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Se anche la scuola primaria diventa “Cambridge”

Hanno iniziato i licei offrendo gli IGCSE ma ora anche le scuole primarie e secondarie di primo grado italiane adottano il programma Cambridge. Non si tratta solo di scuole paritarie; in alcune grandi città, alcune scuole pubbliche elementari e medie stanno adottando, in aggiunta ai programmi italiani, i programmi denominati “Cambridge Primary” e “Cambridge Secondary” per ampliare l’offerta formativa in lingua inglese (e di materie in inglese).

Di cosa si tratta? “Cambridge Primary”, come denotato dallo stesso nome, è un curriculum sviluppato da Cambridge Assessment International Education per la fascia d’età 5-11 anni (dunque per la scuola primaria), diviso in moduli per diverse materie: English (come lingua 1) oppure English as a second language, Mathematics, Science, Global Perspectives. Le scuole italiane adottano una parte di questo programma, comunemente English as a Second Language e Maths. Il curriculum offre poi dei momenti di verifica, ossia dei test standardizzati di livello intermedio (Cambridge Primary Progression Tests) e di livello finale (Cambridge Primary Checkpoint, che in Italia si sostiene in V primaria), per attestare le competenze raggiunte.

Attenzione però: Cambridge Primary e Secondary non è il curriculum degli studenti britannici, che seguono il British National Curriculum, ma è un programma concepito per un mercato educativo internazionale in cui le materie sono disgiunte tra loro, per fare in modo che possa essere usato anche per integrare altri programmi scolastici a livello locale (ragione per la quale è utilizzato da scuole site in vari paesi al mondo). Insomma, le scuole che lo adottano – in tutto o in parte – possono continuare a seguire il programma di studi locale, aggiungendo ed integrando inglese e materie in inglese.

Per le scuole italiane, trattandosi di un “progetto” i cui costi si riversano sulle famiglie, nessuna parte del programma è obbligatoria e le scuole hanno la libertà di scegliere le parti che meglio si adattano alla loro situazione. In media, le scuole pubbliche che l’hanno adottato sinora tendono ad inserire due ore di English as a second language (in parole semplici: inglese per stranieri) e un’ora di Maths (matematica in inglese), mentre alcune paritarie offrono più ore, in particolare di lingua.

Sempre inglese e matematica sono le materie prescelte dalle scuole italiane Cambridge per le medie (con il Cambridge Secondary Checkpoint), mentre nei Licei Cambridge c’è più varietà di offerta. Anche per la scuola media, Cambridge Secondary prevede un programma modulare con esami di livello superiore; alcuni si sostengono in itinere, altri, invece, come esami finali.

Perché le scuole adottano questi programmi? La risposta è abbastanza semplice, credo: è un modo abbastanza comodo per ampliare l’offerta linguistica in lingua inglese (colmando una lacuna strutturale della scuola italiana) e, nello stesso tempo, per attuare il CLIL (di cui dirò più sotto). C’è poi una ragione opportunistica: le scuole che vengono riconosciute come “Cambridge International School” per Primary o per Secondary, riportano accanto alla propria insegna anche la targa della nota università britannica, certamente un elemento di prestigio per istituti che, probabilmente, così vedono crescere il numero degli iscritti. Al momento in cui scrivo, della Rete di Scuole Cambridge International fanno parte più di 200 scuole italiane (in maggioranza pubbliche). Poche ancora le primarie e le secondarie di primo grado e molti i licei, ma il numero di scuole Cambridge in Italia è in costante crescita.

Un giudizio articolato su questi programmi per come sono attuati dalle scuole italiane al momento non è possibile: è troppo presto per vederne i risultati. Le scuole hanno capito qual è la domanda di istruzione delle famiglie e degli studenti (più inglese, più internazionalità, più scambi etc..) e adeguano l’offerta di conseguenza, comprando standard che trovano sul “mercato” educativo. E’ un’iniziativa che parte dal basso e non dal MIUR, il che genera una considerevole asimmetria informativa; mancando, al momento in cui scrivo, una standardizzazione di regole e di prassi, le famiglie non sono sufficientemente informate di questi percorsi e c’è molta confusione.

Miste sono anche le impressioni dei genitori che ho informalmente intervistato sino ad ora (si tratta di persone con figli in scuole diverse e che non si conoscono tra di loro). Da un lato, infatti, vi sono alcune scuole che nell’attuare il progetto Cambridge demandano all’insegnante madrelingua il programma d’inglese previsto per la scuola primaria italiana. Alcuni genitori da me intervistati hanno riportato infatti che il figlio o la figlia stavano studiano “i colori” o “i numeri fino a venti” in inglese. Insomma, primi passi e prime parole, in un certo senso scollegate da un contesto in cui poterle usare. Un approccio comunicativo alla lingua vorrebbe che si cominciasse, come avviene per la madrelingua, con frasi intere e non singole parole, magari proprio quelle che si direbbero due persone conoscendosi per la prima volta. Sorge dunque spontaneo il sospetto che le scuole pubbliche possano stipulare accordi contrattuali con una scuole di lingue private, e, nell’ambito di quello che dovrebbe essere il programma del Cambridge Primary, facciano passare anche l’inglese previsto dalle indicazioni nazionali per il curriculo. Il tutto, ovviamente, riversando i costi sulle famiglie (anche se questo profilo è forse il più trascurabile perché si tratta di costi davvero contenuti, resi tali dalle economie di scala che si sfruttano avendo intere classi.)

In altri casi, mi è stato fatto notare che la mancanza di una compresenza in classe con la docente curriculare faceva sì che la classe fosse complessivamente così indisciplinata, tanto da rendere appena possibile lo svolgimento della lezione.

D’altro canto, il Cambridge Primary ha anche un altro limite: a sei anni per molti bambini è difficile apprendere la nuova lingua nel contesto della propria classe, dove tutti i pari sono italiani o parlano italiano. Un progetto di esposizione alla lingua straniera – con educatrici madrelingua – andrebbe offerto già dalla scuola dell’infanzia, “per immersione”, come una prima lingua (tema sul quale ho già scritto) prima ancora che alla primaria. Sarebbe molto più naturale. Ma la scuola dell’infanzia non è scuola dell’obbligo, dunque si creerebbero dislivelli tra chi ne ha fruito e chi no.

Infine c’è una preoccupazione ulteriore, che ho già espresso altrove, a proposito delle scuole superiori e dei Licei Cambridge in particolare) e che è tanto più notevole per la scuola primaria ed è il fatto che il CLIL (Content and Language integrated learning), ossia l’apprendimento integrato di una lingua straniera e una materia (ad es. scienze in francese o geografia in inglese) non è certamente il metodo migliore per approcciare una lingua straniera, perché non è né più facile, né più efficiente e si finisce per rischiare di non conoscere bene né la materia né la (seconda) lingua nella quale la materia si studia. Per gli studenti, quella di imparare una lingua (solo) attraverso il CLIL è una gran fatica. Meglio, dunque, più ore di “English as a Second Language” piuttosto che di “Maths”.

Se poco è sempre meglio di niente, bisogna anche aggiungere che tre ore di inglese con insegnante madrelingua a settimana (offerte con un contributo delle famiglie) non sono certo una garanzia di bilinguismo, che sovente non si raggiunge neanche quando le ore sono otto, dieci o quindici settimanali (come ho avuto modo di dire qui le scuole bilingui non sfornano automaticamente bambini bilingui).

Allora tutto da buttar via? Non proprio. La prima impressione di questi ‘innesti’, alla fine, è positiva, non tanto per le soluzioni adottate, quanto perché fanno emergere le esigenze e le lacune della scuola italiana.

Dunque ai dirigenti scolastici mi viene da dire: andate avanti. Probabilmente quello che i genitori si aspettano è un riconoscimento del MIUR di questi percorsi, soprattutto nella scuola secondaria, che si riverberi anche negli esami finali.

 

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