consigli e risorse per essere cosmopoliti

Il futuro dei tuoi figli…?

20120812_200957Chiunque eserciti il difficile compito di genitore deve considerare gli scenari del futuro prossimo.  Questa è una cosa che ho sempre pensato. E, di tanto in tanto, sarebbe anche il caso di guardare un po’ oltre il proprio “particolare”, fatto di tempo e luogo, ed avere lo sguardo lungo. Uno sguardo lungo in termini di tempo, guardando al futuro prossimo per ipotizzare il futuro remoto ed uno sguardo lungo anche in termini di luogo.  D’altronde, il genitore che cerca di educare il bambino per il mondo globale – e dunque legge questo blog – pur muovendo dal proprio paese lo fa considerando anche i suoi vari cerchi concentrici, via via più larghi: la cornice dell’Europa, il contesto dell’Occidente, fino ad arrivare, poi, a prendere in esame il mondo intero.

Beh, insomma, quale genitore non si è chiesto come sarà l’Italia, l’Europa o il mondo tra dieci, venti o cinquanta anni?  Oppure quali saranno le potenze che domineranno il mondo?  O quali scoperte mediche e scientifiche cambieranno la nostra vita? (mi correggo: la vita di chi vivrà dopo di noi!).  Perché io me lo chiedo quasi quotidianamente e, il fatto di vivere in un’epoca piena di incertezze a livello economico ma anche ambientale, non fa che farmi interrogare ancora di più.

Da tempo sono quindi interessata ai libri che parlano del futuro, con tutti i caveat del caso: è facile imbattersi in libri che contengono i vaneggiamenti di qualche futurologo che ci dice che, tra poco, andremo tutti su marte.

Le previsioni sul futuro vanno quindi prese con le dovute cautele.

Segnalo tre libri del genere “uno sguardo sul futuro”, molto diversi tra loro.  I primi due li ho letti, del terzo ho, per ora, letto ampi stralci online. Dico “segnalo” affinché sia chiaro che queste mie riflessioni sparse non hanno alcuna pretesa di assurgere a recensione…

Veniamo ai tre libri. Non è neanche il caso di dirlo, ma i titoli sono tutti molto evocativi! Il primo si chiama Dove andremo a finire.  Il secondo Dove va il mondo?.  Il terzo Megachange 2050.

Dove andremo a finire, è un libro-intervista sul futuro del nostro Paese, uscito nel 2011 per Einaudi stile libero, a cura di Alessandro Barbano. E’ una testimonianza lucida sul futuro immediato da parte di alcune autorevoli personalità di vari campi, che, analizzando la situazione attuale, spiegano ciò che sta per succedere.  Otto intellettuali, afferenti a otto settori diversi, dalla politica alla psicanalisi, dalla letteratura alla fisica, esprimono la loro visione del futuro prossimo dell’Italia. Si tratta dell’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato, della psicanalista Simona Argentieri; del fisico Nicola Cabibbo, ora scomparso; del sociologo Giuseppe De Rita fondatore del Censis; del semiologo e scrittore Umberto Eco; dell’editorialista del Corriere ed ex ambasciatore Sergio Romano; del cardinale Angelo Scola; dell’oncologo ed ex ministro della Sanità Umberto Veronesi.

Se devo dirla tutta, a questo elenco mancano un economista e un demografo, anche se lo sfondo economico e quello demografico fanno la parte del leone.

Il limite del libro, a mio parere, è quello di mancare di una unità di stile e di temi; malgrado ciò, alcune delle interviste sono molto interessanti.

Il quadro di sfondo lo conosciamo: l’Europa arretra e invecchia, l’Italia arranca più di tanti paesi europei, in pochi decenni la Cina sarà la prima economia mondiale (salvo che, poi, il suo tasso di crescita si abbasserà) e paesi come il Messico saranno in forte ascesa.  Analizzando il quadro impietoso della ricerca scientifica, Umberto Veronesi afferma che l’Italia “è un paese che definirei handicappato rispetto agli altri. Perché è come un uomo che vive alla giornata, senza chiedersi mai che cosa vuole per il domani e come ottenerlo. All’Italia manca la strategia del futuro.” E quando gli viene chiesto cosa sarà dell’Italia tra dieci anni risponde: “Decliniamo lentamente, partendo da una condizione storica di sicuro vantaggio”.

Se è vero che dobbiamo rassegnarci al fatto che altri paesi crescano e che il motore dello sviluppo non abbia più il suo centro in Europa, perché “perdiamo prospettive, quote di mercato, ci sono più vecchi e nascono pochi bambini” è anche vero – come afferma  Giuliano Amato  – che la nostra visuale è miope:  “Diciamo la verità, noi abitanti del Vecchio continente ci vediamo come i perdenti della globalizzazione (….) in qualunque altra parte del pianeta si guarda ad un futuro di occasioni che si allargano“.

Il secondo libro è Dove Va il Mondo?, un libricino piccolo piccolo edito in Italia da Bollati Boringhieri  che riporta saggi di Serge Latouche, Yves Cohet, Jean – PIerre Dupuy e Susan George. Gli autori non si sbilanciano con previsioni a lungo termine, ne fanno solo a brevissimo. Latouche, meglio noto come il sostenitore dell’idea della “decrescita felice” traccia un quadro fosco: ineluttabile è il declino non solo dell’Europa, ma dell’ordine economico neoliberale. Latouche si lancia in un vertiginoso parallelo storico e intitola il suo contributoLa caduta dell’Impero romano non avrà luogo, ma l’Europa di Carlo Magno scoppierà, affermando che la crisi che viviamo è più un’epoca storica che un momento (pensate che allegria!), nel senso che sarebbe impossibile stabilire una data precisa per il crollo dell’Occidente, dal momento che il suo declino si sta prolungando lungamente attraverso “una serie di catastrofi più o meno prevedibili”.

Senza una prospettiva diversa dell’economia, soprattutto energetica, Latouche intravede un collasso mondiale tra il 2030 e il 2070. Nel 2070 secondo Latouche invece ci sarà la crisi alimentare, la totale deforestazione del pianeta, aumento della popolazione tra 9 o 10 miliardi di abitanti e desertificazione. ah, dimenticavo, ovviamente per Latouche è inevitabile il crollo del sistema finanziario internazionale…

Insomma, Latouche prevede una lunga agonia se non si sterzerà in tempo, soprattutto dal punto di vista climatico, energetico e alimentare. Non amo il suo catastrofismo economico ma sull’ambiente, toni a parte, di certo ha le sue ragioni. Gli scienziati ci dicono ormai da tempo che non possiamo permettere che la temperatura globale superi i due gradi, mentre sappiamo che potrebbe aumentare anche di più e che gli immigrati ambientali (che scappano da inondazioni e desertificazioni) sono già una realtà.

Se sin qui vi siete sconfortati, se il futuro vi atterisce, se magari avete visto il documentario di Annalisa Piras e Bill Emmott, Girlfriend in a coma, e, come me, vi siete depressi sprofondando sempre di più sul vostro divano, allora è il caso che arrivo al terzo libro.

Il terzo libro è un rapporto di Daniel Franklin e John Andrews dell’Economist che ipotizza lo stato del mondo nel 2050.  Si chiama Megachange – The world in 2050, ed esercita invece lo sguardo lungo, sia pur su una solida base quantitativa.

Adottando una prospettiva più ampia e una visione più lunga, alla fine Megachange è un libro meno pessimista degli altri, se non altro perché ha una visione globale.  Contiene venti saggi su altrettanti temi. Quello sulla demografia ci ricorda che ci sono voluti 250mila anni prima che la popolazione mondiale raggiungesse quota un miliardo, nel 1800 ma che sono invece trascorsi soltanto una dozzina d’anni per aggiungere l’ultimo miliardo di abitanti del pianeta, che ha portato il totale, nell’ottobre 2011, a oltre sette miliardi. Nel 2050 saranno nove miliardi. Nel mondo nel 2050 ci saranno troppe persone ma, nello stesso tempo, il fatto più eclatante è che saranno – come del resto sono ora – mal distribuite, con il risultato che, molti Stati, per via della natalità e dell’invecchiamento della popolazione, potrebbero crollare sotto il peso di costi sociali insostenibili.

Nel 2050 la Cina crescerà del 2,5 per cento, insomma una “crescita per convergenza” mentre l’Asia tornerà a pesare, come nel 1820 e nei secoli precedenti, per più di metà dell’economia mondiale.

Questo però non significa che l’inglese perderà il ruolo di lingua franca o che gli scienziati cinesi guideranno il mondo, a meno che il regime di Pechino dovesse aprirsi fino ad accettare quella piena libertà intellettuale che è precondizione per la circolazione delle idee e delle scoperte scientifiche.

Insomma, è un’epoca di grandi disastri ma anche di grandi sfide: quale regime economico è sostenibile nel lungo periodo? Come sfamare miliardi di persone? Come salvare l’ambiente in cui viviamo?

Che i nostri figli vivano in Italia o che, in un futuro più o meno lontano, finiscano per spostarsi all’estero, in Europa o altrove, queste saranno le sfide che dovranno fronteggiare.

Saranno pronti?

 

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Comments

  1. Cara Elisabetta, conosco in parte le pur pregevoli opere da te citate, e trovo che nel loro complesso condividano un difetto, da te del resto già individuato: il catastrofismo. Che, se ci pensiamo bene, è un comodo alibi: siccome andremo tutti a finir male, non c’è bisogno di darsi da fare in nulla. E quindi continuiamo a fare esattamente quello che stiamo facendo. Ho fatto un simpatico esercizio, alcuni anni fa: nella biblioteca che fu di mio nonno, ho letto alcuni libri di previsioni sul futuro di una settantina di anni fa… e nessuno ci aveva preso, perchè più che analisi scientifiche, si faceva propaganda catastrofista. Anche allora!
    E siccome le critiche devono essere costruttive, segnalo un paio di titoli che sono a mio avviso più scientifici:
    Jared Diamond Collapse- How societies choose to fail or succeeed, nella Penguin. Ne esiste un edizione italiana, ma non so quanto accurata. Un approccio multidisciplinare, che ha il pregio di far capire come si dovrebbero studiare la geografia e la storia, e si esprime in termini di cauto ottimismo: alla fine della lettura, vien voglia di darsi da fare, non di piangere.
    Branko Milanovic Chi ha e chi non ha – Storie di disuguaglianze ne Il Mulino. Testo di grande interesse, a partire
    dall’autore, che da bambino della ex Jugoslavia è arrivato ai vertici della Banca Mondiale; il primo testo che parli in modo serio di geopolitica cinese, e arriva a conclusioni del tutto sorprendenti, quel che più conta supportate da dati obiettivi; in sintesi si chiede se la Cina sopravviverà al 2084 o non si scinderà in molti piccoli stati, come accaduto per
    la vecchia URSS. Questo per gli scenari macro… aggiungerò qualcosa per gli scenari micro, ovvero per rispondere alla vecchia domanda. che fare?

    1. Francesco, il secondo libro non lo conosco e andrò a guardarmelo. Quanto al primo, nel mio olimpo personale Jared Diamond occupa un posto importante. Ho letto i suoi libri da geografo (tipo Armi, acciaio e malattie) e da fisiologo/naturalista (tipo “Why is sex fun?”) e trovo “Collapse” uno dei suoi migliori.
      L’ultimo suo libro, The World Until Yesterday, me l’ha regalato mio marito la settimana che è uscito (io era da tempo che facevo il conto alla rovescia). E’ un libro che mi ha tenuta incollata al divano per alcune sere (poche, purtroppo l’ho finito subito); sta uscendo ora in italiano ed è una lettura che consiglio a tutti (meno perfetto di Collapse, tuttavia…trovo che Diamond abbia qualche crollo ogni volta che scrive del ‘suo’ Montana, che compare in tutti i suoi libri).
      Ora mio marito sta leggendo Collapse e anche Why nations fail? di Acemoglu e Robinson (che però è una lettura tra economia e scienza della politica).
      Quanto ai libri di previsioni sbagliate sono una delle cose più divertenti del mondo. Puoi citarmene alcuni, ma, soprattutto, cosa prevedevano?
      Io posseggo il libro di una famosa trasmissione televisiva culturale di fine anni ’70 che si chiamava “Vent’anni al 2000”, dove furono intervistati, tra gli altri, Italo Calvino e Umberto Eco. Alcune delle interviste “minori” sbagliavano del tutto le previsioni.
      Quella di Calvino è sempre valida nel suo simbolismo quasi infantile. Quella di Eco, pur con una terminologia che oggi fa sorridere perché sembra preistoria (tipo il Commodore’64), prevedeva il web, gli ipertesti e le email. O forse non prevedeva: era solo che Eco era ben informato di cosa già succedeva negli Stati Uniti, e il resto dell’Italia ancora no.
      Ovviamente quando hai tempo aspetto gli scenari ‘micro’…

  2. Cara Elisabetta, volentieri accolgo il tuo invito e suggerisco qualche lettura per lo scenario”micro”, quello che ci riguarda più da vicino perché suggerisce le possibili risposte alla domanda di fondo: che fare dei/far fare ai nostri giovanotti?
    Mi limito a poche ma (spero) buone opere, ma premetto un’avvertenza: parlare dello scenario micro mi porta, inevitabilmente, a far trasparire mie idee e mie preferenze: chi mi conosce, dice in modo scherzoso che parlare con me di queste cose è come parlare della sharia con il mullah Omar, quindi prendete con molta cautela quel che dico, è la mia verità, non certo la verità assoluta.
    Comincerei da Lucio Russo, “Segmenti e bastoncini”, nella economica Feltrinelli, un libretto agile, che qualcuno più preparato di me ha definito un pamphlet, intendendo per tale un libro scomodo, ma che non si può ignorare. Racconta come e qualmente negli ultimi anni, con un perfetto sforzo bipartisan degno davvero di migliore causa, la scuola pubblica italiana sia stata trasformata, seguendo un preciso disegno, nella attuale fabbrica di diplomi in scienze paranormali e lauree in fuffologia comparata. Un solo difetto, a mio avviso grosso: la fede acritica nelle virtù taumaturgiche del liceo classico e del greco e del latino come ivi si insegnano. Come ho scritto altrove (chiedilo a Letizia Quaranta…), io ho fatto il classico, e non lo consiglierei a nessuno, perché è la scuola più inutile e pretenziosa dell’universo.
    Subito dopo viene Fabrizio Tonello, con il suo “L’età dell’ignoranza”, per i tipi della Bruno Mondadori: un eccellente analisi di quello che aspetta chi continua a seguire il mantra dello studente comune, ovvero “fare il meno possibile”, il “Futuro da badante”, che è il titolo, forse antipatico, ma argomentato, del capitolo 5. Un punto debole è però un certo accanimento contro la rete ed i suoi contenuti: è certo che di un sito web debbo verificare l’attendibilità, ma ciò non è meno vero per un libro cartaceo, e in proposito le scuole che ho frequentato io non brillavano. Nessun professore, neanche quelli che passavano per semidei, ci ha mai invitato a chiederci come facevamo ad essere sicuri che quello che era scritto sul libro di testo fosse vero…
    Credo che da questi suggerimenti si sia già capito che a mio avviso per costruirsi un futuro serve una sola cosa: studiare, e studiare seriamente, in primo luogo padroneggiando da bilingui una lingua diffusa, che per solito è l’inglese, poi perseguendo una formazione di tipo rigoroso e internazionale, che purtroppo (per il portafogli dei genitori) non coincide con quella offerta dal tradizionale panorama italiano. E quindi non poteva mancare, come terza ed ultima citazione, la Amy Chua del “Battle hymn of the tiger mother”, che consiglio in originale, perché la traduzione italiana è alquanto arronzata. Prima di leggerlo, è obbligatorio assumere una forte dose di ironia e di spirito critico, ma alla fine un messaggio resta: quello che viene presentato è l’eccesso, ma non è forse che noi stiamo cadendo nell’eccesso opposto? Pensate che io passo per “mamma cinese” solo per aver imposto la regola per cui ognuno si porta il suo zaino, i nostri giovani quello scolastico, io la borsa professionale…

    1. Francesco, per qualche strana ragione facciamo le stesse letture, più o meno traendone le stesse impressioni. Ho letto “Segmenti e bastonicini”, trovandolo in parte interessante ma anche a me la difesa – per partito preso – del Classico ha infastidito. Del resto anche io l’ho fatto e, a parte la lettura degli autori (che poi alla fine mi è rimasta in testa in traduzione) e la cultura storico – letteraria (che però dipendeneva anche dalle letture fatte per conto mio) ora non saprei tradurre nè il greco nè, ahimè, il latino, salvo qualche isolato brocardo mandato a memoria per via degli studi giuridici.
      Non ho letto il secondo libro che citi e ho invece letto in tempo reale (ossia appena usciva negli USA) Amy Chua e trovato sia spassoso sia interessante il libro, specie la prima parte.
      Mi ha talmente preso che le ho scritto una mail, ed Amy Chua mi ha pure risposto.
      Quanto alla responsabilizzazione dei figli e ad un pò di sana durezza, sfondi una porta aperta: ti avviso però di cosa accadrà in seguito, visto che i tuoi figli sono ancora piccoli: verrai sabotato dagli altri genitori. La corruzione di minore è dietro l’angolo.

  3. è noto che un futurologo per aver spazio sui media deve essere catastrofista, e infatti le catastrofi sono sempre annunciate e poi accadono altre catastrofi che nessuno aveva previsto. Per quanto riguarda coloro che fanno professionalmente i futurologi e non prevedono catastrofi (e quindi non compaiono nelle librerie ad altezza compresa tra il torace e gli occhi) essi prevedono al di là del ragionevole dubbio poche cose: una cosa ormai sicura dei prossimi 50 anni è la crescita della popolazione e la sua concentrazione in alcune aree del pianeta. Un altra sicura previsione è che alcuni “nuovi” paesi avranno una influenza pressoché dominante sul commercio, la diplomazia e forse la cultura. Questi paesi coincidono con quelli più popolosi, nell’ordine Cina, India e Brasile. Ciò vuol dire che molte posizioni oggi ritenute sicure saranno messe in discussione ed è meglio essere preparati per tempo. Ad esempio, il top 1% della popolazione studentesca cinese può essere considerato geniale, ma questo threshold vale per qualsiasi paese (l’1% è la quota che viene generalmente considerata con le qualità intellettuali per contribuire realmente all’innovazione nella propria disciplina). In Cina si laureano oggi circa 6,5 milioni di cinesi. Tra 50 anni il numero sarà molto più alto, ma rimaniamo all’oggi. Ciò vuol dire che 65 mila geni nelle varie discipline vengono immessi sul mercato. Se questi 65 mila geni studiassero all’estero presso università che ammettono in base al merito, non ci sarebbero abbastanza università per ospitarli. Tutti le Harvard, le MIT d’America (sono una cinquantina di università top), le Oxbridge, le Normali del mondo occidentale non sarebbero sufficientemente capienti da ammetterli tutti. Ogni anno, tutti gli anni. E anche se studiassero in Cina, potrebbero comunque cercare lavoro una volta laureati o dottorati. Ma anche se non cercassero lavoro, avremmo che una marea di genii (per genio non intendo lo scienziato pazzo, o il savant che calcola a mente le orbite dei pianeti) che come piccoli elfi contribuiscono all’innovazione scientificica e culturale della Cina. Lasciamo stare l’India che anche lì i numeri sono da capogiro.

    Bene. Questo scenario, che non è futuro, ma è già attuale, il problema di quale sarà la lingua franca è secondario, anzi è marginale. A meno che l’India rimanga al palo, la Cina non assumerà il ruolo dell’inglese nell’ottocento, e anche se fosse, l’inglese svolgerebbe il ruolo del francese, tutti lo parlano anche se non serve a nulla di pratico.

    E veniamo a noi. Mentre ci sono sconvolgimenti correnti (neanche tanto futuri), la domanda se i ns figli saranno pronti è giusta e dovrebbe essere obbligatoria per tutti coloro che hanno responsabilità di qualsiasi livello in questo paese. La mia impressione è che i ns figli, cioè quelli che nascono e vivono in Italia, non sono pronti e che per molti ci sia ormai poco da fare. Pochi privilegiati se la caveranno (pure io catastrofista, se no nessuno mi si fila). Per chi ha letto Collapse, il capitolo sull’Isola di Pasqua si addice parecchio al ns caso. Per costruire le teste di pietra si sono tagliati tutti gli alberi, che hanno creato effetti concatenati imprevisti, cioè reso poi impossibile fare le barche (niente proteine del pesce), consentire la nidificazione agli uccelli (niente proteine degli uccelli), impossibilità a costruire strumenti di lavoro (agricoltulra che arretra) etc. Quella civiltà insulare è scomparsa. La scuola sta facendo la stessa fine degli alberi sull’Isola di Pasqua, che ormai è perduta per diversi motivi. Chi si lamenta del classico ha ragione. Dà quel falso senso di superiorità (noi siamo quello che siamo grazie alla ns storia, sì ma chi ci crediamo di essere?) alla ns classe dirigiente (perché viene tutta da lì, sia chiaro), quel provincialismo (la culla della civiltà) e wuelll’ordine sbagliato delle priorità (saper capire il bello) che ci ha portato dove ci ha portato (Disclaimer:non ho fatto il classico). Ma il punto non è solo il classico (in fondo è una opportunità in più affianco alle madrasse) ma che non vi sono alternative. Come ha detto Veronesi, “Decliniamo lentamente, partendo da una condizione storica di sicuro vantaggio”.

    1. Francesco, per fare in parte eco alle tue parole, noto che su “La Repubblica” di oggi Visetti, inviato da Pechino, segnala che l’università dello Zhejiang, pare una tra le migliori in Cina, ha appena fatto un accordo con l’Imperial College di Londra e offrirà corsi di laurea spendibili in Cina: studenti e professori potranno seguire i corsi in parte a Londra e in parte in Cina e studieranno sia in inglese che in mandarino. A New York, già c’è la Shanghai University, a Firenze sta per insediarsi il campus della Tongji University di Shanghai.
      Nel frattempo, avevo letto che non so quale università americana – forse Harvard – aveva aperto un campus a Singapore.
      Insomma l’Oriente va ad Occidente e viceversa. L’università e la ricerca si globalizzano, pronte a fronteggiare le richieste educative di milioni di persone.
      Intanto, in Italia, il Tar della Lombardia ha bloccato il progetto del Politecnico di Milano di istituire, dal 2014, alcuni corsi esclusivamente in lingua inglese. Ora, io sono la prima a pensare che dobbiamo anche difendere la nostra bella lingua, ma non vorrei che ciò accadesse per il provincialismo di (molti) nostri docenti….ma come pensiamo di poter attrarre studenti (italiani e, soprattutto, stranieri) se non offriamo corsi in inglese? Già le università italiane sono fuori dalle classifiche inernazionali (come questa http://www.timeshighereducation.co.uk/world-university-rankings/) se poi pensiamo di continuare a formare solo laureati in scienza della comunicazione per riempire i call center del già saturo mercato della telefonia nazionale stiamo freschi..(scusata l’eccessiva semplificazione).

      1. Ho letto la notizia del blocco dei corsi in inglese da parte del Tar Lombardia e la trovo piuttosto inquietante. non si capisce infatti in base a quali norme si sia deciso di salvaguardare la cultura italiana e, dal momento che il ricorso è stato presentato da 150 docenti e non dall’Accademia della crusca (scusate la facile ironia) il dubbio è quello che si stia difendendo piuttosto la mancanza di volontà di una parte della classe insegnante di mettersi in gioco di fronte al necessario cambiamento.
        Mi ha colpito peraltro la notizia di tutt’altro tenore che riguarda la Francia, dove di recente il giornale Libération ha enfatizzato positivamente la scelta del ministero dell’istruzione di avviare alcuni corsi universitari in inglese per superare lo storico “ritardo” dei francesi nei confronti dello studio di questa lingua…..Ragazzi stiamo parlando dei francesi…..

  4. cara Elisabetta,
    sono d’accordo: ci guardiamo intorno e cerchiamo di interpretare il futuro, leggendo e conversando. Crescere in una societa’ che invecchia non aiuta: due esempi. Primo: con 2 genitori, 4 nonni e spesso anche qualche bisnonno, il figlio/la figlia unico italiano spesso e’ molto protetto e non sa cosa vuol dire rischiare, neanche cadere e farsi male. Il potere finanziario e’ spesso concentrato ancora presso i nonni, due generazioni fa come valori e informazioni: non a caso, in Italia le famiglie che possono privilegiano l’acquisto di un appartamento, negli Stati Uniti l’istruzione universitaria. Piu’ della demografia puo’ pero’ l’economia: un paese che ristagna non offre esempi di cambiamento. Abbiamo una generazione che non ha visto, non puo’ immaginare, che il cambiamento sia possibile e magari anche auspicabile.
    TI rivolgo mille auguri per questo blog, che ci aiuti ad allargare lo sguardo,
    Annalisa

    1. Il 7 giugno scorso è uscito un articolo su “Il sole 24 Ore” dal titolo “Un’agenzia per i giovani all’estero”, di Alberto Forchielli (presidente di “Osservatorio Asia”). Forse non tutte le affermazioni in esso contenute sono esatte, ma vorrei condividerne alcuni brani: “Sempre di più i giovani italiani bussano alle porte della Cina per trovare lavoro o per essere occupati, fare esperienza, anche senza stipendio (….) Le ultime stime dell’Istat sono impietose: la disoccupazione giovanile ha superato il 40%. È un’emergenza nell’emergenza. Per molti di questi giovani è stato coniato un termine: sono Neet, not in employment, education or training. In altre parole: non hanno nulla da fare, anche se sarebbe più preciso affermare che non viene loro offerto nulla da fare (….) La realtà è più drammatica di quello che vogliono farci credere: il lavoro non sarà creato, perché il Paese non è competitivo su scala globale, non ci sarà sviluppo per molte generazioni e non ci saranno opportunità di lavoro per i nostri giovani e forse neanche per gli italiani che devono ancora nascere. (…) La cosa più grave è che nessuno dei nostri attuali leader ha idea di come si crea un Paese competitivo, perché non l’hanno mai visto”

  5. L’intervento di Annalisa mi offre l’occasione di suggerire un’altra lettura, il recente “Contro i padri” del giornalista ed ex deputato Antonio Polito. L’opera è interessante non tanto per l’invettiva, un poco scontata, contro i “padri orsetti”, arguta espressione con cui designa i padri iperprotettivi,quanto per una certa lettura della politica sociale degli ultimi decenni. Parte da una premessa, per cui la proprietà della prima casa è caratteristica dei Paesi poveri, cita in proposito la Romania, ove essa sarebbe del 90% circa dei nuclei familiari, e le imputa una buona fetta dei problemi attuali, in un contesto in cui il 70% delle famiglie è proprietario… del mutuo, che assorbirà l’equivalente di uno stipendio o giù di lì per i prossimi quaranta anni. Sostiene poi che tale risultato sarebbe frutto di una decisione politica presa negli anni ’70 del secolo scorso, in cui si pensò che un Paese di piccoli proprietari fosse meno propenso ad avventure politiche, leggasi comunismo di tipo sovietico, che all’epoca era di moda. La tesi è enunciata di passaggio, più che dimostrata, e sarebbe interessante capire da quali elementi l’Autore, che come ex politico potrebbe saperne qualcosa, l’ha ricavata. Il paragone con la realtà statunitense è impietoso: i manuali di financial education in voga in quel Paese, per tutti il “Rich dad, poor dad” di Robert Kiyosaki, liquidano impietosamente la prima casa come una liability, e non un asset, per la semplice ragione che non produce reddito, anzi “makes you work for the bank” E anche a me è capitato di incontrare, in vacanza in Grecia, una coppia di belle speranze -ventidue anni, conviventi- che mi ha detto con tristezza che quello sarebbe stato il loro ultimo viaggio all’estero, perché “dovevano” farsi il mutuo… Ma non fatemi toccare questo tasto, perché – e qui dopo il liceo classico sparo su un altro idolo- a mio avviso mutuo casa e futuro dei figli sono parole che non possono stare nella stessa frase…

  6. Il testo della sentenza è reperibile in rete, e le argomentazioni giuridiche sono spiegate lì: ognuno, nell’esercizio del diritto di critica, le può studiare e commentare. Mi permetto solo di ricordare che il TAR, come qualunque giudice, esprime un giudizio di legittimità, ovvero di conformità alle norme vigenti, non certo un giudizio sull’opportunità o inopportunità politica ovvero culturale di una qualsiasi scelta.

  7. Sulla questione dei corsi in inglese al Politecnico di Milano e relativa sentenza del TAR c’è un bel commento (di sostanza, non un commento sulle motivazioni giuridiche) su “noise from amerika”, sito che amo molto. Il link è questo http://noisefromamerika.org/articolo/inglese-tutti . Estrapolo una parte del commento, con cui mi trovo d’accordo: “più che pretendere di tutelare l’italiano a colpi di dottrina, leggi, commi e simili, sarebbe meglio che quanti parlano l’italiano difendessero la loro lingua tornando a fare esattamente quello che si faceva negli anni d’oro della nostra tradizione letteraria e linguistica: crescere economicamente, fare figli, svilupparsi, attirare stranieri nella nostra terra, esportare le nostre merci e così via. Pensare che una lingua possa essere difesa sperando nell’impossibile efficacia performativa di un giudice e delle sue sentenze è pura illusione”
    Elisabetta

  8. In questi giorni mi “frulla” per il cervello una frase che mia madre, insegnate di professione, mi diceva da ragazzo:
    “la mia famiglia, non ha mai voluto abbandonare questo pezzo di terra (piccolo terreno agricolo attorno alla loro proprietà) perchè hanno sempre pensato che anche nei momenti più difficili sarebbe stato possibile ricavare da esso qualcosa da mangiare. ”
    E allora vi lancio questa provocazione: e se la cosa migliore, per il futuro dei nostri figli, fosse insegnargli a coltivare la terra?

    1. Ciao Walter
      accolgo volentieri anche le provocazioni 🙂
      Premesso che spero che non dobbiamo tonare ad una economia di mera sussistenza, coltivare almeno un orto è sempre una bella cosa da fare (e da insegnare ai più piccoli).
      Su questo sito c’è un post (https://s23131.pcdn.co/2013/05/quattro-segnali-che-tuo-figlio-si-e-stufato-delle-pappe/) dove vedi una foto di alcuni pomodori: ebbene, modestamente venivano da un vaso del mio balcone…
      Elisabetta

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