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La chiave di Salvador Dalì ovvero strategie per studiare, imparare o inventare

educazioneglobale imparare ad imparareA chi non piacerebbe sapersi impadronire rapidamente e in modo efficiente di nuove nozioni?

In fondo non si smette mai di studiare. Anche chi ha finito la scuola ed ha scarso amore per i libri deve, nel proprio lavoro, intellettuale, artigianale, direttivo o esecutivo che sia, impadronirsi di nuovi saperi o imparare a svolgere nuove attività oppure generare nuove idee per risolvere un problema.

Ci ho pensato mentre m’iscrivevo all’ennesimo MOOC (massive online open course: ne ho già scritto nel post Stasera vuoi studiare a Stanford, Harvard o Yale? Accomodati, la lezione è online), ossia ad un corso universitario online gratuito

In realtà penso di aver sviluppato negli anni del liceo, dell’università e degli studi post-universitari, buone abitudini di studio; dunque non c’era ragione di iscriversi ad un corso che si chiama Learning how to learn, ossia “imparare ad imparare”, se non la curiosità di scoprire qualcosa di nuovo su come si impara.

E qualcosa di nuovo ho scoperto, già dalle prime lezioni. In questo post vi riassumo, dunque, il contenuto di alcune delle lezioni che ho seguito, con un’avvertenza: nell’urgenza di divulgare, potrei avere eccessivamente banalizzato.

Sarebbe bello che studiare ci venisse facile. Ognuno di noi ricorda quei compagni di classe che riuscivano bene a scuola senza fare grandi sforzi. Ebbene, forse la chiave dei loro risultati scolastici è data dall’efficienza delle abitudini di studio e da una naturale capacità con cui, sia pur inconsapevolemente, alternavano due diverse attitudini mentali, chiamiamole così: pensiero concentrato e pensiero diffuso.

Cominciamo dalla seconda di queste due attitudini della mente: il pensiero diffuso. Il pensiero diffuso è certamente quello che conosciamo meglio. E’ quella sorta di distrazione aperta al nuovo che ci consente, talvolta, di avere qualche idea originale e che, il più delle volte, è una sorta di continuo “pensa-sogno” (passatemi il termine, che utilizzo sin dall’infanzia: amo i “pensasogni”) che sfocia nella distrazione.  E’ dal pensiero diffuso che nascono le grandi idee. Ma c’è un “ma”.  Il pensiero diffuso, senza il pensiero concentrato è come avere le ali senza avere i piedi, come la fantasia senza razionalità: non porta a nulla di buono. Se viviamo in uno stato di distrazione costante, le nostre idee, quand’anche buone, rimarranno effimeri sogni e non si faranno mai progetto.

Il pensiero concentrato – anch’esso non ci è ignoto – è quello che ci richiede, soprattutto nella fase iniziale, tanto sforzo. E’ l’essere compresi in ciò che si sta facendo in modo che tutte le energie mentali e forse anche fisiche siano prese da quell’attività. E’ facile raggiungere uno stato di pensiero concentrato quando una cosa ci piace, ma è molto più difficile trovarvisi se si tratta di estrarre radici quadrate (ammesso che le radici quadrate non siano invece una grande passione: per qualcuno sarà pure così). Normalmente, quando una cosa non ci interessa, arrivare ad uno stato di pensiero concentrato, ossia raggiungere il grado di concentrazione sufficiente a svolgere quella data attività, ci richiede parecchio sforzo ed una certa quantità di tempo.

Nella nostra cultura occidentale e cartesiana, il pensiero concentrato ha il posto d’onore – eppure, come argomentano i docenti di Learning How to Learn anche il pensiero concentrato ha bisogno del pensiero diffuso, se vogliamo generare idee o inventare qualcosa di nuovo. Altrimenti restiamo ottimi esecutori.

In breve: serve il pensiero diffuso per la creatività e quello concentrato per dare una forma razionale alle cose.

Se mi avete seguito sin qui, ed immagino di si, giacché si tratta di concetti molto semplici di cui abbiamo tutti esperienza, forse penserete che tutto questo è acqua fresca. Cosa c’è di nuovo in questa bipartizione? Cosa ci insegna?

Se è vero che conosciamo intuitivamente e pragmaticamente pensiero diffuso e pensiero concentrato, è altrettanto vero che non sappiamo bene come portarci da uno stato all’altro. A questo proposito, nel corso si citano due storie, due esempi interessanti, che non conoscevo. Uno riguarda il pittore surrealista Salvador Dalì; l’altro, l’inventore Thomas Edison.

Entrambi, per finalità diverse (rispettivamente, artistiche e scientifiche) avevano sviluppato un metodo per passare dal pensiero concentrato al pensiero diffuso, ad un pensiero diffuso, tuttavia, che fosse funzionale al proprio lavoro. Insomma, non si trattava tanto di volersi “distrarre” dal proprio lavoro concentrato, quanto di sfruttare il pensiero diffuso per creare o inventare. In un certo senso, per fare problem solving.

La chiave di Salvador Dalì

educazioneglobale La chiave di Salvador DalìDalì usava una tecnica interessante per cercare l’ispirazione prima di dipingere. Quando era stanco, si sedeva su una poltrona, tenendo una chiave in mano, e metteva per terra, sotto la mano in cui teneva la chiave, un piatto di vetro. Nell’entrare in una fase di dormiveglia – e nel rilassare i muscoli – faceva cadere la chiave, che produceva rumore sul piatto, tanto da svegliarlo proprio in quella fase in cui alcune immagini oniriche avevano iniziato a scorrergli nella mente. Si metteva quindi subito a dipingere, raccogliendo le suggestioni che il pensiero diffuso e il dormiveglia gli avevano suggerito. Ecco da dove nascono, tra gli altri, i suoi famosi orologi liquefatti.

Ora, si potrebbe liquidare questa tecnica come un esperimento interessante, ma considerarla una bizzarria che funziona per un artista, specie un tipo come Salvador Dalì che, quanto a eclettismo, bizzaria, genialità e follia era imbattibile. Come applicarla a vocazioni e mestieri d’altro tipo?

Eppure pare che Thomas Edison, l’inventore della lampadina, avesse abitudini simili. Egli era solito sedersi su una sedia, con una mano piena di cuscinetti a sfera e, sotto di essa, poneva un secchio di metallo. Quando incominciava ad addormentarsi, la sua mano si rilassava e i cuscinetti precipitavano nel secchio di metallo, causando un forte rumore. Nello svegliarsi, pare che Edison abbia trovato molte soluzioni ai suoi problemi e anche concepito molte nuove idee.

La tecnica di Dalì e di Edison ha un nome: ipnagogia e il messaggio sottinteso è chiaro: quando si deve imparare qualcosa di nuovo, soprattutto qualcosa che è un po’ più difficile, la mente deve essere in grado di andare avanti e indietro tra le due diverse modalità di apprendimento. Ciò consente non solo di imparare in modo efficace ma anche di mettere a frutto quanto si è appreso, un po’ come un muscolo che, per essere allenato, deve contrarsi ma poi anche rilassarsi ed allungarsi. Per continuare con l’analogia, il pensiero diffuso è lo stretching della mente.

Ovviamente, senza lo sforzo del pensiero concentrato, il mero uso del pensiero diffuso non serve a nulla di direttamente creativo. Ma, per chi deve risolvere un problema che ha già studiato, una “passeggiata” nel proprio pensiero diffuso è un toccasana.

E’ la ragione per cui spesso si trova la soluzione ad un problema sul quale ci si è arrovellati tutto il giorno proprio quando si smette di pensarci. Ci si sforza, ci si concentra, si studia un problema (o una materia), poi si va a fare un passeggiata, una doccia o semplicemente “ci si dorme sopra” e, spesso, la soluzione arriva, come per miracolo.

Questo trucco del dormirci sopra è cosa nota a generazioni di studenti e fa tanto anche per la memoria. E’ noto che, per mandare a memoria efficacemente una lezione o una poesia, dopo lo sforzo e la ripetizione serve lo spacing, ossia l’inserire una pausa tra una ripetizione e l’altra. E’ cosi che la memoria si consolida.

Chiudo qui. Se la distinzione tra pensiero diffuso e pensiero concentrato è stata interessante aspetto i commenti di chi si volesse cimentare con la tecnica di passare da uno stato all’altro.

Chi, invece, avesse voglia di seguire un MOOC  – oltre ad usare tutti i siti che ho menzionato qui – può usare anche un portale che ho scoperto da poco e che si chiama Course Buffet. Course Buffet, come evidenzia anche il nome, organizza tutti i MOOC in un comodo catalogo per temi, raggruppando corsi simili insieme, così da non dover saltare da una piattaforma all’altra e comparare più corsi sullo stesso tema. Il tutto gratis, ovviamente, e senza pubblicità. Ormai per imparare non ci sono più scuse: basta una buona connessione Internet!

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Comments

  1. Si, avevo letto anch’io su diverse fonti (Internet,libri) anche al fine di dare dei giusti consigli alle mie figlie sul metodo di studio,che l ideale è studiare concentrati per 40minuti,poi 15 minuti di pausa e 5 di ripasso della lezione precedente e così via.

  2. ciao a tutti, mi introduco in questo post per chiedervi se conosce o avete mai applicato il metodo Kumon. Ne sono venuta a conoscenza leggendo un libro molto interessante (Parent Power) che mi aveva consigliato Francesco Spisani. In Inghilterra ho visto che è diffusissimo (ci sono piu’ di 700 scuole). Si affianca alla scuola tradizionale e non la sostituisce anche perche’ si occupa solo di due materie, inglese e matematica. In Italia è pressoche’ non presente. Esiste solo un centro in Lombardia ma le lezioni vengono svolte semplicemente tramite invio del materiale e non con la presenza di insegnanti, per ovvie ragioni logistiche. Ho comprato qualche testo (solo per la matematica) e mi sembrano convincenti ma non so se il self made puo’ avere una qualche valenza.
    qualcuno sa darmi maggiori ragguagli?
    Elisabetta puoi intervenire?
    grazie

    1. Ciao Antonella,
      è un quesito che mi è già arrivato (lo trovi tra i commenti sull’About di questo sito) e ti copio la risposta che detti a Silvia che mi chiedeva lumi perchè purtroppo è ancora tutto quello che so.
      “Il metodo Kumon me lo devo ancora studiare, a dire la verità. Lo conosco perchè i miei amici canadesi lo usano con la figlia (ormai con tutte e due le figlie credo). Dunque oltre alla scuola, il pomeriggio la più grande ha fatto un paio d’anni di “Kumon math” una volta a settimana e ora fa un programma che si chiama “Spirit of math” sempre della Kumon. In generale, nei paesi anglosassoni non esiste tanto il concetto di “prendere ripetizioni” quando una va male, ma, semmai, almeno per le famiglie che possono permetterselo (ma in UK alcune cose del genere sono gratuite nei Community Centers), c’è l’idea che il sapere scolastico va integrato con programmi e laboratori pomeridiani che consentono di vedere una stessa materia scolastica sotto un’altra luce. Tieni presente che spesso l’approccio è molto ludico e pratico e ti fa vedere perchè un tale sapere, come la matematica, è importante nella tua vita di tutti i giorni. L’approccio è dunque totalmente diverso. In Italia questa roba ce la sognamo, non ci si è ancora arrivati. E’ la stessa storia che accade con i musei che non hanno nella maggioranza dei casi un percorso per bambini. Genitori volenterosi possono accedere a questi programmi online, ma non è la stessa cosa… sebbene ti invito a digitare su google ad esempio khan academy e ad iscriverti. Centinaia di migliaia di lezioni, su temi dalle addizioni al calcolo, dalla rivoluzione francese agli integrali, tutte gratuite e con un meccanismo di incentivi che hanno i videogiochi. Si usa con ragazzini più grandi ma è fatto benissimo. Detto ciò appena ho un pò di tempo approfondisco in cosa si basi il metodo Kumon, che, come la “Singapore math”, mi ha sempre incuriosito!”.

      Comunque questa estate vedrò i miei amici canadesi e cercherò di capirne qualcosa di più!

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