Se anche il terrorismo è globale

Normalmente recensisco libri solo se trattano di education, scuola, innovazione o creatività. Ogni tanto faccio qualche eccezione, come per il romanzo Il logista,  sia perché è scritto da un’amica d’infanzia, sia per il tema attuale e “globale”.

Oggi, inoltre, è il 23 Aprile, ed è la Giornata mondiale del libro, un evento patrocinato dall’Unesco per promuovere la lettura e la pubblicazione dei libri. L’occasione, dunque, è propizia.

Federica Fantozzi è giornalista dell’Unità e si occupa di politica. Da poco pubblicato da MarsilioIl logista ed è un giallo che si inscrive nel tema, tristemente attuale, del terrorismo di matrice islamica.

E’ un libro ad un tempo molto romano (la protagonista del romanzo vive a Ponte Milvio) e molto cosmopolita (una parte si svolge tra Londra e le isole Maldive).

Una giornalista che si occupa di cronaca nera, un omicidio, una strage terroristica: questi gli ingredienti del giallo. Il titolo – il logista – prende spunto da una professione particolarmente utile sia agli inviati di guerra, sia ai criminali. Il logista è chi si prende cura del soggiorno all’estero di un cliente. Uno che organizza tutto quello che c’è da organizzare. E indovinate se qui si tratta di inviati di guerra o criminali…

Non scrivo nulla di più sulla trama per non rovinare la sorpresa. Mi interessano più i retroscena, in particolar modo dal momento che l’autrice è anche una giornalista e, anche se non scrive di esteri, inevitabilmente se ne occupa per via delle intersezioni tra i diversi piani politici (nazionale, europeo, internazionale).

Ecco le domande che le ho posto.

Federica, sai che non sapevo che esistesse veramente una professione come quella del logista? E’ quello l’aspetto che ti ha ispirata? Se si, quanto conta la conoscenza diretta della vita, quando si racconta, e quanto, invece, l’immaginazione?

Anche io ignoravo l’esistenza di quella professione finché un collega del Fatto Quotidiano, Stefano Citati, me ne ha rivelato l’esistenza spalancandomi le porte di un mondo. Un logista è un professionista che, come anticipavi tu, prende in carico la trasferta del cliente all’estero dall’arrivo alla partenza finale. Una specie di mister Wolf che risolve i problemi. Ovviamente dal punto di vista del thriller a me interessa una sottospecie: il logista di guerra, quello che – per esempio – ti porta fino alla grotta di un signore della guerra afghano per l’intervista e ti riporta a casa incolume. E’ un lavoro molto ambiguo e borderline, dato che per tutelarti devi essere in contatto con polizia, servizi segreti, fazioni militari… Una miniera per gli scrittori. Insomma, l’idea è nata da una chiacchierata rivelatrice ed è proseguita con l’aiuto di una buona dose di fantasia.

Quando cominci a scrivere un giallo sai già quello che dovrà succedere? Puoi descrivermi il tuo metodo di lavoro?

No, assolutamente. Inizio sempre da un’immagine forte, visiva, che mi colpisce in modo profondo. Da lì parte una storia che spesso va avanti a sbalzi, intrecciando fili in diversi ambienti e momenti, che si ricongiungono solo alla fine. Ci lavoro quando posso, un paio d’ore al giorno mentre i bambini sono a scuola e prima di andare in redazione. In questo romanzo l’idea iniziale è quella dell’attacco di un commando di terroristi ad un resort in un’isola delle Maldive. Era una scena chiarissima nella mia mente: i gommoni, i sub con la muta Stealth invisibile nella notte e le pistole nei contenitori stagni, la luna, lo sciabordio delle onde. La tranquilla normalità che si trasforma in tragedia nello spazio di pochi minuti. Il fatto per me divertente è che la trama ha cominciato a venirmi in mente durante una vera vacanza alle Maldive con la famiglia. Tutti guardavano i pesci nell’oceano e io mi aggiravo sul pontile chiedendomi: ma un commando di assassini arriverebbe da est o piuttosto da ovest?


Secondo te uno scrittore dovrebbe occuparsi dei problemi del proprio tempo?

Non credo ci sia una regola. A mio avviso, i giornalisti scrivono per gli altri e gli scrittori per se stessi. Esprimono emozioni positive o negative. Io, per esempio, credo attraverso questo thriller di aver tentato esorcizzare una grande paura contemporanea che è il terrorismo. Attraverso una storia in cui decido io chi sono i cattivi, quando e dove vogliono attaccare, perché lo fanno, e quali sono le precauzioni da prendere, coltivo l’illusione di padroneggiare una materia che altrimenti rischierebbe facilmente di sopraffarmi. Ma uno scrittore può raggiungere lo stesso obiettivo, seguendo il filo dell’esempio ma invertendolo, ambientando il romanzo durante le crociate. Capovolgendo buoni e cattivi in uno schema analogo. Non contano tanto i fatti, quanto le emozioni che si vogliono trasmettere.


Il tuo libro è un giallo, ma, sullo sfondo, parla di terrorismo internazionale. Come l’esperienza degli avvenimenti relativi, ad esempio, alle stragi di Parigi è entrata nel libro?

La strage di Parigi del 2015, il cosiddetto Venerdì 13 culminato nell’assalto al teatro Bataclan, è stato l’elemento fondamentale per la nascita del romanzo. Anche perché la conversazione con Stefano Citati sui logisti è successa proprio lì, in quei giorni cupi dopo la strage. Più in generale, l’Unità mi ha inviato a seguire quell’evento e, da cronista politica, non ero preparata all’impatto che avrebbe avuto su di me. Sono atterrata in un Paese lacerato tra paura e orgoglio laico, ho camminato tra persone che scoppiavano a piangere nel sentire dei passi alle loro spalle, ho intervistato il padre di una ragazza, Aurelie, morta proprio al Bataclan. Incontrare faccia a faccia le conseguenze del Male commesso dagli uomini è un’esperienza che non si dimentica.

Nel tuo libro hai immaginato un attacco terroristico alle isole Maldive. Secondo te quanto è plausibile?

Purtroppo temo che un attacco terroristico, oggi, sia plausibile ovunque. Si possono prendere tutte le precauzioni, e personalmente credo che sia le forze di polizia che l’intelligence italiane stiano lavorando bene, ma il rischio zero non esiste. Lo ha detto il Viminale, lo ha ribadito il questore, lo confermerebbe qualsiasi dirigente delle forze dell’ordine. Si può intensificare il monitoraggio dello scambio di comunicazioni online, dei luoghi di riunione sospetti, degli individui schedati o potenzialmente pericolosi. Ma esistono numerosi cani sciolti che potrebbero colpire in qualsiasi momento, secondo i dettami degli strateghi del terrore, magari con un’arma bianca o un ordigno costruito grazie a Internet. Le Maldive, come racconto nel romanzo, sono oggi uno dei principali vivai del reclutamento jihadista, ma non ci sono confini che tengano. E io resto convinta che, in gran parte, ciò che accade dipenda dalla mera casualità. Si muore per un aereo preso all’ultimo come per il biglietto di un concerto in regalo.

L’Italia può essere soggetta a simili attacchi? Secondo te perché non ci sono stati attacchi in Italia? Ci sono molte teorie a riguardo, come giornalista quale è la tua?

Certo, anche l’Italia corre i suoi rischi come tutto l’Occidente. Sul fatto che non ci siano stati attentati, per scaramanzia non mi esprimo. Certamente alcune nazioni come Francia e Germania sono più esposte per le proprie scelte di politica internazionale. Ma, ribadisco, esiste una grossa area grigia in cui regna l’imponderabile. Condivido la tesi di Hollande e del governo francese: siamo in guerra. Una guerra asimmetrica, che sarà lunghissima e che mieterà altre vittime, ma che credo alla fine vinceremo. L’Isis vuole cancellare soprattutto uno stile di vita laico, democratico, libertario, come hanno dimostrato gli attacchi di Parigi. Io però ho visto i francesi barcollare ma non cadere, ricordo gli hashtag #tousaubistrot e #tousenterrasse. Non credo che la nostra civiltà tornerà sui suoi passi.

Quale scrittrice di gialli dove attaccheresti se fossi una terrorista? E, invece, da madre, di cosa hai paura con riferimento al terrorismo?

Se fossi una terrorista sceglierei, probabilmente, un bersaglio spettacolare che renda il mio “martirio” celebre in tutto il mondo. Il che, ovviamente, implica un livello di preparazione, organizzazione, competenze e supporto tecnico e logistico molto elevato. Ecco perché, con i servizi segreti in grande allerta, i jihadisti tendono a preferire micro-attacchi quasi impossibili da prevedere. Anche perché saldano l’ideologia religiosa con la disperazione umana. Come dice uno dei personaggi del romanzo a proposito dei jihadisti europei: non è la povertà a farli ticchettare, è il vuoto dentro. Da madre, invece, sono ambivalente. Da un lato, ho scelto il fatalismo: andiamo spesso a Parigi e mio marito si è trasferito a Berlino per lavoro. Dall’altro lato, però, non ho mandato i bambini al cinema a vedere la prima dell’ultimo episodio di Star Wars, uscito il 16 dicembre del 2015. Ho fatto come per il passaggio sotto una scala: non ci credo, ma evito…

Uno dei personaggi chiave del tuo romanzo (anche se per gran parte del romanzo è morto..) è un giovane cosmopolita. C’è anche un altro volto del cosmopolitismo oppure esso genera per forza una forma di mancanza di radici affettive?

Sì, ho voluto indagare il lato oscuro del cosmopolitismo. Chi viaggia molto, specialmente se lo fa con un certo agio, di solito suscita invidie e gelosie. E’ cittadino del mondo, spesso benestante, generazione Erasmus, pieno di prospettive. O almeno, così viene percepito. Siamo imbottiti della retorica di quanto sia importante far parte del mondo globale, dei suoi network, delle sue regole. E se invece diventa un tour de force fine a se stesso? Se non ci si ferma mai a pensare quanto questo stile di vita sia davvero compatibile con la nostra essenza e la nostra felicità? Ovviamente è un paradosso, ma questa prospettiva mi intrigava e ho deciso di svilupparla.

Quello che colpisce di tutti i personaggi del libro, alla fine, è che sono tutti un po’ disturbati, ma che hanno tutti imboccato la strada del cinismo per risolvere i propri problemi. Insomma, tutti perseguono il proprio tornaconto, non vi sono slanci ideali. Come mai?

In parte hai ragione, credo che il cinismo sia una scorciatoia diffusa per affrontare lo stress e la fatica di una quotidianità sempre più complicata. Diventa una forma di difesa, un modo di chiudersi nel proprio guscio e giustificarsi più facilmente. Credo però che Amalia, la protagonista del romanzo, sia cinica solo all’apparenza e in realtà profondamente idealista. Del resto, diversamente da quello che si crede, un eccesso di cinismo stronca il buon giornalismo perché impedisce l’empatia che è alla radice di ogni articolo efficace.

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