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La scuola Italiana nel confronto internazionale

Ormai lo sanno anche i genitori che PISA, se è scritto tutto maiuscolo, non è solo la famosa città con la torre pendente, ma anche un acronimo. Si, perché PISA sta per Programme for International Student Assessment ossia “Programma per la valutazione internazionale dell’allievo” ed è un’indagine che viene svolta ogni tre  anni per accertare le competenze dei quindicenni scolarizzati e, quindi, per confrontare il livello di istruzione degli adolescenti dei principali paesi industrializzati.

A dire la verità non è l’unica comparazione internazionale ma è certo la più famosa. Esistono pure il Trends in Maths and Science Study (TIMSS; edizioni 1995, 1999, 2003, 2007, 2011) e il Progress in International Reading Literacy Study (PIRLS; edizioni 2001, 2006, 2011)  finanziate dalla IEA (International Association for the Evaluation of Educational Achievement), che si serve dell’International Study Center del Boston College.

Ma torniamo al PISA. Proprio oggi – 3 dicembre 2013 – sono stati presentati i dati dell’ultima rilevazione, il PISA 2012 e domani mattina tutti i giornali cartacei ne faranno menzione.

Come si possono comparare i risultati di sistemi di istruzione che fanno riferimento a culture tra loro tanto diverse, come, ad esempio, Taiwan e la Nuova Zelanda oppure la Grecia e il Vietnam? La soluzione dell’OCSE è stata quella di focalizzare la rilevazione non tanto sulla padronanza di determinati contenuti curricolari (che, necessariamente, sarebbero stati diversi da paese a paese), ma, piuttosto, sulla misura in cui gli studenti sono in grado di utilizzare competenze acquisite durante gli anni di scuola per affrontare e risolvere problemi e compiti che si incontrano nella vita quotidiana. Si analizzano quindi le competenze relativamente ad una età ben precisa (quindici anni) e in tre diverse aree: comprensione nella lettura, matematica, scienze. Inoltre, ogni ciclo dell’indagine approfondisce maggiormente una delle tre aree. La rilevazione 2012 ha avuto come principale focus la matematica.

Ma come si colloca l’Italia nel confronto internazionale?

Chi domani volesse fare una rassegna stampa dei commenti e delle opinioni sull’indagine PISA si metterebbe le mani nei capelli: l’Italia è migliorata molto  – dice un giornale (o un telegionale) – specie malgrado i tagli di risorse alla scuola operati negli ultimi anni; no, l’Italia fa malissimo, scrive un altro quotidiano (o sito, o blog).

La verità è che chi si accostasse alle rilevazioni PISA oggi per la prima volta, dovrebbe essere informato circa il fatto che, le prime volte che il nostro Paese è stato sottoposto a valutazione, i risultati sono stati disastrosi. Dal 2000 ad oggi, sembra che le competenze dei nostri 15enni siano migliorate, oppure, maliziosamente, si potrebbe affermare che i docenti sanno forse preparare oggi meglio di ieri i propri allievi ad utilizzare competenze di comprensione del testo o ad usare conoscenze matematiche per risolvere i test PISA.

Fatto sta che la buona notizia è quindi che, dal 2000 a oggi ma, soprattutto, dalla rilevazione del 2009 ad oggi, l’Italia è migliorata: anzi, è uno dei Paesi che ha registrato i più notevoli progressi in matematica e scienze. Ne parla Andreas Schleicher, l’ideatore dei test PISA in una intervista data ieri e che potete ascoltare qui se volete buone notizie, beninteso prima che arrivi la mazzata (più sotto).

La cattiva notizia, però è peggiore di quella buona. L’Italia, anche se è migliorata, fa ancora male: è sotto la media OCSE in tutte e tre le competenze (lettura/comprensione, matematica, scienze). Insomma ragazzi, non c’è da stare allegri. Chi utilizza ancora, con tono dogmatico, quelle frasi del tipo “la scuola italiana è ottima” evidentemente non si è aggiornato.

Ma andiamo a vedere i punteggi: l’Italia ottiene risultati inferiori alla media dei Paesi dell’OCSE. In matematica si colloca tra la 30esima e la 35esima posizione; in lettura, ossia nella comprensione dei testi, tra la 26esima e 34esima e, in scienze, tra la 28esima e 35esima, rispetto a 65 Paesi ed economie che hanno partecipato alla valutazione PISA 2012 degli studenti quindicenni.

Si noti bene che il divario tra il massimo e minimo dei paesi OCSE è equivalente a tre anni scolastici.

In altre parole, i paesi che hanno punteggi più bassi hanno fatto ‘sprecare’ ai propri allievi quasi tre anni di scuola. Non è poco!

L’altro elemento di amarezza, arriva quando si scompongono, nel risultato nazionale complessivo, le differenze territoriali. Ne risulta un’Italia profondamente divisa in due, con punteggi assolutamente diversi tra il meridione e il nord. I ragazzi della provincia di Trento, del Friuli Venezia Giulia e del Veneto sono al pari dei loro colleghi europei, anche se non bravi come i ragazzi asiatici (la Lombardia invece fa molto bene in lettura e scienze ma non in matematica).

Io sono tanto contenta per i ragazzi, le scuole e i docenti del nord, ma ritengo sbagliato sentirsi soddisfatti più di tanto, quando il Sud, invece, è tutto sotto la media Ocse. Dobbiamo forse rassegnarci ad essere un paese a due velocità?

Insomma, la questione meridionale a scuola esiste eccome. Che vorrà dire? Qualche leghista ne approfitterà per dire che i meridionali sono più ignoranti? Probabilmente la ragione va cercata nel PIL. E’ un fatto di diseguaglianza di opportunità: dove c’è più ricchezza, ma anche suppongo, amministrazioni più efficienti, servizi funzionanti insomma dove lavorare è più semplice, l’Italia può fare bene. Regioni più ricche, ossia con un PIL più alto, offrono contesti migliori anche sotto il profilo culturale e generano maggiore capitale umano.

La conclusione sarà banale ma è sempre la stessa: non sono i singoli talenti o le best practices che mancano ma è il ‘sistema paese’ che non tiene.

Alla fine, la chiave di volta della scuola sono sempre gli insegnanti, che devono essere ben selezionati e continuamente formati ma anche ben pagati e motivati. I sistemi di istruzione eccellenti hanno negli insegnanti il loro perno ed hanno frequentemente sistemi per cui i migliori docenti vengono mandati ad insegnare nelle scuole più difficili, anche con incentivi economici.

Chi volesse leggere la sintesi italiana la trova qui e leggerla vale la pena:  i dati mostrano varie altre cose, sulle competenze delle ragazze (più brave in lettura dei ragazzi un po’ meno in matematica), sull’importanza di una scolarizzaione precoce (un’assicurazione contro le difficoltà di apprendimento sembra venire dall’aver frequentato la materna e/o il nido per più di un anno), sull’importo della spesa per istruzione ed il suo utilizzo.

Ma chi sono i paesi migliori, viene da chiedersi? I  migliori sono sempre gli stessi da anni: Shanghai (Cina) per la matematica, sempre Shanghai insieme ad Hong Kong, Singapore, Giappone e Corea in lettura e Shanghai, Hong Kong, Singapore, Giappone e Finlandia in scienze. Avete ancora qualche dubbio che questo è il secolo asiatico?

Chi volesse, può consultare il  grafico di sintesi delle posizioni dei vari paesi.

Ma c’è speranza? Si può migliorare?

Intanto, forse, i nostri ragazzi dovrebbero studiare di più. Ai compiti a casa i ragazzi italiani pare dedichino  8 ore e mezza alla settimana, quasi due ore in meno del 2003, mentre a Shanghai i ragazzi studiano almeno 14 ore settimanali, ma ho un sospetto: che il dato sia fasullo e che cinesi (e singaporiani, e coreani) facciano molto di più.

Poi, si può migliorare il sistema di istruzione proprio partendo dai dati PISA: Andreas Schleicher dell’OCSE, l’ideatore dei test PISA, in una conferenza TED illustra come migliorare l’istruzione di un paese. Il fatto che il paese che investe di più sull’istruzione, il Lussemburgo, ottenga risultati non migliori di tanti altri ci conferma che non basta spendere, ma occorre spendere bene.

Infine, per chi si trovasse a Roma, segnalo che Giovedì 12 dicembre si terrà un convegnodal titolo “Esperienze internazionali di valutazione dei sistemi scolastici” cui parteciperà Andreas Schleicher nonchè il Ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza e Paolo Sestito, già Presidente dell’INVALSI. Il convegno è organizzato presso la LUISS di Roma dall’Associazione TreeLLLe (Life LongLearning) un think tank fondato nel 2001 che ha come obiettivo il miglioramento della qualità dell’education.

E se qualche genitore volesse cimentarsi, può provare a rispondere a qualche domanda dei test PISA…poi fatemi sapere come è andata!

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Comments

  1. Ma questo PISA, quanto PESA?

    La battuta è d’obbligo, per introdurre il mio commento. Non parlerò della situazione italiana, altri lo hanno fatto e lo faranno meglio di me, ma l’insufficienza in pagella, nonostante i tentativi di indorare la pillola, l’abbiamo presa e ce la teniamo.
    Ho invece qualche pretesa di analisi critica, che condivido con i gentili partecipanti a questo sito, nella presunzione di poterne ricavare anche qualche spunto per il nostro quotidiano

    Primo, se ho capito bene, il PISA misura il livello di preparazione degli studenti di un dato Paese, accertando non cosa hanno studiato e come, ma cosa sanno o non sanno fare all’esito del loro corso di studi, ovvero accertando se sanno superare determinate prove. Qui, il metro sono le prove stesse, somministrate secondo dati criteri. In proposito, al PISA do un nove tondo: nel sito, così bene linkato da Elisabetta, sono disponibili, anche se di volume piuttosto ponderoso, tutti i dati di partenza, e ciò è imprescindibile per un lavoro scientifico: in teoria, ciascuno di noi potrebbe controllarli, ed anche ripetere la ricerca. Senza voler arrivare a tanto, uno spunto utile per i singoli, sia genitori sia insegnanti, qui c’è, ovvero provare a far rispondere i nostri giovani a qualcuno dei quesiti, così per vedere cosa succede. Meglio sarebbe -visto che scoprire a quindici anni che non si è capito nulla non serve molto- tener conto che questo tipo di prove esiste già nell’intero corso di studi precedente, magari allenandosi gradualmente su versioni semplificate.
    Mi lascia solo perplesso -e non sono da solo, perché a margine del TED talk pure linkato è un’osservazione frequente- la scelta di certi campioni. Perché ad esempio Shangai e Hong Kong corrono da sole? Per Hong Kong posso capire, ha una storia politica e culturale particolare, ed ancor oggi è una regione a statuto speciale. Ma Shanghai? E se mettiamo nel campione tutta la Cina, comprensiva di aree rurali depresse, cosa succede? Oppure, meglio, se c’è una regola invochiamola anche noi, e facciamo correre da solo almeno il Sudtirol, il che culturalmente un certo senso lo avrebbe…

    Secondo, sempre se capisco bene, il PISA misura l’equità e l’efficienza del sistema scolastico di un certo Paese, ovvero, in sintesi brutale, dice se, in proporzione alle risorse impiegate, esso offre a tutti, o al maggior numero di studenti, un livello medio di preparazione elevato in valore assoluto. In proposito, il PISA considera una grandezza economica, la spesa annua per studente. Mi dispiace, ma stavolta devo dare un sei meno. Né in tutto il sito PISA, né altrove, sono riuscito a trovare un dato essenziale: come viene calcolato questo valore? Non sto dicendo che non lo si spieghi: non potrei affermarlo con certezza. Dico solo che una persona di media cultura, quale mi reputo, non è riuscita a capirlo, in singolare contrasto con la trasparenza che ho riscontrato a proposito delle prove di valutazione. Ho scaricato la tabella, riportata anche dal Corsera, che sintetizza la spesa per studente dei vari Paesi, ho poi seguito il link della fonte e scaricato il foglio excel delle relative statistiche: ci si preoccupa di puntualizzare (non scherzo) che i dati forniti a proposito di Israele non pregiudicano lo stato giuridico delle alture del Golan, ma non si spiega cosa mai quelle cifre aggreghino. E la domanda non mi pare oziosa, visto quanto segue.

    In terzo luogo, il PISA – anche se smentisce (vedi il TED talk con l’intervista al prof. Schleicher) di volerlo come scopo istituzionale- formula, in sostanza con raccomandazioni implicite nel confronto, suggerimenti su cosa si potrebbe fare per migliorare. E qui il discorso è più articolato.
    Dalle varie tabelle di cui l’indagine è corredata emerge intanto un punto forte e chiaro: spendere non basta, anzi tutto sommato non serve. Alla faccia del senso comune per cui chi più spende meno spende, dico io. Il prof Schleicher poi ci mette del suo, e sceglie un esempio per noi particolarmente infelice: il Lussemburgo spende di più della Corea, ma fa peggio, perché la Corea ha le classi numerose, e non spreca soldi con le classette boutique. E in questo modo -come risultato certamente non voluto, ma oggettivo- a livello macro si regala un bell’alibi ad una certa classe politica: visto, spreconi ingrati che non siete altro? Le classi pollaio le abbiamo inventate noi, e la Corea ce le ha copiate… A livello micro, poi, ci chiediamo: spendo soldi per la scuola internazionale, non è che secondo il PISA non ne vale la pena?
    Come si dice, garbatamente dissento, soprattutto per quanto riguarda l’Italia. La nostra spesa sarebbe più elevata della media, e superiore a quella di Paesi con risultati assai migliori. Sarà. Ma questi soldi dove finiscono? Retribuzioni degli insegnanti modeste. Immobili fatiscenti. Attrezzature ferme al secolo scorso. Classi pollaio. Tempo pieno tagliato. Sostegno solo su ricorso al TAR. Tasso di abbandono elevato. E allora? Magari il PISA sbaglia, magari nel dato della spesa qualcuno infila voci che con l’istruzione dei quindicenni nulla hanno a che vedere. Non lo so, ma mi piacerebbe saperlo. Nell’attesa, continuo a riempire il porcellino, e a pensare che una buona scuola a buon mercato forse non esiste, e comunque io devo ancora trovarla.
    Sempre il prof Schleicher si sofferma su quelle che noi chiameremmo buone pratiche, ovvero su soluzioni che a parere suo, e credo quindi dell’organizzazione che gli fa capo, contraddistinguono i sistemi meglio classificati. Qui però, lo dico senza polemica, si va sull’intuitivo, nel senso che, come si è visto il PISA si occupa in modo analitico di soli risultati, non dell’organizzazione che li produce. Ad esempio, non mi pare che, a parità di risultati ottenuti dagli studenti, un sistema in cui la retribuzione degli insegnanti è fissata a livello centrale riceva un punteggio maggiore o minore di un sistema in cui la contrattazione è decentrata. I suggerimenti organizzativi quindi rispecchiano un’opinione, anche se altamente qualificata, degli esperti, non il risultato di una misurazione, come invece fanno i risultati di profitto.
    Pur con questo limite, mi pare che il prof Schleicher un paio di cose sensate e utilizzabili anche dai singoli le dica. Intanto, mi ha molto colpito questo suo pensiero: perché le cose vadano bene, bisogna che stare a scuola sia più piacevole che stare al centro commerciale. E qui ci va male: al presente, non mi consta che gli insegnanti sul posto di lavoro dispongano, per così dire, di uno spazio culturale in cui stare piacevolmente, studiare, aggiornarsi e confrontarsi con i colleghi senza le modalità obbligate della riunione di lavoro, e lo stesso, corrispondentemente, vale per gli studenti. Da noi purtroppo la poesia di tutti i progetti di “scuola aperta” si scontra sempre con la prosa dei soldi per il riscaldamento che mancano e dei bidelli che non possono fare straordinario, ma chissà che provando non si ottenga qualcosa. Anche solo in termini di mentalità: sono sicuro che molti arriccerebbero il naso solo all’idea di fornire nel plesso scolastico un ufficio -anche solo un cubicolo in un open space, ma con spazio computer, scrivania, poltrona e uso di segreteria- “a quei fannulloni degli insegnanti, che tanto si fanno tre mesi di vacanze pagate” (commenti dei lettori all’ordine del giorno nel sito di qualsiasi quotidiano). Eppure non si capisce che in ciò non ci sarebbe nulla di scandaloso: si tratterebbe di dotazioni normali per qualsiasi lavoratore di concetto.
    Altra idea che mi ha colpito, perché è tanto ovvia da essere geniale. Per riuscire bene a scuola ci vuole tempo, tempo per studiare e soprattutto tempo per pensare. Vale per gli insegnanti, che come evidenzia il prof Schleicher sono tanto presi da incombenze estranee da avere, in realtà, ben poco tempo per insegnare. Ma se ci pensiamo, vale anche per gli studenti. Mi limito ad una provocazione: siamo sicuri che la girandola di impegni doposcuola –lunedì tennis, martedì danza, mercoledì basket, giovedì karate, venerdì nuoto, sabato musica e domenica gare, oltre naturalmente a “sushi, sashimi, tataki e sudoku” (la citazione è da Giuseppe Culicchia)- serva effettivamente a qualcosa?

    1. Il Sudtirol viene già rilevato indipendentemente nel PISA ma non fa una bella figura. Infatti, nonostante sia a reddito elevato la sua performance è media, e di molto inferiore a quella di Trento e Veneto in tutte le materie. I colpevoli sono gli studenti italiani che abbassano la media di molto (ma gli italiani stanno anche a Trento), ma vi è anche da dire che in Provincia di Bolzano per essere insegnanti bisogna conoscere il tedesco anche se non lo si deve usare, riducendo il pool di potenziali candidati all’insegnamento. Lo stesso problema si verifica nel Canton Ticino e ovunque vengono posti vincoli irrilevanti per la posizione da ricoprire.

      Per quanto riguarda le classi pollaio, ad esempio, all’elementari l’Italia si distingue per il più basso numero di studenti per classe rispetto a Germania, Francia e UK. E a proposito di insegnanti, non è vero che i nostri prendono stipendi bassi, se si considera che gli insegnanti percepiscono pensioni che nessun altro paese riconosce per livello e durata. é vero che l’insegnante prende in busta meno di un tedesco o inglese (ma simile a un francese) però poi il tedesco e l’inglese riceve una pensione misera se non ha risparmiato e accumulato in un fondo pensione privato. Se a questo poi si aggiunge che un insegnante italiano di scuola media (è solo un esempio) svolge, secondo l’OCSE, un numero di ore di insegnamento di 630 ore rispetto alle 757 ore di un tedesco o alle 695 di un inglese. Per i tre mesi di ferie, in realtà per molti sono anche quattro mesi, di cui un mese circa come da regolare contratto, il resto perché la scuola è chiusa o inattiva.

  2. Caro Francesco, puoi per favore provare ciò che dici in fatto di stipendi e favolose vacanze degli insegnanti? grazie. Per il resto, un grazie di cuore a Elisabetta per il suo blog interessantissimo e per i suoi ideali, che condivido appieno, ma che purtroppo non posso mettere in pratica, perché il mio stipendio di insegnante non mi permette altre scuole se non le statali per la mia unica figlia, a dire il vero nemmeno una b sitter in lingua, forse una aupair, devo vedere, ma ho casa piccola…

    1. Ciao Laura, io ti ringrazio e sono contenta che il blog ti piaccia, in particolare mi fa piacere che possa essere in parte utile (o divertente, o interessante) per chi insegna, ossia per chi, in definitiva, attraverso il suo lavoro tocca tutti i giorni il futuro.

    2. i dati comparativi sugli stipendi si possono prendere da OECD Education at a Glance 2013 (ma anche qualunque edizione precedente) e da OECD Pensions at a Glance. Ad esempio, risulta che gli insegnanti italiani di liceo con 15 anni di esperienza ricevano annualmente 36900 dollari a Parità di potere d’acquisto (PPA), insegnano 630 ore annue e prendano una pensione del 71% dello stipendio. Analoghi insegnanti francesi prendono 36400 dollari a PPA (quindi gli italani prendono di più) lavorano 648 ore (quindi i ns insegnano di meno) prendano una pensione del 60% (quindi i ns prendono una pensione più alta). Analoghi insegnanti inglesi prendono 44300 dollari PPA (i nostri prendono di meno del 20%), insegnano 695 ore (i ns insegnano di meno del 10%) e una pensione del 37.4% (i ns hanno una vecchiaia sfacciatamente più ricca rispetto agl inglesi), Infine gli insegnanti tedeschi prendono 69715 dolladi PPA, insegnano 715 ore e prendono una pensione del 56%. E’ facile notare come gli insegnanti italiani se la passano molto meglio di francesi e inglesi, mentre i tedeschi all’extra lavoro in termini di ore di insegnamento ricevono una buona retribuzione, meno buona la pensione.

      Per quanto riguarda le favolose vacanze, il contratto prevede un numero di giorni di ferie pari a qualsiasi altro impiegato pubblico, ma non mi risulta che durante il periodo natalizio (o pasquale) gli insegnanti chiedano giorni di ferie per andare in vacanza, come dovrebbe fare un qualsiasi impiegato. Lo stesso dicasi per il periodo estivo, che di fatto sono due mesi pieni salvo coloro che fanno esami. Infatti, il gov monti aveva offerto un aumento delle ferie del 50% in cambio di un eventuale aumento delle ore di insegnamento fino a 6 ore a settimana per sostituzioni in caso di assenza imprevista di insegnante nella stessa materia e nello stesso istituto, statisticamente ciò era pari a circa un quarto d’ora a settimana o 10 ore all’anno (tenendo conto dei tassi di assenteismo nel settore), che le associazioni di categoria hanno sdegnosamente rifiutato. Perché avere 15 gg in più di ferie in contratto quando di fatto sono già godute?

      spero che questa risposta soddisfi la richiesta.

      1. Non conosco la fonte che citi riguardo retribuzione e ore lavorate, la controllerò appena ho un attimo di tempo, a me risultano cose diverse, ma giustamente devo citare i riferimenti e lo farò quanto prima. Riguardo le vacanze favolose, vedo che magicamente i mesi estivi sono diventati 2 e non 4 come dicevi, ma forse i 4 erano comprensivi di Pasqua e Natale? È’ vero, non mi viene richiesto di chiedere ferie per Pasqua e Natale, da quello che ho capito in quel periodo siamo a disposizione, ma di fatto e’ difficile che ci chiamino , e’ vero. Per l’estate invece dobbiamo chiedere le ferie contando anche i sabati, anche se alle medie normalmente non è’ lavorativo. Sono circa 32 gg o 34 a seconda dei casi. Nel resto dei giorni siamo a disposizione, ovviamente sperando di non essere chiamati, ma possono farlo. È non mi voglio dilungare qui sulle ore non di didattica frontale che non vengono mai considerate e quantificate per bene.
        Personalmente farei volentieri a meno della pausa natalizia, tanto non posso andare da nessuna parte visto lo stipendio che mi ritrovo, e visti i prezzi che lievitano in questo periodo. Quando lavoravo in un altro settore, potevo scegliere un periodo diverso, ovviamente in accordo col datore di lavoro, e riuscire a fare un minimo di vacanza. Nondimeno, avendo una figlia piccola, con l’ insegnamento ho le stesse sue vacanze, ed è’ questo il vero vantaggio per me.
        Tornando all’argomento, come insegnante statale ( e come tale poco abbiente) gradirei un approccio di educazione globale anche nella scuola per tutti. So che a Milano sono partiti dei progetti che mi pare si chiamino con l’acronimo BEI, bilingual education italy, in cui almeno 8 ore di lezione si svolgono in lingua inglese, questo alle elementari. Ho provato a cercare di capire qualcosa dal ministero della pi, ma non sono stata fortunata. Il provveditorato di Milano mi ha fatto sapere che è’ una iniziativa della Lombardia, sovvenzionata si’ dal ministero, ma solo per quella regione. Non so come stia andando questa sperimentazione, ma so che rimpiango di non abitare li, almeno mia figlia avrebbe avuto questa opportunità. Elisabetta, ne sai qualcosa? Laura

        1. Laura hai ragione non sono 4 mesi, ma 3 mesi e mezzo. Nel Lazio il calendario 2013-2014 segna “no lezioni” dal 7 giugno al 10 settembre (stima), che fanno 3 mesi pieni estivi. Qualcuno farà gli esami, qualcuno qualcosa di diverso, ma di fatto a casa (non necessariamente al mare o in montagna). Poi dal 23 dicembre al 6 gennaio 2014 (8 giorni lavorativi contando i sabati) e a Pasqua quest’anno sono solo 3 giorni lavorativi, ponte 25 aprile e 1 maggio sono altri 3 giorni lavorativi: totale 14 gg lavorativi su festività varie.

  3. Gli esami si fanno praticamente sempre , e a scuola, alle medie,c’e’ comunque l’ obbligo di andare fino al 30 giugno. Chi sta alle superiori in genere ha anche una parte di luglio impegnata, ma non so bene quanto. Dal primo settembre, obbligo a scuola. Poi ci sono pasqua e natale, si. E ripeto, il mio vero vantaggio e’ stare a casa con mia figlia, impagabile. Le vacanze sono l’ unica cosa che riscatta un po’ lo stipendio da fame, il degrado delle scuole e il malcelato poco rispetto di tutti nei confronti della categoria docente, sempre accusata di lavorare poco, ma non voglio entrare qui in merito di tutto ciò che viene fatto oltre alla mera lezione.
    Tornando in tema, oggi ho scoperto che chi va in una scuola STATALE ITALIANA all’ estero, paga un contributo mediamente di 200 euro al mese, oltre alla mensa che è’ circa 100 euro e una iscrizione annuale di 100-200 euro!
    Ma la scuola statale non doveva essere gratis? Perché chi va all’estero la deve pagare???
    Laura

  4. Buon giorno, il dibattito su questo argomento mi convince ancora di più della necessità di rispondere alla mia domanda iniziale: come sono calcolati i dati statistici che vengono citati?
    Sarà anche vero che per studente spendiamo più della media OCSE, ma intanto la realtà è quella che potete vedere, con un poca di attenzione, alle casse di tutti i punti vendita Alì. Per gli scettici ho scattato una foto, e peccato che la grafica di questo sito non mi consente di inserirvela. In pratica, c’è un tabellone a caselle, formato 100x 50 cm, con il logo del supermercato e la scritta “Aiuta con i punti fedeltà la scuola…” cui segue uno spazio bianco per aggiungerla a pennarello. Inutile dire che si tratta di scuole statali italiane, nell’immediato vicinato, e non di scuole in qualche continente lontano e disastrato. Il resto del tabellone è occupato dai bollini punti che i consumatori/oblatori vi incollano: al raggiungimento di dati punteggi, il supermercato regala alla scuola materiale didattico vario, dalle risme di carta alle matite… In sintesi, la scuola pubblica si è ridotta a chiedere l’elemosina. Insisto: come è calcolata la spesa OCSE? Può essere anche vero che è “gonfiata” dalle pensioni, ma la disaggregazione del dato da dove risulta? A questo punto, credo non resti che chiedere lumi a qualche funzionario dell’ISTAT…

    Quanto agli stipendi degli insegnanti, alle statistiche OCSE, di cui ancora una volta ignoro il modo di realizzazione, mi permetto di contrapporre un dato che ho acquisito sul campo: un docente di scuola superiore con venticinque anni effettivi di anzianità percepisce circa 1.600 euro netti mensili. Se vogliamo dire che è uno stipendio sopra la media nazionale (attualmente, circa € 1285 netti mensili) diciamo indubbiamente il vero. Proviamo però a rispondere, senza barare, alla domanda del prof. Schleicher: vorreste che vostro figlio facesse l’insegnante….?

  5. Per favore, prof. Laura, dove hanno sede e come sono organizzate queste scuole italiane all’estero di cui lei parla? Secondo logica, dovrebbero essere bilingui lingua nazionale/lingua del paese ospitante, come lo Chateubriand a Roma, che è statale francese ed è bilingue francese/italiano. Informalmente, ma non saprei citare la fonte, ho appreso che sono state tutte chiuse per ragioni di bilancio (leggi: sparagno), e in linea di fatto quando sono stato a Londra ho constatato che l’unica scuola bilingue/internazionale italiano/inglese che vi si trovi è gestita da una fondazione privata ed ha rette in linea con quelle delle private inglesi (leggi: salatissime).Se esistono alternative, sarebbe bene pubblicizzarle. Grazie e a rileggerla.

  6. A proposito di stipendi italiani e europei. Da ” il fatto quotidiano”

    La vita dei professori, anche finanziariamente parlando, non è la stessa in ogni Paese. L’Europa presenta al suo interno differenze incredibili di stipendi per il corpo docente che vanno decisamente al di là dei divari del livello economico e dello stesso Pil pro capite. E rispecchiano la differente considerazione in cui è tenuta la professione – e più in generale il mondo della scuola – in ogni Stato. Si passa da una media per il secondario di 4.780 euro annui in Bulgaria, da sottolineare lordi, che sono una miseria pure in quel Paese, per arrivare ai massimi del Lussemburgo, dove un prof del liceo viaggia su una media di 104.049 euro, che sono tanti anche per il ricco Granducato. L’Italia si posiziona nella fascia bassa, caratterizzata tra l’altro, rispetto alla stragrande maggioranza degli altri Paesi europei, da un aumento molto ridotto e lentissimo dello stipendio durante la carriera.

    I dati più affidabili nel settore provengono da uno studio di Eurydice, organismo che dipende dalla Commissione europea, che ha pubblicato nei mesi scorsi un rapporto comparativo per le remunerazioni dei docenti. I dati sono ritornati a galla negli ultimi giorni in Francia: lì i media si stanno scatenando sul livello troppo basso degli stipendi nel Paese, addirittura più bassi, si sottolinea, rispetto all’Italia. Lo studio di Eurydice sottolinea come in tanti Stati europei, a partire dall’anno scolastico 2009-2010, i salari nelle scuole siano stati congelati o addirittura ridotti, a causa della crisi. Ma prima di passare in rassegna i diversi livelli di stipendio, alcune avvertenze: si tratta di dati relativi all’anno scolastico 2011-2012. Sono cifre lorde: vanno tolte le imposte, equivalenti alla nostra Irpef, che variano da Paese a Paese. Si tratta di statistiche espresse in Spa, lo standard di potere d’acquisto. Quindi, filtrate rispetto al costo della vita: così si spiegano anche alcune sorprese, come il sorpasso dell’Italia rispetto alla Francia, dove il costo della vita è superiore. Infine, si prendono in considerazione i docenti di ruolo e non quelli precari, che rappresentano un grosso problema (ma non solo) in Italia. E un vero e proprio esercito…

    Ebbene, nel nostro Paese, secondo le indicazioni di Eurydice, il salario medio annuo della secondaria (superiore, alle medie si scende lievemente) si posiziona a quota 30.431 euro, ma si segnala che il livello massimo raggiunto è di 34.867 (partendo da un minimo di 23.048). Ma i massimi di stipendio sono toccati solo dopo 34 anni di anzianità. Per quanto riguarda la Francia, il livello minimo della secondaria è di 28.666, ma si può arrivare a 47.610 per il secondario superiore. Anche in questo caso ci vuole tempo per raggiungere gli stipendi più alti, tra i 20 e i 30 anni, meglio comunque dell’Italia. I Paesi europei dove ci vogliono almeno 34 anni di anzianità per raggiungere lo stipendio più alto sono, oltre all’Italia, Spagna, Ungheria, Austria, Portogallo e Romania, mentre ce ne vogliono appena dieci in Danimarca, Regno Unito ed Estonia.

    Come abbiamo visto, gli insegnanti più poveri si ritrovano in Bulgaria, appena 4.780 euro annui lordi in media per il secondario. Bassi i salari dello stesso ciclo di studi anche in altri Paesi dell’Europa centro-orientale: Romania (5.078), Lettonia (9.216), Ungheria (9.448), Estonia (9.520) e Slovacchia (9.605). Niente rispetto ai 104.049 del Lussemburgo… A seguire, nei primi posti, ci sono la la Danimarca (70.097) e l’Austria (57.779). E poi la Finlandia (49.200), che per il parametro Pisa, che a livello dei Paesi Ocse, i più industrializzati, misura la qualità formativa degli studenti, figura sempre al primo posto a livello mondiale. Seguono: Belgio (48.955), Regno Unito (44.937), Svezia (35.948). Tutti meglio dell’Italia. Due casi a parte sono la Germania e la Spagna, dove gli stipendi, oltre che per l’anzianità, differiscono molto anche secondo la regione. In Germania, ad esempio, i salari sono ancora decisamente più bassi nell’Est e a Berlino rispetto all’Ovest. A livello nazionale per il liceo si passa da un minimo a inizio carriera di 45.400 euro fino ad arrivare a 64.000. In Spagna, invece, si passa da 33.000 a 46.000, comunque decisamente al di sopra dell’Italia. Pur trattandosi di un Paese i generale con un Pil pro capite e stipendi in media inferiori ai nostri. E afflitto (pure lui) da una crisi terribile.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/21/stipendi-docenti-litalia-e-nella-fascia-bassa-ue-tra-peggiori-per-scatti-di-carriera/718011/

    1. l’articolo presenta solo gli stipendi assoluti senza tenere conto dell’orario di lavoro diverso, del diverso livello di pensione (come pure di altri parametri: ad esempio la dimensione delle classi) che concorrono a determinare il trattamento economico effettivo. Tuttavia, l’articolo, nonostante citi all’inizio il diverso livello di pil procapite, dimentica anche di presentare quanto questi stipendi gravino sul pil procapite. Infatti, la stessa pubblicazione eurydice riporta lo stipendio lordo degli insegnanti in termini di pil procapite, da cui risulta che tolto il Belgio, Austria, Portogallo, Cipro e Spagna, e per un pelino Lussemburgo, lo stipendio degli insegnanti italiani diviso il pil procapite è tra i più alti (non sono stati calcolati però per la Germania e l’Olanda). Il rapporto della retribuzione massima è infati circa 1,5 per l’Italia, grosso modo quanto la Francia e UK. Se si tiene conto che le classi italiane sono più piccole e questo rapporto elevato rispetto al pil procapite, ciò vuol dire che per mantenere gli insegnanti (ma non le loro pensioni), il residente italiano non insegnante in media deve tassarsi di più rispetto al cittadino non insegnante di un altro paese, come ad esempio la Finlandia, la Danimarca o la Svezia, nonostante gli stipendi assoluti per gli insegnanti in quei paesi siano più elevati. La pubblicazione eurydice è “Teachers’ and School Heads’ salaries and allowances in Europe 2012/2013”.

      1. Ammetto i miei limiti nel capire la risposta di Francesco 100 sugli stipendi degli insegnanti. Leggo di PIL, numero di elementi per classe ( a Roma arriviamo a 27 -30 , anche con disabili , all’estero fanno peggio? Mi sembra proprio di no). Io so solo che arrivo malissimo a fine mese, e non mi risulta che questo accada ai miei colleghi europei, in particolare nei paesi con alto PIL, visto che è’ stato tirato in ballo. Si possono fare i discorsi relativi e assoluti che volete, ma questi sono i fatti, con lo stipendio da insegnante in Italia e’ un problema arrivare a fine mese, e parlo di cose necessarie, vestirsi non di marca con pochi vestiti, crescere una bambina senza troppi fronzoli, no cinema no ristorante, no parrucchiere no estetista e tante cose che ora non mi vengono in mente. Sono fiera di aver imparato a acconciarmi i capelli da sola, di saper scegliere nelle bancarelle, di comprare in modo oculato nei discount senza per forza avvelenarmi e cose così. Ho una missione da svolgere, ho con me 27 alunni ogni mattina da educare e far crescere con una mentalità aperta, ho una grande responsabilità e mi concentro su questo, nonostante la scarsa considerazione del mio paese nei confronti della categoria docente cui appartengo. È spero in una inversione di tendenza del mio paese, almeno della classe dirigente, che capisca finalmente che la scuola va aiutata, fornita di strumenti, mantenuta, no tagliata indiscriminatamente creando istituti comprensivi – mostro con anche 9-10 istituti accorpati e un solo dirigente e una sola segreteria..e tetti dai quali piove e sotto i quali formiamo i nostri figli.

  7. Per quanto riguarda le scuole italiane all’estero ho un elenco preso da internet qualche mese fa in cui figurano le pochissime scuole italiane STATALI, credo di averlo preso dal sito del MAE. Sono 2 a Parigi, 2 a Barcellona, 2 a Madrid, una a Zurigo, una a Istanbul, due in Etiopia, una in Eritrea, e due ad Atene. Consultando il sito Dell’ istituto italiano statale comprensivo Edoardo Amaldi di Barcellona ho letto che c’è’ una retta da pagare anche per gli italiani all’estero ( cosa che non accade per gli spagnoli a Roma alla scuola Cervantes, gratis per gli spagnoli). Ho chiamato il MAE e mi hanno confermato che tutte le scuole italiane STATALI all’estero chiedono una retta da pagare, perché altrimenti le scuole ” cadrebbero in pezzi” per scarsità di fondi (!). Quando ho provato a fare qualche obiezione mi è stato risposto che andare all’estero e’ una scelta per cui peggio per chi lo fa e vuole lo stesso la scuola italiana…. (!) se riesco a ritrovare il link dell’elenco di queste scuola statali, lo posto.

  8. ….e per rientrare meglio in tema, auspico una scuola statale con una offerta formativa migliore, con una migliore attenzione verso una cultura più europea già dalle classi dell’infanzia, dove sogno l’introduzione di almeno una scelta per un insegnamento precoce dell’inglese, in un momento magico, quello dei primi anni di vita, quando l’apprendimento delle lingue e’ facilitato, e poi anche nelle elementari, con una maggiore diffusione di progetti tipo il bei, bilingual education Italy, con alcune materie insegnate in lingua inglese, come il progetto partito in Lombardia. Auspico una maggiore diffusione di questi progetti in tutta Italia, a beneficio di quelle famiglie ( che non sono poche) che hanno una mentalità aperta verso una educazione multiculturale e moderna, ma che non hanno i mezzi per rivolgersi alle validissime scuole private, che sanno ben cogliere queste esigenze ormai sempre più diffuse.

    1. Laura, il Ministro Carrozza progetta di lanciare una sorta di consultazione pubblica sul web sulla scuola
      http://www.repubblica.it/scuola/2014/01/05/news/carrozza-75160926/
      potrebbe essere l’occasione per veicolare proposte?
      Quanto all’inglese alla scuola dell’infanzia il vero problema è l’opposizione dei docenti di inglese che già ci insegnano! Se si continua a basarsi su docenti che le lingue non le sanno “vivere” e parlare e si conitinua ad usare un metodo traduttivo anzichè comunicativo per di più con poche ore a settimana, i bambini continueranno a conoscere solo i colori e i numeri fino a dieci ma a non saper parlare. Ogni tanto si è fortunati e si trova l’insegnante che l’inglese lo sa davvero, ma da quello che sento è una minoranza di casi e comunque è il metodo che secondo me è sbagliato. Lo dicono anche fonti autorevoli che in Italia si è adottato il metodo traduttivo per le lingue straniere moderne perchè è quello utilzzato per il latino e per il greco, che però sono lingue morte, vedi qui https://s23131.pcdn.co/2013/07/serve-ancora-il-latino-seconda-puntata/
      La verità è che con bambini di 3 anni la/il docente dovrebbe presentarsi in classe parlando solo inglese. La mimica, il gioco, il libro illustrato senza parole farebbero il resto. E per introdurre questo approccio, se si volesse investire, basterebbero delle ragazze giovani e comunicative da inquadrare come “lettori”, in comprensenza con il docente curriculare.

  9. Grazie per il link Elisabetta, ora ci vado. Riguardo agli insegnanti di inglese nella materna non ne ho mai visto uno che fosse uno, almeno nel mio quartiere, zona ostiense. Ne’ con metodo traduttivo, ne’ con metodo migliore. In nessuna scuola materna pubblica della mia zona. Ma esistono ??? Quando ho chiesto alla scuola materna di mia figlia se si poteva creare un corso almeno opzionale, ho avuto un netto rifiuto perché “poi i bambini delle famiglie meno abbienti ne avrebbero risentito”. Boh, insomma non ne sono uscita. Scuola elementare: finché non è’ entrata mia figlia corsi opzionali di inglese con madrelingua ne facevano, dopo l’ orario scolastico, e’ entrata mia figlia e hanno interrotto, da ben tre anni! Insomma, ho dalla mia anche un po’ di situazioni che remano contro. Ho capito che dalla scuola del l’obbligo non otterrò un bel niente, almeno finché ci sarà mia figlia, che fa la terza elementare. La sua maestra ha studiato inglese per conto suo e ha una buona pronuncia, ma fa inglese solo una volta a settimana, col famoso metodo traduttivo, che secondo me ci ha rovinato tutti……sto fortemente pensando a una au pair, se si accontenta della stanza di mia figlia ……la nostra scuola e’ troppo piena di operatori fermi alle lingue morte e alla convinzione che esse solo aprano la mente…..assolutamente falso secondo me.

    1. Laura, prova con i corsi di lingua online. Per ragazzi, piccoli o grandi non cambia molto, è efficace “Rosetta Stone” che permette un jump start nelle lingue, comprese quelle morte (il latino). Come tutti i metodi online richiede forza di volontà per i più piccini e disciplina nell’essere costanti, ma funziona. E’ molto utile per l’avvio (cioé per il primo anno, anche se si parte da un livello intermedio) e nella versione base non prevede compiti extra l’online. Il metodo viene usato anche dalle forze speciali americane che devono addestrare persone da mandare in posti dove si parlano lingue rare e devono imparare la lingua in due settimane. Mia figlia ha sperimentato Rosetta qualche anno fa con il francese, e svolge la funzione che deve svolgere ed è cost effective (gli insegnanti americani ne parlano male perché toglie lavoro). Una versione online più accademica ed europea, anzi francese, è “Tell me more”. Ha meno lingue nel proprio catalogo ma permette di andare più lontano. Forse è più scolastico.

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