Un po’ di civiltà…ovvero come insegnare il rispetto delle regole?

educazioneglobale regole Vari anni fa ero in un ristorante e, come spesso capita, ad un certo punto ho dovuto accompagnare le figlie al bagno (fateci caso: normalmente lo chiedono esattamente quando è arrivata la tua portata…ma questa è un’altra storia).

Benché si trattasse del classico ristorante per famiglie e non di una bettola di quarta categoria, sulla porta del bagno non mancavano firme e di scritte di vario genere (almeno, per una volta, non scritte oscene).

La figlia maggiore osservò la porta istoriata e chiese, un po’ provocatoriamente: “posso mettere anche la mia firma? Ce ne sono tante altre…”. I bambini ci mettono sempre alla prova, giusto per vedere se ci rilassiamo un po’, perché sono sicura che conosceva sin troppo bene la mia risposta.  Le dissi di no. E lei: “ma perché non posso metterla anche io? Gli altri l’hanno fatto. Faccio una firma piccola piccola…che problema c’è se ne aggiungo una in più?”  E io: “il problema c’è, perché se hai delle regole, come quella di non sporcare muri o porte, le segui anche se il resto delle persone non lo fa e anche se nessuno ti guarda. Punto. Andiamo”.

Se pensate che sono una rompiscatole o un po’ troppo retorica beh…è vero! Ma il fine giustifica i mezzi (se il fine è nobile). Per insegnare ad essere civili un po’ di retorica non guasta.

Nel libro “L’animale sociale”, l’editorialista del New York Times David Brooks, indaga sui rapporti tra inconscio e razionalità, valutando come la cultura della comunità in cui si è cresciuti influenzi le decisioni della nostra vita. Per illustrare il concetto, Brooks racconta di un sondaggio effettuato su alcuni diplomatici. Il sondaggio riguardava il pagamento delle multe per sosta vietata a New York. Dal momento che si trattava di diplomatici, tutti partivano da una situazione di benessere economico.

Quasi tutti, nel corso degli anni, erano stati multati per aver lasciato la macchina in divieto di sosta. I risultati del sondaggio furono sorprendenti. Alcuni avevano pagato le multe, altri no; coloro che non avevano pagato le multe provenivano da paesi in cui la corruzione è endemica: Egitto, Pakistan, Nigeria e così via.

Al contrario, i diplomatici provenienti da Svezia, Danimarca, Giappone, Israele, Norvegia e Canada non avevano multe in sospeso. Pertanto, il sondaggio dimostrava che, pur a migliaia di chilometri di distanza dai paesi di provenienza, le persone intervistate subivano ancora l’influenza delle regole di comportamento della loro cultura di origine.

Se è vero che il sondaggio citato da Brooks riguarda l’influenza della cultura nazionale e non della famiglia d’origine, è altrettanto vero che l’una e l’altra sono spesso interrelate ed hanno entrambe un forte peso sull’evoluzione delle persone.

Sebbene si trattasse solo di un sondaggio (e non di una serie di esperimenti ripetuti nel tempo), quali conclusioni se ne possono trarre? Che l’ambiente familiare e sociale e la cultura nazionale in cui si passano gli anni più formativi della propria vita (infanzia, adolescenza, prima giovinezza) plasma le persone in modo quasi definitivo.

Pertanto, il rispetto delle regole (così come il rispetto per gli altri o l’empatia) va insegnato e coltivato sin dalla più tenera età.

Sembra che persino copiare a scuola, senza che l’ambiente circostante giudichi tale comportamento come negativo, sia il primo passo verso la formazione di cattivi cittadini: è la tesi del volume di M. Dei, Ragazzi, si copia (Bologna, Il Mulino, 2012). Lo dimostrano due ricerche condotte, rispettivamente, su campioni di studenti del triennio finale di scuola secondaria superiore, e su alunni del primo ciclo (per capirci: scuola media e quinta elementare). Le ricerche dimostrano che in Italia il copiare è blandamente tollerato fin dalla scuola elementare, e finisce per minare alla radice il senso della legalità, fondamento del rispetto delle regole.

Dan Ariely, psicologo sociale e autore di un libro sulla disonestà, The (Honest) Truth about Dishonesty, sostiene che la maggior parte delle persone sono inclini a barare, ma che l’ambiente può scoraggiare o favorire i comportamenti disonesti. In particolare, saremmo più propensi a mentire o imbrogliare se lo fanno anche gli altri intorno a noi.

Se fin da piccoli s’impara a imbrogliare, a non rispettare le regole, da grandi si sarà inclini a evadere le tasse, passare con il rosso, cercare raccomandazioni, saltare la fila agli sportelli, non allacciare la cintura di sicurezza in automobile.

Se domina la legge del furbetto chi è onesto paga due volte: la prima perché viene danneggiato da chi imbroglia e la seconda perché viene anche deriso per averlo fatto. In una società così, un genitore ha addosso una grande responsabilità. E’ questa la società che vogliamo? Se, come credo, non la vogliamo, è da noi stessi e dai nostri figli che dobbiamo iniziare a cambiarla.

Poi, certo, oltre alle regole esistono anche le eccezioni. Ad un preadolescente, ma soprattutto ad un adolescente, è il caso di insegnare (o di ricordare) che, in determinati periodi storici e paesi, è possibile che vi siano delle regole (delle leggi) ingiuste e che, in quei casi, che si spera di non sperimentare mai (dittature, guerre, genocidi e altre situazioni “al limite”) è la disobbedienza, la non-conformità alla regola ingiusta, ad essere civile. Ma sono questioni che prima dei 10 anni è anche difficile affrontare, e che possono rimanere, per molto tempo, sullo sfondo.

Alla fine l’esempio è un altro punto cruciale: possiamo e dobbiamo pretendere dai nostri figli un comportamento civile, ma non più civile di quello che teniamo noi. È preferibile imporre (e imporsi) alcune regole fondamentali e farle seguire (e seguirle) sino in fondo, in modo teutonico, che predicare bene e razzolare male. Argomento banale in teoria, ma, in pratica, è molto più difficile da seguire di quanto non pensiamo. Quando buttiamo una carta per terra o quando non ci allacciamo la cintura di sicurezza in automobile stiamo fornendo ai nostri figli la base per ingannarci, perché gli mostriamo lo iato tra le nostre intenzioni e i nostri comportamenti. 

Per ritornare, infine, al discorso delle scritte sui muri da cui ero partita, io non lo so che tipo di condotta terranno i miei figli da giovani adulti. So che le influenze saranno (e già sono) molte: dai messaggi che la società manda al comportamento tenuto dai propri coetanei e giudicato – o meno – “vincente” in un certo contesto.

Insomma, alla lunga un genitore può essere responsabile solo fino ad un certo punto. Io posso dire che – se su tante cose ho forse ceduto in partenza – su questa faccio tutti i giorni la mia parte. E per il resto…incrocio le dita!

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