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Insegnare l’inglese (o altre lingue) a tuo figlio: a che età iniziare?

educazioneglobale bilinguismo quando iniziareQuando si discute dell’insegnamento delle lingue straniere ai bambini (in particolare dell’inglese, ma non solo) la prima e più ricorrente domanda è: a che età iniziare?

Mi è capitato di sentire persone affermare che iniziare con una lingua straniera era perfettamente inutile finché il bambino non avesse saputo leggere e scrivere (“perché altrimenti come fa a memorizzare?”, era la motivazione ricorrente). E’ ovvio che chi utilizza questo argomento si rifà ai propri ricordi, normalmente ricordi relativi alla lingua straniera affrontata nell’ambito di una vera e propria “lezione di lingua”.

Eppure questo ragionamento – “aspettiamo che sappia leggere e scrivere” – che alcuni applicano allo studio delle lingue straniere, nessuno si sognerebbe di usarlo per l’apprendimento della madrelingua. In altre parole, nessuno aspetta che il bambino sappia scrivere prima di insegnargli a parlare… anzi, prima di parlargli.

 

Inutile aspettare che il bambino sappia leggere e scrivere

La lingua madre si comincia ad apprendere dalla nascita, se non addirittura in utero e apprendere una lingua “per immersione” è radicalmente diverso dall’andare a lezione di lingua.

Torniamo, ora, alla domanda principale, qual è l’età “giusta” per iniziare con le lingue straniere?

Per dare una risposta a questa domanda è bene conoscere cosa afferma la ricerca scientifica sull’apprendimento delle lingue. Io non sono un’esperta, ma qualcosa l’ho imparato seguendo un corso online con uno studioso di psicologia cognitiva dell’Università di Houston, specializzato in linguaggio.

The Bilingual BrainIl corso si chiama(va) The Bilingual Brain e, in realtà, è anche un libro. Lo consiglio a chi fosse interessato al cervello bilingue sotto un profilo scientifico; si chiama The Bilingual Brain e l’autore è Arturo E. Hernandez, il docente di cui ho seguito le lezioni.

Il corso sul “Cervello Bilingue” è stato il primo massive open online course (MOOC) che ho seguito dall’inizio alla fine, esami compresi (e, a chi non sa cosa è un MOOC, consiglio di leggere il post Stasera vuoi studiare a Stanford, Harvard o Yale? Accomodati, la lezione è online!).

Il professor Hernandez, a sua volta bilingue, ha condotto me e altre centinaia di allievi, delle più disparate età e di vari paesi (dal Giappone all’Argentina), attraverso la ricerca scientifica che connette i temi del bilinguismo e del multilinguismo con la psicologia cognitiva e le neuroscienze.

Il corso era molto tecnico, per cui, necessariamente, devo semplificare quanto appreso ed, ovviamente, potrei aver frainteso parte del materiale, dunque ogni reponsabilità per eventuali inesattezze resta mia. Tra le moltissime cose che ho imparato c’è anche la risposta alla domanda da cui sono partita…ossia a che età iniziare.

Anzitutto sfatiamo un mito: diventare bilingui non è difficile. Il linguismo è capacità di parlare una lingua, il bilinguismo la capacità di parlarne due: ebbene, al mondo vi sono più i bilingui che monolingui. Come è stato ha chiarito subito, non c’è nessun trucco genetico nell’imparare una lingua: non è necessario che una persona sia un genio perchè diventi bilingue o trilingue. E’ solo necessario che sia immerso nella lingua. Le singole lingue che conosciamo, infatti, provengono dagli input a cui siamo esposti nella nostra vita.

I concetti chiave che sono fondamentali per capire come funziona il bilinguismo, e quali sono i suoi effetti sul cervello, sono tre:

  1. l’età di acquisizione di ogni lingua (age of acqusition);
  2. il livello di competenza raggiunto in ogni lingua appresa (proficiency);
  3. la quantità di controllo che si ha sulla lingua (control; che è cruciale per passare velocemente da una lingua all’altra, cosa che i linguisti chiamano code – switching).

In questo post affronterò solo il primo di questi temi: quello dell’età di acquisizione della lingua, che è poi quello che più sta a cuore ai genitori. Ma anche gli altri due rilevano… ne riparleremo in altri post.

Il cervello processa in modo diverso la lingua a seconda dell’età in cui la acquisisce. Le lingue (o le singole parole) che si imparano presto nella vita – dice Hernandez – stimolano l’attività temporale e la parte più uditiva del cervello e implicano una elaborazione più sensoriale. C’è un elemento meccanico-sensoriale che è tipico dell’apprendimento precoce delle lingue, che sia una o più, non importa. E’ la ragione per cui i bilingui “sanno” che una certa costruzione è giusta o sbagliata ma non sanno spiegare perché (a me accade: qualcuno mi chiede: “ma perché qui dici che è meglio too invece di also?” e io proprio non lo so spiegare, “suona bene” o “suona male”).

Le parole (o le lingue) imparate in età più tarda, invece, attivano le regioni del lobo frontale e, quindi, comportano nel cervello un meccanismo più razionale. E’ questo il motivo per il quale usare una lingua imparata più tardi nella vita implica maggior fatica. in altre parole, anche quando si conosce una lingua bene, ma la si è imparata tardi, ci si stanca di più a parlarla.

Insomma: il processo con cui si ha accesso alle parole (o alle lingue) cambia radicalmente a seconda dell’età della vita nella quale si è  appresa quella data parola (o lingua).  Afferma Hernandez che l’età in cui si apprendono le lingue e l’ordine in cui si apprendono può essere paragonato all’arrivo di alcuni ospiti ad una festa. Chi arriva presto dà il tono alla serata, perché influenza coloro che arriveranno dopo. La lingua (o le lingue) di cui uno ha l’imprinting, influenza (o influenzano) quelle apprese successivamente.

Chi ha possesso di più lingue sin da bambino, ha, sin da piccolo, più modi di pensare alla stessa cosa, senza dover tradurre la struttura di una lingua nell’altra. Il suono, l’accento e la grammatica sono tutti aspetti influenzati dall’età di acquisizione. Prima si acquisisce una lingua e prima tutti questi aspetti sono naturali. Lo stesso, secondo il professor Hernandez, accade in altri domini: nello sport e nella musica, ad esempio, l’età di acquisizione è importante; le cose imparate prima lasciano un’impronta e vengono riprodotte con più facilità.

 

Neonati e propensione per la lingua madre

Già alla nascita vi è una propensione per la propria lingua madre. Se, invece di avere una sola lingua madre, se ne hanno due (o tre!) tanto meglio.

Come hanno fatto scienziati e piscologi a misurare le preferenze dei neonati? Sono servite ore e ore di laboratorio e di filmati, ma si dà il caso che i neonati prestino maggiore attenzione alle novità: così, misurando il numero di secondi in cui guardano le cose o i volti delle persone, si può capire cosa suona nuovo al loro orecchio. In altri esperimenti con neonati, quello che viene misurato è la frequenza di movimenti durante l’allattamento: davanti allo stimolo di un suono nuovo, la frequenza con cui un bambino succhia aumenta.

Come si è accennato, questi studi sui neonati, ripetuti nel tempo, hanno portato a dimostrare che, già in fasce, i bambini riconoscono la lingua madre (o le lingue madri) molto bene perché le hanno sentite nel grembo materno. Insomma, anche quando tutto ciò che un neonato sembra in grado di fare è dormire o piangere, in realtà ha in corso una complessa attività cerebrale. Dunque, già da quando il bambino è appena nato, ascoltare due lingue invece di una è per lui una ricchezza, non solo linguistica, ma cerebrale!

Patricia Khul ha condotto esperimenti sui bambini bilingui dell’età di 4 mesi, notando che questi sono in grado di rilevare le differenze di discorso suoni tra le due lingue. Una parte delle ricerche di Patricia Khul è sintetizzata in una conferenza TED che vi consiglio di vedere: The Linguistic Genius of Babies.

Questo consente di affermare con certezza un’altra cosa e di tranquillizare il genitore ansioso, ossia che NON è troppo faticoso iniziare da piccoli, semmai è faticoso apprendere una lingua da grandi!

Esiste un “periodo critico” per imparare una lingua tanto da essere bilingue?

Alla nascita? Prima dei 3 anni? Prima dei 7 anni? Prima della pubertà? Oppure prima che sia completata la “potatura dei neuroni” nel cervello, che termina a 21 anni circa  (anzi, a seconda dei casi, tra i 18 e i 25 anni)?

L’ipotesi che esista un “periodo critico” per l’apprendimento delle lingue è uno dei punti focali nella ricerca sulla seconda lingua, che cerca di spiegare perché l’età ha un profondo effetto sulla capacità di apprendimento delle lingue. Come tale, ha attirato molta attenzione e di ricerca nel campo dell’acquisizione della seconda lingua.

Ma nel corso “The Bilingual Brain” il professor Hernandez ha affermato che i risultati della ricerca sono troppo diversi uno dall’altro, inoltre gli studi prendono in considerazione solo alcuni settori del linguaggio, di solito morfo-sintattici. I dati di questi studi non sono abbastanza completi per valutare tutti i diversi aspetti del linguaggio singolarmente e, dunque, non consentono di affermare con certezza che esiste o se esiste un vero e proprio periodo critico, una finestra che si chiude per sempre.

Le finestre sono tante e certamente vanno chiudendosi man mano che si cresce e che si invecchia, per la costante opera di specializzazione del cervello. Certamente 0, 3, 7 anni, la pubertà e i 21 anni sono tappe fondamentali. Più si passano queste tappe, più acquisire la seconda lingua in modo spontaneo richiede sforzo, tempo e motivazione. Tuttavia, le differenze individuali sono moltissime. Addirittura è stato notato che una zona che si sviluppa anche più tardi è il lobo temporale sinistro: esso mostra segni di evoluzione finoa 40 anni (ed è legato allo sviluppo della lingua!).

A che età iniziare?

Dunque, a che età esporre un bambino alle altre lingue – si è chiesto lo stesso Hernandez durante il corso al momento della nascita, a 3 o 7 anni? Si può attendere oltre?

La risposta alla domanda – ha affermato il professor Hernendez – dipende esclusivamente dal risultato che si desidera ottenere.  Se si vuole ottenere un risultato naturale, in termini di bilinguismo, prima è, meglio è.

Alla nascita è meglio che a 3 anni e a 3 anni è meglio che a 7. Insomma, oggi è meglio di domani.

Poi bisogna perseverare: la lingua è una cosa viva, non usarla la rende opaca, poi arrugginita. Ne è prova il concetto di “lingue orfane”, quelle lingue parlate da bambini e poi abbandonate improvvisamente e per sempre (cosa che capita ai minori adottati da altri paesi). Ma questa è un’altra storia. A che età, dunque, cominciare con le lingue straniere? La risposta mi pare chiara: il prima possibile!

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Comments

  1. Buongiorno Elisabetta,
    Concordo pienamente, che meglio iniziare ad introdurre una seconda/ terza lingua Il primo possibile. Perché i bambini piccoli non devono essere motivati per imparare un’altra lingua, acquisivano inconsciamente.
    Mia figlia più grande ( 6anni) parla russo/italiano è un’po inglese. A casa parliamo solo russo e ogni sabato va a scuola russa dove impara a leggere e scrivere. Durante la settimana frequenta la scuola italiana. E a casa le insegno inglese con Skylark English for babies ( un kit con il programma e tutti materiali per insegnare). Quando parla non confonde le lingue, a volte sbaglia quando scrive- ma alla sua età è normalissimo. Quindi bisogna impegnasi un’po e i risultati arriveranno!

  2. Salve, ho visto che il post non è recentissimo ma… sempre attuale!
    Io ho un bimbo di 4 anni e mezzo che una volta alla settimana viene preso da una ragazza americana che parla solo inglese. Pensavo fosse una cosa bella, ma in realtà stiamo riscontrando un po di problemi. Il bimbo si innervosisce che la ragazza non capisca l’italiano, abbiamo libri in inglese che guarda per poco tempo e poi si stufa… Non sappiamo proprio come fare. La ragazza è carina e dispiaciuta di questo mancato feeling… Da notare che il bimbo viene preso alla sera all’asilo ed è già stanco… Avete suggerimenti da darci? grazie in anticipo

    1. Non sono un esperto, vado a spanne, ma mi permetto di dire questo.
      Il pupo segue la linea di minore resistenza: se trova qualcuno che non parla la sua lingua, protesta. Del resto, cosa faremmo noi?
      Ma rispetto a noi, il pupo e’ adattabile e non ha pregiudizi. Se insistete, imparera’ che quella sua amica parla in modo diverso, e interagira’ con lei.
      Quanto ai libri, mi sembra un grosso risultato il solo fatto che li guardi anche per un po’: alla sua eta’, il tempo di attenzione non mi sembra sia lunghissimo.
      Insistete, insistete e insistete. Ma piu’ con la goccia, ovvero senza sottolineare troppo, che col martello.
      In bocca al lupo!

    2. Se l’alternativa alla ragazza è la mamma, il papà o la nonna posso capire il suo disappunto. Inoltre una volta a settimana è poco, forse, per stabilire un rapporto con la persona e la lingua. Se puoi, prova a farla venire per un pò di volte di sabato o di domenica, quando non è stanco. Quanto ai libri, chi glieli legge? Piacciono alla persona che legge? La persona che glieli legge, come glieli legge? Li recita? Attribuisce voci diverse a personaggi diversi? Per un bambino il mediatore della realtà è l’adulto, prima di tutto c’è la relazione. Poi l’imitazione di quello che l’adulto fa. E comunque si può usare l’inglese anche giocando a palla, raccogliendo e classificando le foglie del parco, facendo file di macchinette (the blue car, the red truck, the noisy digger…) c’è un mondo di parole dietro ad ogni gioco… keep trying!

  3. Salve, volevo dire questo mia moglie è spagnola, io sono italiano, il bimbo nato in italia fara’ 4 anni ad ottobre e mia moglie vorrebbe portarlo 6 mesi in spagna ed iscriverlo in una s asilo in spagna per fargli aquisire meglio loa conoscenza dello spagnolo; Ora chiedo se lo spostamento potrebbe essere un trauma per il bimbo, che ga già fatto il 1 anno di asilo in Italia?? Mia moglie vorrebbe fargli fare 6 mesi in spagna e poi a settembre 2018 iscriverlo in Italia per fargli fare l’ ultimo anno di asilo qui, prima delle elementari; Volevo una vostra opinione, grazie

    1. Ciao, penso dipenda dal bambino..se tua moglie è spagnola la novità non sarà certo linguistica, ma relativa alle nuove amicizie da fare (e poi da lasciare) sarà dura i primi giorni se è timido ma poi sarà una piacevole avventura. A quella età apprendono rapidamente ma perdono anche competenze rapidamente, quindi il beneficio linguistico di avere maggiore esposizione allo spagnolo (oltre a quello parlato immagino con la mamma) ci sarà certamente, ma non durerà a lungo, nel senso che, tornato in Italia, l’italiano diventerà probabilmente di nuovo la sua lingua dominante.

  4. Ciao non ho dubbi che prima inizano meglio è.
    I miei “dubbi” sono sul COME iniziare, con bambini piccoli, (e con cosa, con che supporti insomma).

    Nello specifico io caso: età 1 e 3 anni. Al nido/s.infanzia non fanno attività in inglese. Quindi ricade su noi genitori, che (lun-ven) lavoriamo fino a sera. Piccolo vantaggio: io conosco bene l’inglese (e mi piace parlarlo). Quindi le mie prime domande sono: che STRUMENTI posso usare (=COSA), quando (=COME) e per quanto tempo (minimo per avere risultati e “massimo” inteso come soglia attenzione/non fargli “odiare” questi momenti)?
    Leggo infatti di tante tecniche (es. guardare cartone animato in inglese) che, secondo me, sono utili se già i bambini conoscono un minimo la lingua (o no? cioè serve guardare un cartone in inglese se il bambino non lo conosce per niente? da adulto direi di no, ma magari sbaglio); qui il “problema” è come iniziare.
    La mia idea era appunto di dedicare del mio tempo, per es. nei giorni feriali quando le porto all’asilo, nel wend più comodamente a casa, per sessioni di inglese, ma non saprei come e con cosa – suggerimenti?

    Punto successivo: personale “esterno” (insegnante di inglese) vale la pena e, anche qui, con che modalità? “Purtroppo” abbiamo già, per la piccola, baby-sitter brava ma italiana che non parla neanche un minimo inglese. Quindi cambiarla oppure prendere ragazza alla pari non è fattibile. Resterebbe – salvo soluzioni che non ho considerato – solo la “classica” insegnante. La consigliate (in aggiunta al mio “lavoro” di cui sopra) e quanto dovrebbe stare come “ore minime” per avere una concreta validità? Non diventa poi “troppo” l’insegnante, se già io dedico un tempo discreto (che so, 2/3 ore a settimana?)

    Grazie

      1. Ciao Elisabetta, scusa se non ti ho risposto, ma sarebbe stato un entusiastico “sì”. Quindi ben venga che ne hai fatto un post. Sto commentando lì le tue preziose indicazioni, intanto ti ringrazio.

        Stefano

  5. Da una ricerca su internet ho trovato lingumi un app a pagamento mensile per insegnare l inglese a bambini dai 2 ai 6 anni. Qualcuno lo conosce o lo usa e sa dirmi se è efficace?

  6. Buonasera
    nostro figlio ha 4 anni appena compiuti.
    in famiglia le lingue che sente sono l’italiano e l’albanese (quanto la mia compagna parla al telefono con sua madre). La mia compagna non ha mai voluto parlare albanese a nostro figlio non so perchè anche se gli ho sempre detto di farlo, forse uno dei motivi è che nostro figlio ha iniziato a parlare tardi e lei non voleva che diventasse ancora più difficile per lui parlare.
    Da solo nostro figlio, guardando i filmati su you tube ha sviluppato una passione per le lettere. conosce tutte le lettere dell’alfabeto sia in italiano ma anche in inglese (a volte confonde la pronuncia). Io parlo un pò l’inglese ma non cosi bene da parargli sono in inglese altrimenti lo farei (lo sto riprendendo in mano i miei studi di inglese per poterlo inserire nel mio lavoro).
    Ha fatto un anno di nido e uno di scuola materna tutta in italiano.
    All’eta di 6 anni volevo fargli iniziare le elementari tutte in inglese. Forse sarebbe meglio avvicinarlo all’inglese, in qualche modo, già da adesso cosa mi consiglia ?
    Forse potrei far venire un insegnante a casa , cosi mentre lo insegna a me lui sente parlare inglese e forse qualcosa può insegnare anche a lui. Inoltre a casa è in un ambiente che conosce e sente più tranquillo.
    Grazie.

    1. Ciao David,
      innanzitutto peccato per l’albanese; spero almeno che vostro figlio anche se non lo parla lo capisca. E’ importante mantenere le proprie lingue di origine, sia perché ogni lingua è una ricchezza in più, sia perché è bello poter parlare con la propria famiglia allargata. Suggerirei di portarlo almeno dai nonni/zii materni durante le vacanze.
      Passando alla questione dell’inglese, non so dove vivete ma calcola che le scuole britanniche o americane in Italia tendono a non accettare bambini di sei anni che non siano già fluent, perché rimarrebbero indietro in quasi tutte le materie. Se punti alla scuola internazionale di lingua inglese devi iniziare a tre anni.
      Nel frattempo, a casa, puoi cercare una baby sitter madrelingua, far partecipare tuo figlio con la mamma o con te ad un playgroup o prendere anche per periodi limitati una ragazza alla pari madrelingua. Se cerchi bene qui su questo sito su tutti i post, anche passati che sono nelle sezioni “imparare l’inglese” e “bilinguismo” e “scuola dell’infanzia” trovi tantissimi consigli e indirizzi utili. ciao, Elisabetta

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