consigli e risorse per essere cosmopoliti

Come trattare una ragazza alla pari? La parola ad una au pair!

educazioneglobale how to au pair8La nostra casa è stata sempre un po’ un porto. Un porto globale, però. Sarà un po’ di nostalgia per quelle porzioni di vita che abbiamo vissuto fuori dall’Italia, sarà il piacere di mettersi in gioco e mettere in discussione continuamente abitudini e convinzioni, ma abbiamo sempre ospitato volentieri i tanti amici sparsi per il mondo che passassero per Roma.

A dir la verità, a volte, abbiamo aperto la porta anche agli amici degli amici, come, ad esempio, ad una giovane oculista russa a Roma per un convegno (sorella della nostra guida turistica in un viaggio, fatto anni prima, a San Pietroburgo), o ad una ragazza tedesca, veramente simpatica, adorata dalle mie figlie allora bambine, che veniva a Roma per uno stage di lavoro.

Tra tutte queste presenze, poi, ci sono state le ragazze alla pari, come ben sa chi ha letto Inglese per bambini: le ragazze alla pari (au – pair)

Di au pair ne abbiamo avute parecchie. Ci sono state esperienze molto belle e altre…così così. La prima fu L., inglese, molto in gamba. Con lei le bambine, che già conoscevano la lingua grazie ad una scuola bilingue (nonché all’impegno della mamma…) hanno finalmente cominciato a parlare anche inglese. Oggi L., dopo aver studiato a Cambridge, lavora a Londra nella consulenza manageriale.

C’è stata M., americana del Maine, sempre sorpresa, allegra ed esuberante. Con il suo sorriso e le sue lentiggini era l’incarnazione dell’au pair ideale; la volevano tutti i genitori che hanno avuto modo di incontrarla.

Poi c’è stata J., di Boston, grande sportiva (una vera runner), ma anche sensibile e introversa. Legò moltissimo con la secondogenita.

Ci sono poi state altre, quasi più di quante ne possa ricordare.

educazioneglobale how to au pair3Poi, per caso, quando non cercavamo veramente una ragazza alla pari, abbiamo incontrato lei: Dulce. Nome spagnolo (che lei pronunciava DOLSI), figura elegante, passaporto americano. La simpatia reciproca fu immediata e il suo soggiorno a casa nostra, del tutto inatteso, una manna dal cielo e, quando è stato tempo di lasciare che andasse via, in casa c’è stato un gran vuoto. L’onesta verità è che – per qualche motivo – anche per noi adulti è stata l’ospite ideale (nella foto qui accanto la si può vedere mentre prepara i biscotti a casa nostra).

E’ passato del tempo. Dulce ha continuato a viaggiare; è stata un anno come au pair in Australia, con un visto che le consentiva di fare altri lavoretti per mantenersi. Poi ha abbandonato il suo blog sulla moda e si è buttata in un blog di viaggi, dalla grafica raffinata, come, del resto, elegante è lei.

Oggi Dulce Taylor è una blogger di viaggi e scrittrice freelance. Attraverso il suo blog, LaDulceVita, cerca di ispirare i lettori a conoscere culture diverse e vivere una vita di esplorazione.

Da quando ha aperto il suo blog, pareva solo naturale che le chiedessi di essere ancora mia ospite, questa volta, però, non a casa, bensì come blogger! Ed eccola, quindi, ospite di  educazioneglobale.

Poiché scrive molto bene, le ho chiesto di scrivere una serie di pezzi: questo è il primo. Lo ha scritto in inglese e io l’ho tradotto in italiano. Di cosa parla? Ebbene, parla di ragazze alla pari! Così, chi non si fosse contentato di Inglese per bambini: le ragazze alla pari (au – pair) e dell’altro post da me scritto sul tema, ossia Un’Au Pair a casa tua: patti chiari amicizia lunga, qui trova pane per i suoi denti.

Essendo scritto da chi ha fatto la ragazza alla pari, la prospettiva, rispetto agli altri post, è rovesciata.

Genitori italiani ascoltate bene: questo è il modo in cui una ragazza alla pari vorrebbe essere trattata.

A lei la parola, dunque!

educazioneglobale how to au pair4La Prospettiva di un’Au Pair, ovvero come trattare una ragazza alla pari

“Nel novembre 2012, una ragazza americana di 22 anni si imbarcò su un aereo diretto a Roma, per fare la au pair. Si era laureata all’inizio di quell’anno in Scrittura e Business, ma, prima di iniziare a lavorare, voleva viaggiare e sperimentare un’altra cultura. Quella ragazza ero io.

Ciao lettori di educazioneglobale, il mio nome è Dulce Taylor, e sono stata l’au pair di Elisabetta nella primavera del 2013.

Tuttavia, prima di conoscere Elisabetta e la sua famiglia, ero arrivata a Roma per lavorare per un’altra famiglia. Ho pensato di scrivere questo post per spiegare le mie esperienze in Italia, offrendo la prospettiva di un’au pair su come si dovrebbe essere trattati nella vostra casa, perché, in fondo, è solo se c’è un buon rapporto tra famiglia e ragazza alla pari, che l’esperienza può essere gratificante.

Siate onesti con la vostra potenziale au pair

Lo ammetto: inizialmente ho avuto false aspettative circa l’essere una ragazza alla pari. Ho pensato che sarebbe stato facile passare del tempo con i bambini e che la famiglia ospitante mi avrebbe trattata come una di loro.

Avevo queste aspettative anche dopo aver messo il mio profilo su AuPairWorld e aver scelto una famiglia impegnativa: quattro figli, tre bambine e un maschietto. Gestire quattro bambini è molto, lo so e forse sono stata ingenua a pensare, come feci io, che sarebbe stata un’attività facile. Tuttavia, la madre sembrava così gentile per e-mail e mi aveva assicurata che i suoi figli erano “carini” e “gentili”. Aveva anche detto una cosa importante: ossia che sarebbe stata sempre presente anche lei e che non aveva bisogno tanto di una baby sitter o tata ma di un aiuto con l’inglese, insomma, di una sorta di tutor che le desse anche una mano con i bambini.

Quando sono arrivata in Italia, ho capito che mi aveva mentito. Su cosa? Su tutto! Stavo quasi sempre sola con i bambini, dovevo preparare le bambine per la scuola la mattina in pochissimi minuti, dovevo praticamente imboccare i più piccoli a colazione e a cena (e avevano otto e nove anni…non sarebbe l’età giusta per nutrirsi da soli??).

Quindi, per favore, siate molto schietti e onesti quando comunicate con una potenziale au pair e fatele sapere tutto quello che vi aspettate di lei e che tipo di mansioni svolgerà. E’ facile dire a una ragazza che la vostra famiglia è ‘meravigliosa’ per convincerla a lavorare per voi. Tuttavia, lei sarà delusa se, dopo un viaggio in cui attraversa l’oceano per venire da voi, non avrà una stanza per sé (come le avete promesso) o se le si chiederà di lavorare per più ore di quanto pattuito o se i vostri bambini non saranno “carini” e “gentili” come avete promesso. Certo, i bambini sono bambini e dunque sono imprevedibili, ma almeno siate onesti sul comportamento che tengono di solito…

I vostri figli dovrebbero rispettare la vostra au pair

I bambini della prima famiglia in cui ho lavorato erano assolutamente terribili con me. Avevano seri problemi di gelosia reciproca e, ovviamente, io non potevo disciplinarli al posto dei genitori. Non mi hanno mai rispettato, hanno tentato di colpirmi più volte e, quando erano nervosi, mi auguravano di morire! Per la madre tutto questo andava bene. Il fatto, ad esempio, che due di loro litigassero furiosamente anche solo per fare i compiti significava che io dovevo aiutarli separatamente, ma avevo sempre troppo poco tempo per seguire i loro compiti con calma, stretti, come erano, in mille diverse attività.

I vostri figli dovrebbero trattare la vostra au pair con rispetto. Non è normale che i vostri bambini picchino o diano calci alla ragazza alla pari (così come non dovrebbero darne a voi!). Capisco che i bambini non sono sempre gentili, ma, quando non lo sono, il genitore dovrebbe perlomeno reagire e comunque pretendere che un bambino parli con gentilezza e rispetto.

Siate rispettosi delle ore pattuite con la vostra au pair, del compenso che le date in cambio e sul quale vi siete accordati.

La prima signora con la quale ho lavorato è stata molto irrispettosa del mio tempo. Anche se abbiamo stipulato un contratto indicando quando avrei lavorato, ha aggiunto altre ore al mio programma, mi ha fatto lavorare anche per 12-14 ore al giorno nei fine settimana, oppure in giorni festivi come Natale e Capodanno, e non mi ha mai pagato di più per tutto questo.

Le ore di lavoro delle ragazze alla pari possono ovviamente variare, perché ogni famiglia ha esigenze diverse. L’accordo europeo standard per le au pair stabilisce che una au pair non dovrebbe lavorare più di cinque ore al giorno, sei giorni alla settimana. Ha quindi diritto ad un giorno intero di riposo a settimana. Ad ogni modo, le ore devono essere concordate con la au pair prima che lei inizi a lavorare per voi. Dovrebbe inoltre sapere quale giorno della settimana sarà libero. Infine, dovrebbe poter avere delle ore libere per seguire un corso di lingua.

La vostra au pair non dovrebbe essere tenuta a lavorare i giorni festivi, o nei giorni di scuola quando i vostri figli sono malati. Questo è il suo tempo personale, e se avrete bisogno di aiuto in quei giorni, potete chiedere se lei è disposta a lavorare di più (molte lo sono!), ma a patto di fornire un compenso in più oppure più semplicemente, di compensare l’impegno extra con del tempo libero in un altro giorno.

Oltre a fornire la vostra au pair di vitto e alloggio, le si dovrebbe dare il giusto ammontare di “pocket money”. Ciò dipende da quante ore lavora a settimana, ma l’importo suggerito da diversi siti web per au pair è di 250-350 euro al mese. E’ importante pagare la ragazza alla pari in tempo, possibilmente ogni settimana o ogni due settimane, in modo che non debba andare in giro senza contanti (non ho mai avuto esperienze negative quanto a al pagamento ma ho avuto molti amici ai quali è accaduto). Inoltre, se è richiesto di prendere l’autobus per portare o riprendere i vostri figli a/da scuola sarebbe carino che le pagaste la tessera dell’autobus o i biglietti.

Imparate a conoscere la cultura della vostra au pair e fatele conoscere la vostra cultura

educazioneglobale how to au pair9Sono venuta in Italia per conoscere la cultura italiana. Nella mia prima posizione alla pari, anche se ero circondata da persone parlanti italiano, sono stata esclusa dalla maggior parte delle conversazioni. La madre dei bambini non ha mai preso la briga di insegnarmi semplici parole e frasi italiane, e mi è stata mostrata attenzione solo quando qualcuno aveva bisogno di una traduzione in inglese.

Viceversa, quando sono andata a vivere con la famiglia di Elisabetta, sono stata inclusa nella conversazione quotidiana come un membro della famiglia. Le sue figlie grandi mi hanno aiutata a imparare l’italiano di base anche se normalmente parlavamo inglese. Elisabetta e suo marito spesso si sono seduti con me dopo cena, anche fino a tardi, spiegandomi la lingua, la cultura e persino la politica italiana. E, poiché ero molto flessibile con loro (ad esempio ho aiutato con il suo piccolino quando era malato e non poteva andare al nido), in cambio mi hanno lasciato dei fine settimana lunghi tutti per me, cosicché ho potuto visitare Firenze, Bologna, Venezia, Napoli, la Costiera Amalfitana ed alcuni posti in Toscana.

Insomma, la vostra au pair è con voi anche per vivere e immergersi nella vostra cultura. Se la aiutate a farlo, lei sarà più che felice di condividere la cultura e la lingua con voi. Un’au pair non è una cameriera o una baby-sitter; è lì per aiutare nella cura del bambino e aiutare con piccoli lavoretti, come apparecchiare e sparecchiare. Lo scopo principale, tuttavia, dovrebbe quello di uno scambio culturale e linguistico.

Inoltre, incoraggiatela a partecipare a corsi di lingua e a vedere il resto del paese. So che potreste non essere in grado di darle libero ogni fine settimana, ma siate almeno flessibili e impegnatevi con lei per assicurarvi che ha abbia la possibilità di fare escursioni. La maggior parte dei contratti au pair affermano inoltre che una au pair ha diritto a due settimane di ferie pagate ogni sei mesi di lavoro, che le permetteranno di fare qualche breve viaggio nel vostro bellissimo paese.

Sono rimasta nella prima famiglia solo per due mesi e mezzo. Alla fine, stanca di promesse non mantenute e compromessi, me ne sono andata. Per caso (e per fortuna), ho trovato Elisabetta e la sua famiglia, che mi hanno accolto con gentilezza e calore. Con loro mi è stato dato più tempo, la possibilità di vivere veramente Roma e di immergermi nella cultura italiana. E ho avuto l’opportunità di lavorare con i suoi figli, simpatici e divertenti.

Sono veramente grata a lei e al marito per avermi fornito una casa confortevole e felice. E’ stato interessante osservare quanto Elisabetta si impegni con i suoi figli. Ha veramente a cuore la loro educazione e la loro crescita, ma ha cercato anche di fare in modo che la mia esperienza con loro fosse piacevole.

Il rapporto tra famiglia ed au pair è fatto di dare e di avere, ma se entrambe le parti sono disposte a lavorare insieme ed imparare le une dalle altre, tutti avranno una esperienza piacevole e fruttuosa.”

Se ti piace questo ‘post’ iscriviti ad educazioneglobale, inserendo la tua mail nel footer (in basso a destra).  Se vuoi partecipare aggiungi un commento.  Ti potrebbero anche interessare:

 

Comments

  1. Per la prima volta ho ospitato, per un mese, una ragazza alla pari. Londinese di nascita, cinese di origine, studentessa borsista all’Unità di Oxford (lingua e letteratura francese ed italiana). Molto volitiva, membro della squadra di calcio femminile dell’università. Intelligente, sveglia ma…ben poco interessata ai bambini! Stava con mia figlia esattamente il tempo contrattualmente previsto, spesso mostrando una certa indifferenza alle esuberanze anche affettuose di una bambina piccola. Troppo spesso parlava in italiano e la trovavo a maneggiare il cellulare. Va bene, si è trattato solo di un mese e quindi abbiamo portato pazienza. Ma da questa esperienza ho compreso che bisogna comprendere bene, durante i colloqui, l’attitudine alla cura dei piccoli di queste giovani, che spesso sottovalutano quanto possa essere impegnativo il loro compito, soprattutto se non amano giocare e stare con i bimbi. La prossima volta starò più attenta a valutare la sua esperienza con i bambini e non prenderò più una ragazza senza referenze, anche se nel complesso ho ritenuto la scelta di avvalersi di una aupair positiva.

    1. Lavinia, so bene di cosa parli… molte ragazze che si propongono come ragazza alla pari non sono mosse da un autentico amore per i bambini, è solo che fare l’au pair è un lavoretto apparentemente facile che consente loro di viaggiare. Per questo non è detto che la più qualificata sia la migliore. Quanto all’italiano io ho sempre posto come requisito che non ne conoscessero neanche una parola.
      Quanto invece al tuo riferimento alle “esuberanze anche affettuose” di tua figlia cui le rimaneva indifferente questo è normale e non è detto che sia negativo. La tipa non sarà stata Mary Poppins ma un atteggiamento differente da quello che avrebbe una baby sitter italiana fa parte delle differenze culturali tra un paese e l’altro ed è proprio per imparare a convivere con queste che servono esperienze come quella di prendere una au pair.

  2. E’ vero! Devo aggiungere che, comunque, l’inglese di mia figlia è molto migliorato grazie a lei e ha perfino imparato qualche parola in cinese, che non è male visto che tra qualche anno lo studierà a scuola (in quarta elementare).

  3. Tra due settimane arriverà la nostra au pair americana, che starà con noi un anno. La scelta di una EMT è stata dettata dal desiderio che le bimbe apprendano bene l’inglese, di cui al momento conoscono qualche parola.
    Lei sta già studiando italiano e frequenterà un corso.
    Sarà fattibile chiedere di parlare SOLO in inglese con le bimbe?
    E con noi “adulti” sempre e solo italiano? Io e mio marito parliamo inglese, ma ovviamente lei vorrà esercitarsi anche a casa nella lingua che deve imparare, mi pare logico.

    1. Dipende dalla persona…io le ho scelte sempre che non sapessero l’italiano, proprio per questo motivo. C’è stata una sola eccezione, la prima au pair aveva studiato l’italiano ma abbiamo fatto un patto che mai lo avrebbe utilizzato in presenza delle figlie (all’epoca bambine). Ovviamente, però, anche noi parlavamo sempre e solo inglese con lei, essendo disponibili, comunque, a fare conversazione o a rispondere a dubbi o domande sulla lingua italiana quando le bambine erano a letto. Ma non ce ne fu mai bisogno: la nostra au pair fece subito varie amicizie con altre au pair e con un gruppo di ragazzi italiani con cui usciva la sera e fu bene felice di parlare italiano con coetanei piuttosto che con noi. Comunque, sul tema dei ‘patti’ da stabilire con la au pair leggi questo https://s23131.pcdn.co/2013/08/unau-pair-a-casa-tua-patti-chiari-amicizia-lunga/

      1. Credo che sia stato il primo post che ho letto 😉

        Con la ragazza ne abbiamo già parlato, ovviamente, quindi spero non ci siano problemi di sorta, mi era solo sorto il dubbio che stessimo chiedendo qualcosa che non fosse proprio la “norma”.
        Grazie 😉

        1. No, chiedete esattamente quello che chiedono tutti coloro che scelgono di avere una au pair per il beneficio linguistico 🙂 … perchè conosco persone che prendono ad esempio au pair tedesche con patente e che sappiano l’italiano e si fanno aiutare con i bambini ma non si sognano neanche di chiedere alle ragazze in questione di parlare tedesco.
          L’unico consiglio ulteriore che posso darti è che, se mangiate tutti insieme (adulti, bambini e au pair), la conversazione dovrebbe essere in inglese, a qualsiasi livello lo parliate. Una volta che un bambino sente che i genitori parlano in italiano all’au pair si aspetta di fare altrettanto…

  4. Ho appena terminato un’esperienza di un mese con una ragazza alla pari americana. Mi sento di dare un consiglio. CHIARITE il più possibile tutto, anche le cose che voi date per scontato, tipo spegnete la luce prima di uscire, o chiudete la porta con due mandate e non tiratela semplicemente.
    Inoltre, fondamentale, proibire l’uso del kindle, dello smartphone ecc mentre stanno con i bambini. Il telefono si usa solo per le emergenze. Dite che non volete che i bambini vedono usare molto i telefonini ecc perché altrimenti si abituano, dite quel che volete, ma sappiate che le nuove teenagers sono telefonino e whatsapp dipendenti e mentre i vostri figli magari giocano da soli loro si mettono a messaggiare compulsivamente. Accade.
    Non voglio spaventarvi ma ho rilevato che questo può essere un problema.

    1. La necessità di chiarire con una au pair molte cose che a noi appaiono scontate deriva da due fattori: il primo è generazionale e il secondo è culturale.
      Al primo possiamo pensare per tempo, il secondo è più sottile.
      In parte l’ho trattato nel post https://s23131.pcdn.co/2013/08/unau-pair-a-casa-tua-patti-chiari-amicizia-lunga/
      e vale per le au pair di cultura anglo-sassone.
      Data l’ingestione di film, musica e cultura in lingua inglese e specie americana che noi facciamo in Europa e in particolare in Italia, noi pensiamo di conoscere bene la cultura anglo-sassone anche quando non comprendiamo tutte le sottigliezze delle sue diverse lingue/linguaggi (inglese britannico, inglese americano di una costa o dell’altra o del sud etcc…).
      In realtà quello che spesso ci sfugge è come avviene la comunicazione inter-culturale.
      Una distinzione che viene spesso fatta in questi casi è quella tra culture a basso contesto (low context) e culture ad alto contesto (high context):
      ▄ in quelle a basso contesto (LC): vengono privilegiate modalità comunicative esplicite e verbali, in cui vengono enfatizzati fatti, informazioni dirette, regole, coerenza (si mira al punto)
      ▄ nelle culture ad alto contesto (HC): vengono privilegiate modalità comunicative implicite e non verbali, in cui vengono enfatizzati informazioni trasmesse indirettamente attraverso il contesto, sentimenti, flessibilità di interpretazione a seconda delle circostanze (si gira attorno al punto).
      La cultura italiana è una cultura ad alto contesto mentre quella americana è a basso contesto. Dunque l’americano che arriva in Italia e si ritrova in questa nostra cultura piena di sottintesi, di flessibilità e di differenze tra le regole scritte e il comportamento concreto va in palla.
      Aggiungici l’età giovane e il fatto che molte au pair arrivando qua vanno a visitare il Colosseo e il Vaticano ma poi continuano a passare le loro serate a Campo dei Fiori (a Roma, a ci saranno equivalenti in altre città) con i propri connazionali giovani e sbronzi e il mix può essere fatale.
      Dunque fornire dettagliati elenchi di “do’s and don’ts” fa parte del gioco, pena numerose incoomprensioni.

  5. Ciao a tutti
    Vi consiglio di visitare questo sito, che vi puo’ aiutare a capire un po’ di piu’ sulle partenze come “au pair”: http://www.ragazza-alla-pari.it/
    Si tratta di un’agenzia au pair a Sydney che offre collocamenti GRATIS presso le famiglie locali, in modo da poter viaggiare al sicuro in Australia, oltre ad offrire altri benefici.

  6. Gentilissime questo post è stato per me di grandissimo aiuto! Abbiamo una bimba molto piccola, 4 mesi, da che mese pensate sia utile che la bimba ascolti parlare una lingua differente da quella di origine ? Noi abbiamo intenzione di trasferirci in Svezia tra un anno (gennaio 2017) cosa mi consigliate di trovare una ragazza svedese che parli inglese con la bimba e con noi svedese? Io potrei insegnarli l’italiano (essendo abilitata ad insegnare italiano a stranieri) che mi consigliate?

  7. Ciao Elisabetta!! Volevo chiedere, si potrebbe avere l’articolo scritto da Dulce in Inglese?? Vorrei farlo leggere alla mia attuale famiglia visto che non sono proprio trattata come si deve, mi sento spesso sfruttata… E dopo aver letto questa traduzione mi sono detta ‘cavoli, questo sarebbe il modo in cui dovrei sentirmi, in cui dovrei vivere la mia vita da aupair di tutti i giorni’ e mi sono sentita meglio 🙂

Aggiungi un commento - Leave a Reply