consigli e risorse per essere cosmopoliti

Cosa vuoi fare da grande? Quello che avresti voluto sapere quando facevi la scuola superiore

Cosa fare da grande?Di solito mi rivolgo ai genitori; questa volta, invece, ai ragazzi. In un post scritto anni fa (Istruzioni semiserie per giovani studiosi: ovvero cosa studierei se avessi 19 anni) davo suggerimenti pratici per il percorso di studio universitario. Si trattava di materie (e discipline) interessanti ed importanti in quest’epoca storica, sia per le scoperte fatte negli ultimi anni, sia per le possibili prospettive di lavoro che potevano generare. Questo post non è altrettanto concreto ma – spero – altrettanto importante.

Ci sono tante cose che avrei voluto sapere nella mia prima gioventù, quando la vita poteva prendere ogni direzione possibile ma, nel contempo, come molti miei coetanei avevo solo sogni poco realistici e domande in cerca di risposte.

Nella stessa condizione in cui versavo allora, in quella terra di mezzo in cui sei ancora adolescente ma non riesci ad immaginarti adulto, si trovano ogni anno migliaia di ragazzi che stanno terminando le scuole superiori.

Rispetto ai “miei tempi” – per utilizzare il consueto linguaggio di chi può guardare il proprio passato in prospettiva, come una confusa nebbia lontana di cui si ricordano più le emozioni che i fatti – i ragazzi di oggi hanno molte più informazioni dei ragazzi di ieri. Mai come in questa epoca, chi si accinge a fare delle scelte di vita (e vive in un paese industrializzato e democratico – aggiungo) ha la possibilità di ottenere informazioni su tutto: scuole, Università, mestieri, esperienze, libri che aiutano a scegliere una strada o una carriera, a progettare un futuro o tutti i futuri possibili.

Eppure, mi sembra, gli adolescenti e i giovani adulti sono confusi quanto o più di prima. Le circostanze cambiano, ma le emozioni umane si ripropongono quasi immutate da una generazione all’altra, con l’aggravante dell’incertezza del mercato del lavoro e di una società in cui l’”adultità” è stata spostata molto avanti nel tempo, perché sembrare giovani è più cool.

Tra le risorse disponibili per riflettere sul proprio futuro in modo inconsueto, ossia fuori da schemi prestabiliti, ve n’è una cui mi piace tornare spesso, ed è il sito di Paul Graham. Graham non è né un filosofo, né un pedagogista; non è uno psicologo e non è un accademico. In Italia, è un nome noto solo a qualche programmatore nerd. Paul Graham è infatti un informatico e un imprenditore inglese. E’ conosciuto nel suo campo per il suo lavoro sui linguaggi di programmazione, per i suoi saggi di informatica (e non solo) e per essere uno straordinario scopritore di giovani talenti imprenditoriali. Ha infatti co-fondato Y Combinator, uno dei migliori acceleratori americani di start-up, che ha aiutato molti giovani imprenditori a lanciare i propri prodotti o servizi (ci sono passati AirBnb e Dropbox, Codecademy, Stripe, Reddit e molte altre imprese).

Ma perché ascoltare i consigli di vita di un imprenditore informatico? Parrebbe molto più sensato ascoltare o leggere i consigli di psicologi o filosofi, di economisti e intellettuali. In Italia sono un po’ una novità, ma negli Stati Uniti abbondano i commencement speeches che le persone famose in ogni campo del sapere fanno ai graduates dei College, (ossia a coloro che hanno superato la laura triennale). Ve ne sono di particolarmente famosi: da quella di Steve Jobs a quella di Barack Obama, per citarne solo alcuni (ma cercando se ne trovano tante altri). Alcuni sono molto belle, altri seguono lo schema del grande sogno americano: segui i tuoi sogni e le tue passioni, costruisci la tua vita, se vuoi puoi. E’ molto interessante leggere i commencements speeches e io non ho smesso di farlo.

Tuttavia, vari anni fa, capitai sul sito personale di Paul Graham e cominciai a leggere i suoi articoli. Esclusa la parte più squisitamente informatica, ne trassi una impressione molto forte e concreta e una continua ispirazione, le cui tracce – io credo – sono anche percolate in quello che scrivo qui su Educazione Globale.

What you’ll wish you’d known di Paul Graham è un discorso che Graham pubblicò sul suo sito nel 2005 e che aveva scritto per una lezione che avrebbe tenuto agli studenti non di una università, ma di una scuola superiore. Per questioni che ignoro, il discorso non lo tenne mai. Ma il testo, che ho scoperto più di una decina di anni fa, è molto bello, pur nella sua semplicità.

Avrei voluto poter leggere o ascoltare qualcosa di simile quando anche io mi accingevo a fare delle scelte cruciali per la mia vita professionale futura. Qualcosa che fosse disgiunto dai percorsi di studio e dalle singole professioni. Non “come diventare medico” o “luci e ombre del mestiere di avvocato” ma, piuttosto, “quali sono le domande che ti devi porre per decider della tua vita?” What you’ll wish you’d known, traducibile, un po’ liberamente, con “Cosa avresti volute sapere” è esattamente questo. Quello che segue è, per la maggior parte, un estratto di questo suo pezzo, da me tradotto e adattato per il lettore italiano (la parte virgolettata), interrotto, a volte, da alcune mie considerazioni.

Cosa avresti voluto sapere (quando facevi il liceo)

Quando sei alla scuola superiore – dice Paul Graham – gli adulti che incontri finiscono, prima o poi, per chiederti cosa vuoi fare della tua vita: “…le persone ti chiedono sempre questo, quindi pensi che dovresti avere una risposta. Ma gli adulti lo chiedono principalmente per iniziare una conversazione. In realtà vogliono sapere che tipo di persona sei, e questa domanda ti viene posta solo per farti parlare. (…)

Se potessi tornare alle superiori e qualcuno mi chiedesse dei miei piani, oggi risponderei che la mia priorità è di capire quali sono le opzioni. Non è necessario avere fretta di scegliere il lavoro della tua vita. Quello che devi fare ora è scoprire cosa ti piace.

Devi lavorare sulle cose che ti piacciono se vuoi essere bravo in quello che fai. E qui arriva la difficoltà. Sembrerebbe che nulla sia più facile che decidere cosa ti piace ma, in realtà, è tutto più complesso di quanto sembri, intanto perché è difficile ottenere un’immagine veritiera della maggior parte dei mestieri. Fare il medico è diverso da come viene rappresentato in televisione. Per fortuna esiste l’opzione di osservare il lavoro di medici veri, prestando volontariato negli ospedali. E tuttavia vi sono altri mestieri che non puoi imparare…perché nessuno li sta ancora facendo! La maggior parte del lavoro che ho fatto negli ultimi dieci anni non esisteva quando ero al liceo. Il mondo cambia velocemente e la velocità con cui cambia sta accelerando. In un mondo del genere, non è una buona idea avere piani fissi”.

E’ a questo punto che Graham introduce un concetto solo apparentemente banale: trattare la scuola come un day job e non come un elemento identitario. Ma cosa si intende con l’espressione day job? Il day job è, solitamente, un lavoro che serve solo temporaneamente a sbarcare il lunario, a mantenersi economicamente mentre si sta costruendo, magari silenziosamente e nei ritagli di tempo, il proprio futuro. Ed ecco come lo spiega Paul Graham: “se fossi di nuovo alle superiori, tratterei la scuola come il mio “day job” (…) trattare la scuola come un day job non vuol dire fare male quanto ci viene chiesto ma solo non sentirsi definito da quel ruolo. Intendo dire che non mi considererei “uno studente di scuola superiore”, proprio come un musicista che ha un day job come cameriere non pensa a sè stesso come un cameriere.

Continua Graham “Quando chiedo alle persone adulte di cosa si pentono di più ripensando alla scuola superiore, quasi tutti fanno la stessa affermazione: si pentono di aver sprecato così tanto tempo. (…) Alcuni affermano che questo è inevitabile … che gli studenti delle scuole superiori non sono ancora in grado di fare qualcosa in modo costruttivo. Ma non penso che ciò sia vero. E’ solo la prova che si è annoiati. Probabilmente quegli stessi ragazzi annoiati non si annoiavano quando avevano otto anni. Quando hai otto anni parli di “giocare” invece che di “uscire”, ma si tratta della stessa cosa. Io quando avevo otto anni ero raramente annoiato. (…) Il motivo per cui tutto è diventato noioso alle scuole medie e, soprattutto, superiori, ora mi rendo conto, è che ero pronto per qualcos’altro. (…) Non sto dicendo che non dovresti uscire con i tuoi amici (… ) Uscire con gli amici è come una torta al cioccolato. Ti diverti di più se la mangi occasionalmente che se ne mangi ad ogni pasto. Non importa quanto ti piaccia la torta, dopo il terzo pasto ti sentirai piuttosto nauseato. E questo è il malessere che si sente al liceo è nausea mentale (…)quale dovrebbe essere il tuo vero lavoro? A meno che tu non sia Mozart, il tuo primo compito è scoprirlo. Quali sono le cose importanti su cui lavorare? Dove sono le persone che ti sembrano creative? E, cosa più importante, cosa ti interessa? (…) Se vuoi fare un buon lavoro, ciò di cui hai bisogno è una grande curiosità che ruoti intorno ad una domanda interessante e complessa. Il momento critico per Einstein è stato quando ha guardato le equazioni di Maxwell e si è chiesto ‘che diavolo sta succedendo qui?’ (…) Quando un mio amico borbottava perché doveva fare una ricerca per scuola, sua madre gli diceva: trova un modo per renderla interessante per te.

Ecco ciò che devi fare: trovare una domanda che renda il mondo interessante.

Le persone che realizzano grandi imprese, osservano la stessa realtà che vede chiunque altro, ma notano alcuni dettagli che per loro sono irresistibilmente misteriosi. E non solo in questioni intellettuali. La grande domanda di Henry Ford era: perché le auto devono essere un oggetto di lusso? E cosa accadrebbe se le trattassi come una merce qualsiasi? (..) Scegli un progetto che sembra interessante: padroneggiare un materiale, fare qualcosa o rispondere ad alcune domande. Scegli un progetto che richiederà meno di un mese. Fai qualcosa di abbastanza difficile da allargare i tuoi confini (…) se hai progettato un oggetto inutile o che ti esplode, iniziane un altro. Ripeti fino a quando, come un motore a combustione interna, il processo diventa autosufficiente e ogni progetto genera il successivo”.

 

Come fare ciò che ti piace

C’è un altro articolo di Paul Graham che è una continuazione ideale di questo primo. Si chiama come fare ciò che ami (How to do what you love).

Afferma Graham in How to do what you love che “la definizione di lavoro è quella di dare un contributo originale al mondo e, mentre lo si dà, non morire di fame (ossia essere in grado di mantenersi).Quello che invece non dovresti fare, penso, è preoccuparti dell’opinione di chiunque sia al di fuori dei tuoi amici.

Non dovresti preoccuparti del prestigio. Il prestigio è l’opinione del resto del mondo. Quando puoi, chiedi l’opinione delle persone di cui rispetti il giudizio; perché dovresti invece considerare le opinioni di persone che non conosci nemmeno? Questo è un consiglio facile da dare ma difficile da seguire, specialmente quando sei giovane” (…) il prestigio è come una potente calamita che deforma persino le tue convinzioni su ciò che ti piace”.

Devo dire che sono d’accordo con l’opinione di Graham. Alla fine io non mi pento quasi mai degli errori che ho fatto decidendo con la mia testa. Anche se sono errori, mi appartengono, mi descrivono, sia pur nei miei difetti.

Mi pento, invece, di tutte le volte che ho fatto decidere qualcun altro al posto mio, e di tutte le volte che ho agito influenzata dai valori ma, soprattutto, dai timori di qualcun altro.

Ma continuo con le parole di Graham: Il test per capire se le persone amano quello che fanno è se lo farebbero comunque, anche se non fossero pagati per farlo, anche se dovessero fare un altro mestiere per guadagnarsi da vivere (..)

 Quando sei giovane, ti viene data l’impressione che avrai abbastanza informazioni per fare le tue scelte. Ma non è mai così (..) ogni volta che devi agire, devi operare su informazioni ridicolmente incomplete. Anche ngli anni dell’Università, non avrai un’idea di cosa si faccia veramente nel mondo del lavoro. Nella migliore delle ipotesi, potresti ottenere un paio di stage, ma non tutti i lavori offrono stage (…)

Per questo motivo, nella progettazione di una vita, come nella progettazione della maggior parte delle altre cose, si ottengono risultati migliori se si fanno scelte flessibili. Quindi, a meno che non sei abbastanza sicuro di ciò che vuoi fare, la soluzione migliore potrebbe essere quella di scegliere un tipo di lavoro che potrebbe trasformarsi in una carriera organica o in due. Questo era probabilmente parte della ragione per cui ho scelto i computer. Puoi scrivere software, insegnare a programmare o trasformare la tua passione in vari altri tipi di lavoro. (…) È anche saggio, all’inizio, cercare un lavoro che ti permetta di fare molte cose diverse, in modo da poter imparare più velocemente. Viceversa, la versione estrema dello scegliere troppo a lungo due diverse carriere è pericolosa, perché ti insegna così poco su ciò che ti piace. Se lavori duramente per diventare un trader di obbligazioni per dieci anni, pensando di smettere e scrivere romanzi quando hai abbastanza soldi, cosa succede quando esci dal mondo del trading e poi scopri che, in realtà, non ti piace affatto scrivere romanzi?”.

 

Conclusioni

Riassumendo le parole di Graham, se ne può fare un distillato pronto all’uso.

  1. Quando sei a scuola, ricordati che la scuola è transitoria. Tratta la scuola come se non ti definisse del tutto e come se fosse un modo per mantenerti;
  2. Mentre sei a scuola, cerca di capire quali sono le cose che ti piace fare;
  3. Tra una cosa facile e una difficile, scegli quella più difficile perché avrai più soddisfazione di avercela fatta;
  4. Individua, nella materia che ti piace, quali sono le domande interessanti e trasformale in un progetto.
  5. Trova l’intersezione tra ciò che ti piace e ciò che è possibile: prova a capire quali sono (o potranno essere) le opzioni del mercato del lavoro.

Non basta poi capire cosa piace, occorre anche conoscere se stessi. Mi piace lavorare da solo o in gruppo? Parlare o scrivere? Usare conoscenze matematico-quantitative o organizzare eventi? Lavorare fino a tardi la sera o iniziare presto e finire presto. La quiete o il clamore? Un senso sociale o lo scopo di lucro? L’indipendenza oppure la certezza di uno stipendio sicuro, per quanto magro?  L’autonomia, con i suoi vantaggi e i suoi rischi, o il lavoro dipendente, con il salario e i benefit (ma poca libertà)? Dovendo scegliere, preferisco inseguire un cliente che non paga o dar retta ad un capo che rompe?

Quando avrai capito cosa ti piace – e pensi di conoscerti a sufficienza – se si tratta di un mestiere che esiste, puoi provare a fare reverse engineering. Ragiona al contrario, come fauno chi sa che domani vuole andare ad una festa cui tiene. A che ora devo andare? Quanto ci metto a prepararmi? Che voto devo prendere all’interrogazione di oggi affinché i miei genitori mi lascino uscire domani? La stessa cosa vale per la vita. Buona fortuna!!

 

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Comments

  1. Uno dei tuoi pezzi migliori, anche grazie a Mr. Graham. Spero che sia utile a mia figlia alla quale lo farò leggere. Grazie

  2. Tutto vero e tutto giusto.
    Aggiungerei: ci vuole un presupposto, ovvero tempo a disposizione.
    L’ aspirante musicista che si mantiene facendo il cameriere puo’ dirsi tale a un patto: quando ha finito ai tavoli della pizzeria, deve restargli il tempo materiale di pensare a qualcos’altro. E di farlo.
    Sotto questo profilo, purtroppo, mi sembra che la scuola italiana sia un day job nel senso che dura all day long: negli ultimi anni, prevale sempre piu’ un modello di insegnamento per cui a scuola si interroga, anzi, si fanno le verifiche, e si va avanti col programma a suon di caterve di compiti per casa. Quando poi ci sono le vacanze, altra caterva di compiti, e se a settembre non li porti, subito un voto negativo. E se per caso la scuola lascia qualche spazio, un irrefrenabile horror vacui spinge le famiglie a impegnarlo seduta stante nelle famigerate attivita’, sempre rigorosamente strutturate, con tanto di esame… ehm, di saggio di fine anno.
    Mi domando cosa ne penserebbe il sig. Graham, e soprattutto se sarebbe arrivato dove e’ arrivato se avesse dovuto consumare il suo ingegno sui bigini di analisi grammaticale…

  3. Io non credo che un ragazzo delle superiori possa interrogarsi su “cosa mi piace” se non è stato abituato a seguire le proprie passioni durante tutta la crescita.

    Cosa ti piace non lo scopri razionalmente, ponendoti la domanda.
    Lo scopri giorno per giorno, ponendoti mille domande, tantissime domande, ma non quella.

    Per questo, la palla torna ancora ai genitori, secondo me.
    Come crescere dei ragazzi che a 18 anni sapranno riconoscere cosa gli piace?

    1. Ciao Letizia,
      Ti rispondo al volo. Io ho sempre saputo ciò che mi piaceva; quello che non ho saputo fare è farlo diventare una professione. Mi è mancato il coraggio, la determinazione, la sicurezza.
      Oggi vedo moltissimi ragazzi/e tra i 15 e i 18 anni e parlo con loro e con i loro genitori e posso dire che – già a quell’età e così sarà per tutta la vita – le differenze sono abissali.
      1. Ci sono quelli che sanno cosa vogliono (e, spesso, lo ottengono). Vari compagni di classe della mia primogenita, quarto liceo scientifico internazionale, hanno già affrontato esami d’entrata universitari perché hanno chiari i propri obiettivi. Alcuni sono già stati presi ed anche in ottime università. Figli/e di amici, (anche dietro mia indicazione) studiano in Inghilterra in State boarding school, negli USA, a Milano o in Cina (e direttamente in cinese).
      2. Poi c’è un’altra specie di adolescente, fatta di quelli che sanno benissimo cosa amano, ma ancora devono maturare per “quagliare”. Così conosco adolescenti super-sportivi (anche a livello nazionale) che non so come si “ripiazzeranno” se non svolteranno con lo sport (ma almeno hanno imparato l’autodisciplina), altri che sono super nerd e appassionati di scienza (e non molto popolari con i coetanei) e altre tipologie. Capisco che questa mia sembra la tassonomia di un film americano per teenager ma è veramente così nella realtà. Spesso questi “ado monotematici” (“angular student”, avrebbe detto un esperto di education britannico negli anni ’60) sono maschi, ma non sempre. Trent’anni fa penso di essere appartenuta a questa specie, facendo finta di stare nella successiva (sub 3).
      3. C’è una terza categoria, quella del “fammi vivere la mia età”. Ragazze e ragazzi – abbstanza popolari tra i coetanei – che non hanno risposte sul futuro perché troppo assorbiti dal presente. Se hanno domande, di certo non le pongono ai genitori.

      Come si aiuti un figlio in modo che a 18 anni sappia cosa gli piace non lo so dire. Nelle generazioni passate si usava la meravigliosa arma della noia. Estati rese infinite dalla mancanza di compagnia, web, smartphonee e televisione. Alla fine, se avevi un po’ di creatività, riempivi il vuoto di qualcosa di tuo e usciva fuori un interesse, o anche più d’uno.
      Oggi non penso sia possibile.
      E, sempre di più, mi rendo conto che con gli adolescenti l’unica cosa che può fare un genitore è mantenere alcune (poche) regole salde e un dialogo aperto. Ma la voglia di fare o la curiosità di conoscere un genitore non la può generare.
      Non sono pessimista, sono solo realistica.

      1. Se vuoi generare curiosita’, prova ad essere curioso tu stesso… Non e’ detto che sia sufficiente, ma credo sia necessario!

        1. Ciao Carissimo….vedo che condividiamo interessi comuni…La Sig.ra Cassese conosce la “nostra” Scuola. Ha già incontrato il Prof.Bordignon all’occasione di una Radio blog.
          Perché non farla “Invitare” per quello che chiamerei degli incontri “blitz” per sviluppare argomenti d’interesse..!?

      2. Elisabetta, è molto interessante la tua analisi e la tua tassonomia, ma di nuovo trovo che non si possa ignorare il fatto che la tassonomia dei ragazzi è molto influenzata dalla tassonomia dei genitori. Soprattutto nel gruppo 1. da te citato… che mi sembra descriva tanto i genitori quanto i figli. Mentre i gruppi 2. e 3. sicuramente fotografano i ragazzi, ma appunto i ragazzi sono il prodotto (individuale e in buona parte autodeterminato) di un percorso di crescita e di educazione. Se riesco vedo di elaborare un po’, spero con altrettanto realismo…

        P.S.
        Francesco, sono d’accordo, la curiosità si insegna. Non si obbliga, non si impone, ma si può almeno provare a insegnare

        1. Letizia, sai quanto ti stimo ma temo tu stia prendendo un abbaglio. No, non c’è correlazione tra questi atteggiamenti degli studenti e i loro genitori.
          Ci sono aspetti – nella formazione di una persona – che sono quasi esclusivamente modellati dall’ambiente/contesto. Come ben sappiamo io e te, e come giustamente spiegasti nel tuo bellissimo speech all’INSEAD, la lingua è modellata dall’ambiente e dalle relazioni che vi si sviluppano e non dalla genetica.
          Alcuni aspetti riflettono la cultura e non la natura: la lingua in primis, e, statisticamente, il credo religioso e politico (nel lungo termine più conforme al contesto familiare, che difforme ad esso: mi dispiace per i pargoli ribelli ma pare sia così).
          Altre cose, purtroppo, sono intanto più in balìa più dell’ambiente dei pari (peer pressure to conform) che della famiglia, ma, ancora di più, della genetica. Nuovi studi su gemelli monozigoti separati alla nascita lo dimostrano. Leggiti “Tabula Rasa” di Steven Pinker, i libri di Judith Rich Harris e gli studi del genetista di Oxford che si chiama Plomin (Richard, mi pare).
          E la genetica è una roulette in cui non contano solo i genitori, ma tutti i parenti e gli avi…
          Avendo avuto tre figli nel corso di diciassette anni, posso dire che tutto questo mi è molto ma molto chiaro. Siccome lo sviluppo dell’intelligenza umana e delle diverse personalità mi affascina da sempre, ho deliberatamente, in alcuni casi, fatto gesti identici e usato le medesime parole, ottenendo dai diversi figli reazioni che sono agli antipodi. Ma, ovviamente, il dato empirico a poco vale e il campione è troppo piccolo. Meglio che tu legga Pinker che me… poi di “nature” e “nurture” si discuterà ancora per centinaia di anni….

  4. direi che la flessibilità significa anche imparare ad accettare che in un momento di crisi vanno colte tutte le occasioni discrete che ci si presentano. A meno che i ragazzi non siano davvero competitivi e bravi, credo che l’idea di accettare anche qualcosa che non è proprio quello in cui speravano, ma che può potare un minimo di indipendenza economica (che è alla base della libertà, a mio parere) è altrettanto importante da insegnare.

  5. Nella scuola italiana manca l’attività di counseling che, se fatto bene, aiuta gli adolescenti a conoscersi. Non si tratta solo di orientamento ai fini di scegliere un percorso di studi dopo il diploma. Serve anche a creare occasioni strutturate per mettersi in gioco e allenare le proprie competenze o soft skills.

  6. In tutte le scuole del mondo fuorche’ nelle scuole italiane! Mia figlia ne ha usufruito durante i quattro anni in cui ha frequentato la middle e senior (primo anno) school a Malta.

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