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Tre film da vedere o rivedere su imprenditorialità, professione e lavoro

Nei lunghi viaggi aerei, i libri tengono compagnia (ma, in realtà, non è forse sempre vero?). Tuttavia, dopo un paio d’ore di lettura ininterrotta – un lusso senza pari – la stanchezza prevale e anche il romanzo più avvincente si comincia pericolosamente a confondere con il contesto. Tuo figlio t’interrompe, s’avverte l’odore dei vassoi del pranzo, delle adolescenti una a tratti si lamenta, il vicino russa, l’aria condizionata dell’aereo infastidisce, il neonato della fila dietro piange nuovamente e tu provi un misto di fastidio e di trasporto. Allora è il cinema a correre in aiuto. Desidereresti un bel film di Lubitsch o di Woody Allen (anche se li sai a memoria, è sempre divertente poterli rivedere), ma sei disposta anche a vedere la commedia più idiota o l’ovvietà di qualche missione impossibile. Poi ti capita quel viaggio aereo graziato da qualche film bello, di quelli che magari non resteranno nella storia del cinema ma che raccontano una vicendainteressante e possibilmente anche vera, e allora sei molto contenta di poterti trovare vari chilometri sopra al cielo, chiusa in una scatola con le ali, con lo straordinario privilegio finale di scendere in un luogo nuovo o comunque diverso dall’usuale. Mettici pure, poi, che ogni componente della famiglia ha trovato il suo film e nelle pause ci si confronta. Così, in viaggio per Chicago, mi capitarono in sequenza tre film in qualche modo uniti da un tema comune: si tratta di tre film americani che ruotano intorno al tema del lavoro, visto dal suo lato imprenditoriale o come tentativo di affermazione di un proprio progetto di vita. E’ passato qualche anno e molti avranno già visto questi film. A chi non ne ha avuto modo, ne consiglio la visione.

Steve Jobs

Il primo, riguarda Steve Jobs e l’Apple. Al mito del fondatore della Apple è successo ciò che è accaduto al romanzo di Choderlos de Laclos, Le relazioni pericolose. Due diversi registi hanno affrontato il tema e girato un film nello stesso periodo. Così circolano due film su Steve Jobs e l’Apple che sono, in qualche modo, coevi. Uno si chiama solo Jobs ed è diretto da Joshua Michael Stern, con protagonista Ashton Kutcher.

Steve Jobs, il film di Danny Boyle sull’imprenditore visionario e scorbutico è l’altro. Ambientato interamente dietro le quinte, racconta i backstage delle presentazioni di tre suoi prodotti di diversa fortuna, in tre momenti della sua ascesa: il primo Macintosh nel 1984, il NeXT dell’88 e l’iMac del 1998.

Questi tre lanci di prodotti non si vedono mai ed è un po’ frustrante, se ne vede solo il backstage in cui Jobs parla (e litiga) con alcuni dei suoi collaboratori più stretti e con la sua ex compagna. Nel complesso il film è lento e induce più alla riflessione dopo averlo visto che al coinvolgimento durante la visione ma l’espediente della narrazione del backstage ha il pregio di farci conoscere una delle fissazioni di Jobs: hardware e software vanno progettati insieme e privati di ogni modo per gli utenti di cambiarli, personalizzandoli in modi non previsti. Ed ecco ciò che sempre mi colpisce nei prodotti Apple, ossia che proprio Apple sia un po’ contraria all’ethos stesso della silicon valley che, almeno negli anni ’70 e primi ’80, si confondeva con una cultura hippie e orientata verso l’open source e la condivisione delle opere dell’ingegno (ma leggete Jaron Lanier per questo).

The Founder

Il secondo film è legato ad un altro mito americano, molto diverso. In tanti l’avranno visto. Si tratta di The Founder, il fondatore, il film che narra la nascita della più celebre catena di ristorazione al mondo (McDonald’s). Il film non si preoccupa soltanto di denunciare il sostrato economico-sociale che ne costituisce l’impalcatura, ma parte dalla vicenda personale dell’imprenditore Ray Kroc. Crock è un inetto all’inizio del film, un fallito venditore di frullatori e si evince che il business dei frullatori sia solo l’ultima delle tante fallimentari esperienze imprenditoriali che Ray ha intrapreso nel corso della sua vita. Ha una grande, botta di fortuna, che è mossa esclusivamente dalla curiosità: andare a visitare di persona il ristorante che ha ordinato sei frullatori, cifra assurda per quegli strumenti. Così incontra, nel loro ristorante di San Bernardino, i fratelli Dick e Mac McDonald (Nick Offerman e John Carroll Lynch), inventori di un rivoluzionario ed efficientissimo “fordismo” applicato in cucina, che permette in trenta secondi al cliente di avere in mano un ottimo hamburger, patatine e bibita da consumare all’istante, dove si vuole. Ray rimane fulminato alla vista di questo metodo.

Un metodo incredibile, la cui teorizzazione viene mostrata nel film in una sequenza che vale la visione di tutto il film, in cui gli attori mimano, in un campo da tennis, i movimenti in una virtuale e bidimensionale cucina che è stata disegnata a terra con dei gessetti colorati, per ottimizzare i risultati. Ma i due fratelli hanno un’etica e la fissazione con la qualità e rifiutano di esapandersi o di iniziare un franchising perché nessun affiliato avrebbe potuto mantenere la qualità del loro ristorante di San Bernardino. Croc li convince e, quando lui prende in mano il franchising il sistema ha una svolta. E’ infatti grazie all’intuizione di un altro personaggio che Croc capisce che il tesoro che ha trovato non è fatto di hamburger, ma deve basarsi sulla proprietà del terreno e dell’immobile. E’ così che la McDonald’s viene “sfilata” ai due fondatori originari ma si espande in tutto il mondo, diventando l’impero del fast food.

Hidden Figures

Il terzo film è il più bello e non riguarda una startup o un’impresa, ma l’affermazione femminile nel mondo del lavoro. Le storie personali delle tre protagoniste, che sono veri talenti della matematica e che poi si lanciano anche nell’allora nascente informatica, sono narrate sullo sfondo di due grandi temi: la discriminazione razziale e la corsa allo spazio.

Hidden Figures (in italiano Il diritto di contare) narra le vicende delle prime missioni spaziali della NASA. Le tre donne sono la matematica Katherine Johnson, l’aspirante ingegnere aerospaziale Mary Jackson, la matematica Dorothy Vaughan. E’ una storia vera, basata sul libro omonimo e “hidden figures” è un gioco di parole perché in inglese figures vuol dire sia “cifre” che “persone”.

Il film è un drama con alcuni momenti da commedia, specie quando si tratta di solidarietà e amicizia femminile e, inutile dirlo, è un vero “feel good movie”, molto ben recitato. Le tre protagoniste hanno il compito di fare e rifare e ricontrollare infinite volte calcoli di vario tipo sui quali basare le missioni facendo si che poi tutti, dai fisici agli astronauti, possano basarsi sui quei calcoli per portare avanti altre attività. Fu proprio basandosi sui calcoli verificati da una di loro che si fece la prima missione che mandò uno statunitense in orbita attorno alla Terra.

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