Come tirar su 12 figli (e insegnare loro qualcosa)

Crescere un bambino ci dà la possibilità di assistere in diretta a come si sviluppa l’intelligenza umana. Le domande dei nostri figli ci incalzano e ci mettono in difficoltà, perché nulla per loro è scontato.

“Se il sole brucia, perché non produce fumo?” ha chiesto una volta una bambina di otto anni alla mamma, la quale non sapeva bene da dove iniziare a rispondere. E se i perché dei bambini ci sembrano troppi, bisogna ricordare che sono anche preziosi. Il periodo dei perché finisce bruscamente, poi subentra l’adolescenza e la curiosità sembra svanire del tutto.

Cosa può fare il genitore che intende creare un ambiente favorevole allo studio, all’apprendimento e allo sviluppo intellettuale dei figli? Ogni genitore ha il suo modo di sfruttare questa finestra temporale di enorme curiosità dei figli.

Mentre riordinavo dei libri me ne è tornato in mano uno che conosco molto bene e che racconta la storia di una famiglia di tanti anni fa.

È una storia vera, di un padre e di una madre e della loro famiglia nell’America tra la fine dell’ottocento e i primi decenni del ‘900. Il padre, Frank Bunker Gilbreth (1868-1924) era un ingegnere, noto per i suoi studi sulla economizzazione dei movimenti del settore industriale e sull’efficienza aziendale. Sua moglie ed, in seguito, partner professionale, Lillian Moller Gilbreth introdusse la psicologia nella gestione industriale.

Diventando genitori, Frank e Lillian, iniziarono ad applicare i loro metodi di gestione scientifica anche in casa, talvolta in modo veramente poco ortodosso. Anticonformisti ed inconsueti furono i loro metodi educativi; del resto una qualche disciplina era necessaria se, nell’arco di diciassette anni, i Gilbreth ebbero ben dodici figli. Ed anche se andarono tutti a scuola ebbero, in casa, un generoso rinforzo di “homeschooling“.

La storia di questa straordinaria famiglia è diventata celebre perché è stata narrata da due dei figli, in un celebre libro. Il libro si chiama Dodici lo chiamano papà (Cheaper by the dozen), di F. B. Gilbreth, Jr. ed E. Gilbreth Carey.

Dal libro fu tratto un altrettanto celebre film, girato negli anni ’50, che porta lo stesso nome. Sia il libro che il film ebbero grande successo, tanto da avere anche un sequel (Belles on Their Toes).

Il film fornisce una versione hollywoodiana, edulcorata quando non sdolcinata, di quella che fu, per i 12 ragazzi, un’infanzia particolare. Per questo varrebbe la pena di procurarsi il – quasi introvabile – libro.

I Gilbreth, tayloristi anche nel privato, introdussero un sistema per rendere efficienti al massimo sia la cura e l’igiene personale che i lavori domestici, cui ogni membro della famiglia (anche i bambini più piccoli) doveva contribuire, in base all’età.

Sulle porte dei bagni erano appese tabelle e grafici in modo che anche i bambini più piccoli potessero registrare, ogni mattina, se si erano lavati i denti, pettinati i capelli o avevano rifatto il letto. Oggi queste “chore charts” (tabelle degli impegni) sono cosa ben nota negli Stati Uniti e si possono comprare nelle librerie o nei supermercati (si trovano anche su Amazon), già dotate di adesivi a forma di stella o di smile per premiare i bambini.

Il padre si divertiva a filmare i componenti della famiglia nelle più svariate attività, per analizzare i movimenti compiuti e trovare il modo più rapido ed efficiente per svolgere un qualsiasi tipo di compito, dal lavare i piatti all’abbottonarsi la camicia.

Un apposito “consiglio di famiglia” si riuniva una volta alla settimana per assegnare eventuali lavoretti, regolarmente retribuiti. In queste occasioni, i bambini, come in una vera gara d’appalto, presentavano offerte in busta chiusa per eseguire lavori speciali come, ad esempio, dipingere la palizzata del giardino: chi prestava il proprio lavoro al prezzo più basso vinceva l’appalto e si aggiudicava l’incarico.

La storia di  Dodici lo chiamano papà è però anche la storia degli inconsueti metodi didattici che i genitori adottarono per sviluppare le conoscenze dei 12 figli.

Con un sistema per il tempo avveniristico, Frank Gilbreth installò dei grammofoni nei bagni, dotati di lezioni di lingua francese e tedesca. Chiunque fosse andato in bagno, per qualsiasi motivo, doveva accendere il grammofono. Per quanto fossero altri tempi, la cosa, come si può immaginare, non fu accolta con piacere dai figli: ci furono proteste e polemiche. Alla fine, tuttavia, tutti si abituarono ad accendere meccanicamente il grammofono entrando in bagno. L’inconsueto metodo dette i suoi risultati: tutti e dodici i figli impararono così, nel modo più strano e innaturale possibile, due lingue straniere, qualcosa di assolutamente straordinario per l’epoca (parliamo del 1910 circa!), se si pensa che ancora oggi molti americani non hanno alcuna propensione per le lingue straniere.

Un’estate, per insegnare ai figli il codice morse (oggi potremmo fare lo stesso con il javascript o altri linguaggi informatici..), Frank Gilbreth dipinse sui muri della casa delle vacanze i simboli del codice e preparò una serie di indovinelli a premi per chi li avesse decifrati. In tutta la casa, su ogni muro e persino sul soffitto, era scritto un indovinello in codice morse: iniziò così una sorta di caccia al tesoro che durò tutta l’estate. I bambini dovevano andare da indovinello a indovinello e decifrarli per scoprire dove era nascosto il premio. Inutile dire che, alla fine dell’estate, tutti i bambini (salvo quelli ancora neonati) avevano imparato il codice morse.

Gilbreth, inoltre, insegnò ai figli dei metodi di calcolo rapido, sui quali i ragazzi e anche i bambini più piccoli venivano interrogati nei momenti più inattesi. Appresero l’aritmetica senza sforzi, tanto che, vari tra i figli, a scuola furono assegnati a classi più avanzate rispetto alla loro età. Non l’anticipo scolastico, ma un vero e proprio salto di classe.

In un’America ancora povera mandare 12 figli all’università non era affatto uno scherzo. I Gilbreth andarono tutti al college; probabilmente anche grazie al supplemento di educazione che ricevettero in casa.

Ma forse la lezione più indelebile che si trae da questa storia è il coraggio dell’anticonformismo, che oggi è – tristemente – merce rara.

 

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