Perché la demografia è importante e come può dirti molte cose sul futuro dei tuoi figli

Chi viaggia, soprattutto fuori dall’Europa (e con l’eccezione del Giappone), non può non averci fatto caso.

Ovunque uno vada, per musei, dentro i bar, passeggiando per strada, la sensazione è quella di essere circondati  principalmente da giovani. Che siamo un paese con una crescita demografica minima è ormai universalmente noto; lo sappiamo dai discorsi degli economisti, dalle difficoltà del nostro sistema pensionistico e persino dal fiorente mercato del lavoro delle badanti.

Le amiche più giovani di me, che mi leggono tra una poppata e l’altra e spingono passeggini nei parchi italiani, ne hanno minore percezione, ma la foto di famiglia della società italiana è invertita rispetto a quella della famiglia italiana di un secolo fa.

La famiglia italiana ieri ed oggi

Prendete una famiglia italiana media, nella sua dimensione allargata, dunque includendo anche zie e zii, nonne e nipoti e la quantità di adulti è almeno doppia rispetto a quella di bambini. Ora provate a cercare e rivedere – o vedere per la prima volta – un bel film di Ettore Scola che si chiama proprio La famiglia, con una parata di attori magnifici (Vittorio Gassmann, Stefania Sandrelli, Fanny Ardant, Athina Cenci e molti altri). E’ un film uscito nel 1987 in cui il protagonista è seguito per quasi un secolo, dal suo battesimo, nel 1906, fino all’ottantesimo compleanno. Provate a comparare la vostra famiglia con la famiglia protagonista del film, cui viene scattata una foto all’inizio della pellicola stessa. La differenza è eclatante.

Quella differenza tentò di mettere in luce nel 2008 Piero Angela con un libro dei suoi, scritto con Lorenzo Pinna, piacevolmente facile e perciò divulgativo, ma molto ben fatto.

Un libro dal titolo senza mezzi termini: “Perché dobbiamo fare più figli“, che, a pagina 25 contiene un disegno molto suggestivo (e poi commentato da più seri grafici nelle pagine successive). Questo disegno compara l’ipotetica “foto di famiglia” scattata sui gradini di una chiesa, dopo due matrimoni immaginari: uno del 1951 e uno del 2007, con gli anziani alle spalle, in cima alla scalinata, e i più giovani e i bambini in basso.  Ebbene, la famiglia del 1951 formava una piramide dritta: pochi anziani in cima alla punta e molti giovani e bambini alla base. La famiglia del 2007 illustrata nel volume era tutta al contrario e finiva per formare una piramide invertita: pochissimi bambini e giovani sulla punta e una base larghissima di anziani.

Dal 2007 sono passati dieci anni e la situazione è ulteriormente peggiorata. Leggo dai dati Istat che la fecondità totale delle donne residenti in Italia nel 2016 è scesa ancora, a 1,34 figli per donna (da 1,35 del 2015); ciò è dovuto al calo delle donne in età feconda per le italiane e al processo d’invecchiamento per le straniere. Le donne straniere residenti in Italia hanno avuto in media 1,95 figli nel 2016 e le italiane sono rimaste sul valore del 2015 di 1,27 figli. Insomma, persino il contributo delle donne straniere va scemando. Del resto chi può dar loro torto? Arrivano in un paese con pochi servizi e aiuti per le famiglie e dove non vige neanche lo ius soli per i bambini nati in Italia.

Perché le donne in Italia non fanno figli? Non è che non li vogliano, è che spesso non posso permetterseli: tra mancanza di lavoro (rispetto ad altri paesi europei, l’occupazione femminile in Italia è sempre stata più bassa che altrove, pur a fronte di una migliore preparazione culturale delle donne rispetto agli uomini), pochi servizi pubblici di aiuto alla maternità e scarsa collaborazione da parte di mariti e compagni, arrivano tardi a fare il primo figlio e spesso si fermano a quello. La tipica donna italiana riesce a fare un solo figlio (quando ne vorrebbe, magari, due) o al massimo due (ma ne vorrebbe tre). Insomma, stando alle statistiche, la maggior parte dei genitori che mi leggono hanno probabilmente uno o due figli e non tre o quattro.

Per raggiungere alta natalità servono servizi alla famiglia, redistribuzione dei carichi di lavoro famigliari su entrambi i coniugi (che ora gravano in modo sproporzionato sulle donne) e maggiore occupazione femminile.  Quest’ultimo può apparire un paradosso ma non lo è. Nei paesi nordeuropei con generoso welfare le donne sono più occupate e fanno più figli che nel nostro meridione familista. Il fatto è che, quando i genitori si sentono fortemente responsabili per il futuro dei loro bambini, ci pensano molto di più prima di metterli al mondo e spesso finiscono per rinunciare. Soprattutto nelle situazioni, tipo quella italiana, in cui non vi sono efficaci politiche pubbliche di sostegno a chi deve allevare figli.

La demografia è il destino

Ma cosa ci importa? Il mondo è comunque sovrappopolato e l’ambiente è innegabilmente in pericolo. Pertanto, specie chi, come me, ha tre figli potrebbe anche affermare a questo punto: “io il mio contributo l’ho dato, e i problemi demografici non m’interessano”. E qui, credo, sbaglierebbe.

La demografia deve interessarci e ora tento di spiegare perché la penso così. Premetto che demografa non sono, mi sono avvicinata a questa disciplina così squisitamente quantitativa grazie ai chiarissimi articoli di stampa di un luminare, Massimo Livi Bacci, un grande demografo ma anche un eccellente divulgatore, e mi si è parato davanti agli occhi improvvisamente un mondo di cui penso di aver intuito almeno i contorni.

La demografia è il destino è una suggestiva frase attribuita, forse erroneamente, al filosofo positivista Auguste Comte; fatto sta che in nessun’altra disciplina si può affermare, come si fa per la demografia, che vedere il presente è veramente predire il futuro.

In altre parole, l’aspetto affascinante della demografia è che, tra tutte le previsioni, quelle demografiche sono quelle più probabili, perché le tendenze demografiche ci mettono una generazione a cambiare.

Anche gli economisti, come i demografi, formulano spesso previsioni sul futuro; del resto demografia ed economia sono spesso interrelate tra di loro. Tuttavia se l’economia di un paese può mutare in modo repentino, sia in meglio (ad esempio per via del progresso tecnologico o per la scoperta di nuove fonti di energia), sia in peggio (ad esempio, per una guerra o una rivoluzione), la demografia è assai più lenta ad adeguarsi.

Osservando il tasso di crescita di una popolazione, si può predire con sufficiente precisione qualcosa del futuro di un paese. Certo, vi sono altri fattori che possono cambiare drasticamente in poco tempo la demografia: non tanto le migrazioni, quanto le guerre, le grandi epidemie oppure una riduzione drastica della mortalità con la scoperta di nuovi vaccini. Ma in paesi industrializzati in cui la mortalità infantile è, fortunatamente, già bassa e in cui sono diffuse buone condizioni sanitarie ed alimentari, la compagine della popolazione non muta in modo repentino da un giorno all’altro.

La situazione della popolazione nel mondo

La popolazione mondiale si è più che triplicata negli ultimi 70 anni, ed è destinata a crescere, secondo l’ONU sino a 9.8 miliardi di persone 2050.  Numeri incredibili se si calcola che c’erano circa un miliardo di essere umani nel pianeta nell’anno 1800.

Del resto, noi non siamo come alcuni mammiferi, che istintivamente riescono a mantenere costante la loro popolazione. Per qualche motivo la specie umana è priva di meccanismi naturali di controllo della sovrappopolazione e deve ricorrere a meccanismi culturali. Alcuni di questi “meccanismi culturali” di controllo della popolazione ci fanno accapponare la pelle: nelle tribù nomadi di cacciatori–raccoglitori, in tempi difficili o in caso di nascite gemellari, è sempre stato in uso l’infanticidio perpetuato dalla stessa madre, subito dopo il parto. Il motivo è semplice: in una tribù nomade la madre non può portare in braccio più di un bambino alla volta e avere sufficiente latte per nutrirne più d’uno alla volta, specie calcolando che è frequente un allattamento a richiesta prolungato (sino ai 4 anni circa del bambino) e frequenti spostamenti con lunghi tratti a piedi. Lo racconta, in modo molto efficace Jared Diamond, il geografo dallo straordinario talento multidisciplinare, nel libro The World Until Yesterday, What can we learn from traditional societies? (p. 177 della versione in lingua originale, qui quella italiana: Il mondo fino a ieri. Che cosa possiamo imparare dalle società tradizionali?). Nel mondo industrializzato esiste l’aborto e, la molto più accettabile contraccezione. Tuttavia, anche la cultura non sempre basta a controllare la popolazione, perché la pianificazione delle nascite è (fortunatamente!) una decisione più individuale o famigliare che collettiva.

Attualmente piùdi un miliardo di persone soffre per la mancanza di un’adeguata quantità dicibo, conconseguentealto tasso dimortalità infantilee una vasta gammadi problemi dimalnutrizionetra i neonati, bambini, ragazzie adulti. Di sicuro lo sviluppo economico sembra essere la cura più adeguata non solo per la povertà ma anche per la sovrappopolazione.

Nel frattempo siamo allora troppi? Il pianeta sarà in grado di sfamare una popolazione in continuo aumento? In realtà sembra che il tasso di crescita della popolazione mondiale stia rallentando (il picco di crescita – pari al 2% l’anno – infatti, si è registrato negli anni ’60 del ‘900) ma non si può ancora sapere se la popolazione mondiale alla fine si fermerà, raggiungendo un determinato “plateau”. Sono quesiti cui è difficile rispondere persino per i demografi.

Popolazioni giovani e popolazioni anziane?

Se un paese ha una grande crescita della popolazione all’inizio, quando la generazione più numerosa è nella sua infanzia, lo Stato si vede costretto ad investire pesantemente nell’istruzione e nelle altre risorse di cui necessitano i nuovi nati. Così era la situazione in Europa negli anni ’50, in Asia orientale negli anni ’70 e in Africa. Ma quando la generazione numerosa cresce e, si spera, entra nella forza lavoro, il paese beneficia di un “dividendo demografico”. Con molti adulti economicamente attivi si ha un periodo di famiglie più piccole, di redditi crescenti, classi medie più grandi, di aspettativa di vita in rapida crescita. Questa è stata la situazione in Europa dal secondo dopoguerra agli anni ’70 del ‘900 e in gran parte dell’Asia orientale nel 1980-2000.

Dopo di ciò, la “generazione numerosa” va in pensione e il dividendo diventa una responsabilità. Ci sono sproporzionatamente più anziani che hanno bisogno del sostegno della generazione meno nutrita che viene dopo. Questa è già la situazione in buona parte dell’Europa (ma peggio in Italia e Germania) e forse anche negli USA per gli anni 2010-40 e potrebbe esserlo in Asia orientale più tardi, nel 2030-50.

Una popolazione stabile: il “livello di rimpiazzo”

Se non consideriamo lo scenario globale e cominciamo a prendere in considerazione i singoli continenti, poi i singoli paesi (tra poco arriviamo all’Italia, un po’ di pazienza!), possiamo essere più precisi, almeno per quello che riguarda il futuro più prossimo: quello dei nostri figli.   Infatti, come accennato più sopra, mentre nel continente africano la popolazione continua ad aumentare, in Asia comincerà ad arrestare ed in Europa lo ha già fatto.

Quando la crescita della popolazione si arresta di colpo, non si mantiene il livello di rimpiazzo e la popolazione di un paese invecchia. Ma cosa vuol dire “livello di rimpiazzo”? In parole povere vuol dire che, se ogni coppia di genitori avesse due figli, i figli rimpiazzerebbero i genitori (in realtà il livello di rimpiazzo è di 2,1, che tiene conto, a livello statistico, della possibile mortalità infantile).

Quando in un paese la popolazione è a livello di rimpiazzo, questa rimane stabile, fatto salvo il fattore migrazione, che può cambiare l’equilibrio della popolazione. Inoltre, il livello di rimpiazzo consente di mantenere stabile anche il rapporto tra le generazioni, ossia il rapporto tra la quantità di bambini, giovani, persone mature e anziane e, dunque, l’età media della popolazione che vi abita. Con ciò non si vuole necessariamente affermare che il livello di rimpiazzo sia un optimum, ma solo che più ci si allontana da questa percentuale dei due figli per donna e più la popolazione è soggetta a cambiamenti repentini (positivi o negativi, a seconda dei casi).

Di sicuro c’è che le diminuzioni o gli aumenti drastici della popolazione creano squilibri per generazioni, in un senso o nell’altro.

Le possibili conseguenze della situazione demografica italiana

 

Ma l’invecchiamento della popolazione è sempre negativo? In realtà è un fenomeno positivo: è la conseguenza di un tenore di vita migliore e di alcuni cambiamenti epocali ma semplici, dalle fognature, all’acqua potabile, dalle regole elementari di igiene (come lavarsi le mani con il sapone), all’utilizzo di vaccini ed antibiotici.

E’ comunque un fenomeno nuovo nella storia dell’umanità: ai tempi dell’uomo di Neanderthal la vita media durava 29 anni e, verso, la fine del 1800 non si era allungata molto di più. Si può quindi affermare che in nessun altro momento come in quello presente, le società umane hanno avuto un’aspettativa di vita così lunga e un così alto numero di membri anziani (J. Diamond, Il mondo fino a ieri. Che cosa possiamo imparare dalle società tradizionali?).

In alcuni paesi, tuttavia, l’invecchiamento della popolazione sta toccando punte estreme: l’Italia è uno di questi.

Dai dati Istat leggo che ormai l’età media delle donne al parto è di 31,7 anni. La vita media per gli uomini raggiunge 80,6 anni (+0,5 sul 2015, +0,3 sul 2014), per le donne 85,1 anni (+0,5 e +0,1).

Utilizzando uno dei rapporti delle Nazioni Unite sulla popolazione mondiale, il settimanale inglese The Economist (che tanto consiglio di leggere!) proponeva, nell’agosto del 2011 (The Economist, 27 Agosto 2011, p. 50), alcune proiezioni relative al futuro nei vari paesi.

L’esercizio di stile dell’Economist mostrava candidamente che, agli attuali tassi di crescita, intorno all’anno 3060, la popolazione italiana dovrebbe scomparire, insieme alla popolazione del Giappone e dell’Austria!

L’invecchiamento della popolazione comporta svantaggi e vantaggi: e qui arriviamo alla interrelazione tra demografia, economia e, aggiungo, politica.

La demografia ha una grande influenza sulla crescita economica perché, come ho scritto più sopra, la presenza di un gran numero di adulti di età lavorativa aumenta la forza lavoro, mantiene i salari relativamente bassi, aumenta i risparmi e aumenta la domanda di nuovi beni e servizi. Ovviamente questo dividendo demografico non genera automaticamente la crescita; la questione è se il paese possa mettere una forza lavoro in crescita per un uso produttivo.

Gli svantaggi di una popolazione più anziana sono già sotto i nostri occhi. Il welfare, ossia lo stato sociale, diventa progressivamente insostenibile. Il primo campanello d’allarme è costituito dagli squilibri dei sistemi pensionistici. Se i giovani lavoratori sono pochi e gli anziani pensionati sono tanti, chi paga per il mantenimento (pensione) e le cure mediche (sanità) dei secondi? Una soluzione è che lo Stato s’indebiti. Per molti decenni, in Italia (ma anche in altri paesi) la spesa pubblica per garantire servizi sociali era stata sostenuta trasferendo una parte del costo sulle generazioni future.

In un contesto di scarsa crescita economica e demografica, il peso imposto sulle generazioni future era minimo perché costoro erano più ricche e numerose. Ma se l’economia non cresce e di figli se ne fanno pochi questo trasferimento diventa difficile, se non impossibile (perché le nuove generazioni sono meno numerose e non necessariamente più ricche delle vecchie). Alla fine, in questo dare troppo o dare troppo poco, c’è almeno una generazione che rimane – mi si perdoni il termine – “fregata” e che deve pagare il debito contratto da quelle passate.

Si potrebbe pensare che se i giovani sono meno hanno più opportunità di trovare lavoro e le aziende se li litigano. Invece non è così! Anzi è il contrario. Il secondo svantaggio è che una popolazione più anziana non aiuta la crescita economica (perché molte persone anziane non sono più attive nel mondo del lavoro) o l’innovazione (perché, con l’età, decresce la capacità di inventare cose nuove e la rapida obsolescenza delle tecnologie rende inservibili molte conoscenze della popolazione più anziana).

Minore innovazione e grande sbilancio pensionistico vuol dire anche che, come ormai ben sappiamo, per pagare il sistema pensionistico non si pagano servizi alla famiglia. Più concretamente, meno bambini e più anziani vorrà dire, ad esempio, che chi studia medicina avrà più possibilità di specializzarsi in geriatria che in pediatria, che avremo bisogno di più badanti che insegnanti, perché la popolazione scolastica continuerà a diminuire.

Prima di deprimersi, però, bisogna ricordare che l’invecchiamento della popolazione, in teoria, porta con sé anche qualche vantaggio. Sociologi e antropologi insegnano che una società più anziana presenta dei vantaggi in termine di pace sociale e di minore violenza.

Un paese più pacifico, ma anche più statico: questo è il paese in cui cresciamo e cresceranno i nostri figli.

 

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