “istituzioni inclusive” e “istituzioni estrattive”).​ Ebbene, l’efficienza inglese è cosa ben nota a chiunque abbia dovuto sbrigare pratiche nel Regno Unito.

​Quanto alla politica, sono tanti gli aspetti che suscitano ammirazione: il voto dei deputati in Parlamento è pubblico e non segreto come in Italia; i deputati lavorano moltissimo e devono essere presenti in Parlamento obbligatoriamente, hanno stipendi dignitosi ma non privilegiati; passano i venerdì ed i sabati ad “audire” i desideri dei votanti del proprio collegio.

Accanto all’ammirazione, però, c’è anche lo sconcerto: il voto sulla Brexit insegna, come diceva mio suocero, che il momento del cretino viene per tutti. L’arzigogolata e diabolica strategia che David Cameron aveva concepito per mettere in un angolo gli anti-europeisti del suo partito ha agito come un boomerang.

Cameron avrà imparato bene la lezione contenuta in una tipica espressione  inglese: “careful what you wish for, because you might get it!”.  Purtroppo, fra quelli che ne subiranno le conseguenze del suo whishful thinking ci siamo anche noi, insieme a milioni di altri cittadini europei.

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