Il futuro dei tuoi figli…?

20120812_200957Chiunque eserciti il difficile compito di genitore deve considerare gli scenari del futuro prossimo.  Questa è una cosa che ho sempre pensato. E, di tanto in tanto, sarebbe anche il caso di guardare un po’ oltre il proprio “particolare”, fatto di tempo e luogo, ed avere lo sguardo lungo. Uno sguardo lungo in termini di tempo, guardando al futuro prossimo per ipotizzare il futuro remoto ed uno sguardo lungo anche in termini di luogo.  D’altronde, il genitore che cerca di educare il bambino per il mondo globale – e dunque legge questo blog – pur muovendo dal proprio paese lo fa considerando anche i suoi vari cerchi concentrici, via via più larghi: la cornice dell’Europa, il contesto dell’Occidente, fino ad arrivare, poi, a prendere in esame il mondo intero.

Beh, insomma, quale genitore non si è chiesto come sarà l’Italia, l’Europa o il mondo tra dieci, venti o cinquanta anni?  Oppure quali saranno le potenze che domineranno il mondo?  O quali scoperte mediche e scientifiche cambieranno la nostra vita? (mi correggo: la vita di chi vivrà dopo di noi!).  Perché io me lo chiedo quasi quotidianamente e, il fatto di vivere in un’epoca piena di incertezze a livello economico ma anche ambientale, non fa che farmi interrogare ancora di più.

Da tempo sono quindi interessata ai libri che parlano del futuro, con tutti i caveat del caso: è facile imbattersi in libri che contengono i vaneggiamenti di qualche futurologo che ci dice che, tra poco, andremo tutti su marte.

Le previsioni sul futuro vanno quindi prese con le dovute cautele.

Segnalo tre libri del genere “uno sguardo sul futuro”, molto diversi tra loro.  I primi due li ho letti, del terzo ho, per ora, letto ampi stralci online. Dico “segnalo” affinché sia chiaro che queste mie riflessioni sparse non hanno alcuna pretesa di assurgere a recensione…

Veniamo ai tre libri. Non è neanche il caso di dirlo, ma i titoli sono tutti molto evocativi! Il primo si chiama Dove andremo a finire.  Il secondo Dove va il mondo?.  Il terzo Megachange 2050.

Dove andremo a finire, è un libro-intervista sul futuro del nostro Paese, uscito nel 2011 per Einaudi stile libero, a cura di Alessandro Barbano. E’ una testimonianza lucida sul futuro immediato da parte di alcune autorevoli personalità di vari campi, che, analizzando la situazione attuale, spiegano ciò che sta per succedere.  Otto intellettuali, afferenti a otto settori diversi, dalla politica alla psicanalisi, dalla letteratura alla fisica, esprimono la loro visione del futuro prossimo dell’Italia. Si tratta dell’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato, della psicanalista Simona Argentieri; del fisico Nicola Cabibbo, ora scomparso; del sociologo Giuseppe De Rita fondatore del Censis; del semiologo e scrittore Umberto Eco; dell’editorialista del Corriere ed ex ambasciatore Sergio Romano; del cardinale Angelo Scola; dell’oncologo ed ex ministro della Sanità Umberto Veronesi.

Se devo dirla tutta, a questo elenco mancano un economista e un demografo, anche se lo sfondo economico e quello demografico fanno la parte del leone.

Il limite del libro, a mio parere, è quello di mancare di una unità di stile e di temi; malgrado ciò, alcune delle interviste sono molto interessanti.

Il quadro di sfondo lo conosciamo: l’Europa arretra e invecchia, l’Italia arranca più di tanti paesi europei, in pochi decenni la Cina sarà la prima economia mondiale (salvo che, poi, il suo tasso di crescita si abbasserà) e paesi come il Messico saranno in forte ascesa.  Analizzando il quadro impietoso della ricerca scientifica, Umberto Veronesi afferma che l’Italia “è un paese che definirei handicappato rispetto agli altri. Perché è come un uomo che vive alla giornata, senza chiedersi mai che cosa vuole per il domani e come ottenerlo. All’Italia manca la strategia del futuro.” E quando gli viene chiesto cosa sarà dell’Italia tra dieci anni risponde: “Decliniamo lentamente, partendo da una condizione storica di sicuro vantaggio”.

Se è vero che dobbiamo rassegnarci al fatto che altri paesi crescano e che il motore dello sviluppo non abbia più il suo centro in Europa, perché “perdiamo prospettive, quote di mercato, ci sono più vecchi e nascono pochi bambini” è anche vero – come afferma  Giuliano Amato  – che la nostra visuale è miope:  “Diciamo la verità, noi abitanti del Vecchio continente ci vediamo come i perdenti della globalizzazione (….) in qualunque altra parte del pianeta si guarda ad un futuro di occasioni che si allargano“.

Il secondo libro è Dove Va il Mondo?, un libricino piccolo piccolo edito in Italia da Bollati Boringhieri  che riporta saggi di Serge Latouche, Yves Cohet, Jean – PIerre Dupuy e Susan George. Gli autori non si sbilanciano con previsioni a lungo termine, ne fanno solo a brevissimo. Latouche, meglio noto come il sostenitore dell’idea della “decrescita felice” traccia un quadro fosco: ineluttabile è il declino non solo dell’Europa, ma dell’ordine economico neoliberale. Latouche si lancia in un vertiginoso parallelo storico e intitola il suo contributoLa caduta dell’Impero romano non avrà luogo, ma l’Europa di Carlo Magno scoppierà, affermando che la crisi che viviamo è più un’epoca storica che un momento (pensate che allegria!), nel senso che sarebbe impossibile stabilire una data precisa per il crollo dell’Occidente, dal momento che il suo declino si sta prolungando lungamente attraverso “una serie di catastrofi più o meno prevedibili”.

Senza una prospettiva diversa dell’economia, soprattutto energetica, Latouche intravede un collasso mondiale tra il 2030 e il 2070. Nel 2070 secondo Latouche invece ci sarà la crisi alimentare, la totale deforestazione del pianeta, aumento della popolazione tra 9 o 10 miliardi di abitanti e desertificazione. ah, dimenticavo, ovviamente per Latouche è inevitabile il crollo del sistema finanziario internazionale…

Insomma, Latouche prevede una lunga agonia se non si sterzerà in tempo, soprattutto dal punto di vista climatico, energetico e alimentare. Non amo il suo catastrofismo economico ma sull’ambiente, toni a parte, di certo ha le sue ragioni. Gli scienziati ci dicono ormai da tempo che non possiamo permettere che la temperatura globale superi i due gradi, mentre sappiamo che potrebbe aumentare anche di più e che gli immigrati ambientali (che scappano da inondazioni e desertificazioni) sono già una realtà.

Se sin qui vi siete sconfortati, se il futuro vi atterisce, se magari avete visto il documentario di Annalisa Piras e Bill Emmott, Girlfriend in a coma, e, come me, vi siete depressi sprofondando sempre di più sul vostro divano, allora è il caso che arrivo al terzo libro.

Il terzo libro è un rapporto di Daniel Franklin e John Andrews dell’Economist che ipotizza lo stato del mondo nel 2050.  Si chiama Megachange – The world in 2050, ed esercita invece lo sguardo lungo, sia pur su una solida base quantitativa.

Adottando una prospettiva più ampia e una visione più lunga, alla fine Megachange è un libro meno pessimista degli altri, se non altro perché ha una visione globale.  Contiene venti saggi su altrettanti temi. Quello sulla demografia ci ricorda che ci sono voluti 250mila anni prima che la popolazione mondiale raggiungesse quota un miliardo, nel 1800 ma che sono invece trascorsi soltanto una dozzina d’anni per aggiungere l’ultimo miliardo di abitanti del pianeta, che ha portato il totale, nell’ottobre 2011, a oltre sette miliardi. Nel 2050 saranno nove miliardi. Nel mondo nel 2050 ci saranno troppe persone ma, nello stesso tempo, il fatto più eclatante è che saranno – come del resto sono ora – mal distribuite, con il risultato che, molti Stati, per via della natalità e dell’invecchiamento della popolazione, potrebbero crollare sotto il peso di costi sociali insostenibili.

Nel 2050 la Cina crescerà del 2,5 per cento, insomma una “crescita per convergenza” mentre l’Asia tornerà a pesare, come nel 1820 e nei secoli precedenti, per più di metà dell’economia mondiale.

Questo però non significa che l’inglese perderà il ruolo di lingua franca o che gli scienziati cinesi guideranno il mondo, a meno che il regime di Pechino dovesse aprirsi fino ad accettare quella piena libertà intellettuale che è precondizione per la circolazione delle idee e delle scoperte scientifiche.

Insomma, è un’epoca di grandi disastri ma anche di grandi sfide: quale regime economico è sostenibile nel lungo periodo? Come sfamare miliardi di persone? Come salvare l’ambiente in cui viviamo?

Che i nostri figli vivano in Italia o che, in un futuro più o meno lontano, finiscano per spostarsi all’estero, in Europa o altrove, queste saranno le sfide che dovranno fronteggiare.

Saranno pronti?

 

Ti potrebbero anche interessare:

Aggiungi un commento - Leave a Reply