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Scuola internazionale: un papà racconta

Cosa è una scuola internazionale? In cosa si distingue da una scuola bilingue (come quelle di cui si è parlato in un altro post)?

I genitori interessati al tema spesso fanno fatica a distinguere tra i due modelli, ma non hanno tutti i torti: spesso districarsi in questo nuovo lessico è complicato.

Il modo più semplice per capire meglio cosa è una scuola internazionale è andarlo a chiedere a chi ci manda i propri figli.

Ho chiesto allora aiuto a Francesco S. che ha due gemelli (femmina e maschio) di sette anni e mezzo e che frequentano la third primary a Venezia, presso una scuola internazionale inglese.

Ecco, dunque, il racconto di Francesco S.

La scuola che abbiamo scelto ha programmi modellati su quelli del Regno Unito, e già qui è necessaria qualche precisazione. Intanto, in termini del tutto generali, la scuola internazionale è un poco come il “misto seta”: non ne esiste una definizione ufficiale, che vincoli a determinati contenuti minimi, come fa la DOP per i prodotti alimentari. All’interno della categoria – per continuare con la metafora – ci può essere il foulard quasi tutta seta e una minima percentuale di spandex per elasticizzarlo come pure il tutto spandex. Fuor di metafora, c’è la scuola internazionale che segue effettivamente il sistema di istruzione di un paese:  che sia Regno Unito (come nel nostro caso) oppure Francia (per la scuola francese) o Stati Uniti (per la scuola americana) e la scuola ha solo gli adattamenti strettamente necessari al fatto che opera in territorio italiano. Poi ci sono i modelli misti, ossia quelle che, a forza di prendere una cosa da un sistema di istruzione e una cosa da un altro, sono così internazionali da fare storia sé e, infine, ci sono quelle che di internazionale hanno solo il nome.

Prima regola, quindi: informatevi. Una buona scuola internazionale, e, aggiungerei, qualunque buona scuola, è trasparente: non ha problemi a ricevervi e a darvi tutte le informazioni che chiedete anche quando, come, nel caso del mio primo contatto, vi presentate con due bambini di due anni all’open day pensato per i soli genitori.

Corollario a questa regola: perché il discorso serva a qualcosa, un poco di interesse per la cultura di riferimento ce lo dovete avere.

Curiosità: le scuole internazionali di cultura anglosassone sono – nella quasi totalità dei casi – scuole private (e purtroppo molto costose), ma paesi più lungimiranti del nostro, la cui lingua non gode della “rendita di posizione” dell’inglese, mantengono una rete di proprie scuole pubbliche all’estero. Chi è di Roma, ad esempio, conosce lo Chateubriand, liceo francese che dipende dal relativo Ministero, come il londinese Charles De Gaulle. L’Italia –anche in questo caso all’avanguardia della retroguardia-  le ha invece chiuse tutte: nel momento in cui parliamo, per esempio, a Londra esiste una sola scuola internazionale italiana, gestita però da una fondazione privata.

La nostra scuola internazionale, ove i gemellini hanno finora svolto tutto il corso di studi, prevede due anni di nursery, uno di reception, cinque di primary e tre di middle, e arriva quindi sino all’equivalente della nostra terza media (che poi ormai si chiama “secondaria di primo grado”). Il corso di studi, rispetto al modello UK non è, a rigore,  completo: mancano i primi due anni di nursery. Per i piccolissimi, infatti, la scuola non è attrezzata; viceversa, il corso completo c’è, ad esempio, a Padova.

Ma quali sono le particolarità rispetto al sistema italiano?  Per i primi due anni, la differenza c’è ma non si vede: le maestre  – ogni classe alla nursery e alla reception ne ha due, più quelle delle attività speciali, come la musica – sono madrelingua, parlano solo in inglese… e i pupi assorbono.

Potete gratificarvi alle recite; potete inoltre notare che vedono con interesse, ma non sempre e non comunque, i cartoni in inglese, ma potreste pensare che non ne sia valsa la pena: in fondo, la filastrocca in inglese la cantano anche alla recita del più disastrato asilo pubblico. Un osservatore attento però noterà qualcosa: la pronuncia non è il solito disastro, anzi ricorda in modo sospetto quella degli annunciatori televisivi. E’ solo l’inizio: la differenza cominciate a sentirla in reception, ed è come – alla scuola di volo – passare dall’aliante al jet.

Nel sistema inglese, la reception non è, come per noi, l’ultimo anno di scuola per l’infanzia, ma è il primo della primaria, e quindi ha un programma strutturato. Mica da poco: lettura, numeri fino al venti, addizione, sottrazione… Nel nostro caso, poi, la prima maestra l’italiano non lo capiva proprio, e quindi l’immersione nell’inglese era davvero totale.

E la lingua si studia davvero: in reception si impara a leggere con quella che, per i bambini inglesi, è una presenza quasi di famiglia, ovvero la serie dei libretti dell’Oxford Reading Tree (ORT). In sintesi, è una serie graduata di storie, da quelle semplicissime a quelle strutturate, che accompagna i bambini sino alla fine della primary, ed è imperniata sulle avventure di tre loro simili, i famosi Chip, Biff e Kipper. E’però il caso di notare che una buona insegnante non si limita all’ORT: esistono molte altre serie similari, anche di “non-fiction”, altrettanto valide, anche se meno note. Nel caso della nostra scuola, abbiamo assegnato in media un libro alla settimana, e dobbiamo far esercitare i bambini nella lettura, annotando i risultati sull’apposito Reading Report, ovvero una sorta di registrino a ciò dedicato.

Così si scopre perché l’inglese si è imposto come lingua mondiale: in inglese, con le figure e le parole di una o due sillabe, si racconta una storia. In italiano, con monosillabi e bisillabi non si va neanche dietro l’angolo. Si scopre poi, osservando i materiali di matematica, che la scuola non usa libri di testo, ma schede preparate di volta in volta dall’insegnante. E’ un sistema non migliore né peggiore del nostro, dipende dall’insegnante stesso: bisogna solo abituarsi. Intanto, il pupo lo ha già fatto, e ci ha sopravanzato.

Alla fine della reception, c’è la prima crisi di identità. Intendo del genitore, non dei pupi. In genere comincia con una domanda: e l’italiano?

Le risposte possibili sono due, e dirò quale è stata la nostra. Prendetela però con beneficio di inventario: non mi stanco di ripetere che parlare di questi argomenti con me è come discutere della sharia con il mullah Omar…

Se siete come me, ritenete realistica la seguente considerazione. I nostri pupi, dopotutto, parlano italiano per la gran parte del giorno e quindi l’italiano – questo sì, non l’inglese – lo possono sempre imparare. Naturalmente, è necessario qualche piccolo sforzo: ad esempio, a casa da noi il dialetto non si usa, salva la citazione caricaturale, alla quale il veneto particolarmente si presta. Potete quindi fidarvi dell’italiano che insegna la scuola – sul quale più avanti i dettagli. A questo punto, vi prende il “sacro fuoco”: realizzate che l’editoria inglese produce un universo di ottimi materiali per bambini, moderni, ben fatti ed intelligenti, e cominciate ad acquistarlo per casa vostra, su Internet o con incursioni a Londra (attenti all’eccedenza bagagli!). Dell’ORT, e di altre collane, c’è anche la guida per i genitori, e c’è una guida ulteriore per ogni aspetto della vita scolastica… avete solo l’imbarazzo della scelta. In rete poi, del tutto gratis, potete seguire qualche forum di genitori UK, e scoprire con piacere che la vostra classe, fatta di bambini bilingui, è al passo con una corrispondente classe monolingue  inglese. Quanto ai contenuti, un solo esempio: mia figlia si è appassionata alla tematica dei pregiudizi razziali –che giudica semplicemente stupidi– con una minibiografia di Rosa Parks. Non ho potuto non confrontarla con il mesto libriccino di una autrice per bambini che in Italia va per la maggiore, ove le famiglie decidono di finanziare la scuola per l’acquisto della carta igienica, e l’isolato genitore che obietta “ma allora, le tasse cosa le paghiamo a fare?” viene seccamente zittito con l’accusa di “buttare tutto in politica”.

Altri invece sono stati di parere diverso: la paura che i figlioli “non sappiano più parlare italiano” ha preso il sopravvento, e i miei giovani hanno perduto tanti compagni, rientrati nel rassicurante (?) alveo della scuola “convenzionale”.

Siete allora arrivati alla primary vera e propria, ove si svolge un programma ampio, con più di un insegnante. La squadra comprende l’insegnante di madrelingua, che svolge le materie fondamentali in lingua inglese, l’insegnante di musica, quello di PE (educazione fisica) e quello di IT (tecnologia informatica), che pure insegnano in inglese, e l’insegnante di italiano, che lo insegna come lingua straniera, e ha le sei ore settimanali che nella scuola pubblica sono dedicate alla lingua propriamente detta. Nel nostro caso, finora sono state più che sufficienti. Ricordo ancora l’emozione nel rivedere, sul quaderno di italiano, la filastrocca che era sul sussidiario della mia prima elementare… al di là dei sentimentalismi, però, è richiesto un serio lavoro a casa, più accentuato per l’italiano, ove i compiti si devono fare, e nel caso nostro occupano il sabato mattina, con qualche aggiunta se necessario.

I compiti di inglese, per parte loro, nei primi due anni comprendono soprattutto lo spelling, che per noi italiani, la cui lingua si scrive come si pronuncia, è un oggetto misterioso. Funziona così: ogni lunedì l’insegnante assegna una lista di parole, sulle quali ci sarà la prova di dettatura il venerdì successivo. Giorno per giorno, vi eserciterete: se non vi fidate della vostra pronuncia, in rete c’è, gratuito, il dizionario Oxford Paravia, con i files relativi, quindi non avete scuse. I miei giovani hanno un punto di onore nel completare la prova senza errori, perché così il papà fa loro un piccolo regalo.

Ma – direte voi – il rientro nella scuola italiana è possibile? Un serio aiuto per far bene anche l’italiano, viene, nel caso nostro, dalla veste giuridica della scuola, che non è paritaria. La direzione ha inteso rimediare facendo sostenere, ogni anno della primary e alla fine della middle, l’esame “da privatista” davanti alla commissione statale esterna, che si reca a scuola. Di conseguenza, specie nelle ultime settimane di scuola, l’insegnante di italiano fa un certo numero di ore integrative, per abituare alla metodologia italiana. In pratica, fanno tante di quelle prove d’esame che il grande giorno la paura è già passata, e l’esperienza viene vissuta come uno stimolo ulteriore a fare bene, con uno spirito di corpo che non guasta: si tratta di far fare bella figura alla scuola, e ci si impegna molto.

Fin qui la mia esperienza personale, che è tutta positiva. Ma chi la scuola internazionale la sta ancora scegliendo – e magari ha più alternative – ha un problema: come fare a valutare la qualità?

Molti guardano esclusivamente alla percentuale di madrelingua, ma attenzione. Un’elevata percentuale di allievi stranieri, inglesi e americani, può essere positiva, ma non guardate solo quella. Si, perché, quello che conta, non è (solo) la percentuale di madrelingua ma la qualità della scuola. E allora, se gli stranieri presenti sono tutti di famiglie “in transito”, ossia che si trasferiscono di frequente per lavoro, la cosa non è necessariamente positiva. Una persona che conosco mi ha raccontato l’esperienza di suo figlio ad una scuola internazionale di Praga: confezione di super lusso, con bodyguard alla porta e ristorante tre stelle Michelin o giù di lì, insegnanti sicuramente di madrelingua… peccato che una di costoro insegni in dialetto scozzese. Chi se ne intende, mi dice che è come se si insegnasse in bergamasco stretto. Le famiglie protestano, la scuola promette interessamento… intanto, l’anno finisce, e buona parte dei protestatari si trasferisce. Risultato: l’insegnante continua a fare quello che faceva. L’utenza “stanziale”, certo, può essere a volte più ruspante – perché comprende anche famiglie che l’inglese non lo masticano così bene – ma, se è una utenza bene informata (ossia, se si studia i programmi scolastici del Regno Unito) ed è fidelizzata è, in teoria, in miglior posizione per chiedere qualità.

Che poi questa qualità come si misura? Intanto vedendo se le competenze dei ragazzini sono al livello di quelle dei loro coetanei inglesi. Come si fa, direte? Ebbene qui ci viene in aiuto l’ORT. Cosa è? Ma è l’Oxford Reading Tree che ho già menzionato più sopra. Qui (https://global.oup.com/education/content/primary/series/oxford-reading-tree/?region=uk), trovate la corrispondenza tra i libri e l’età che devono avere i bambini che li leggono. Così potete comparare i vostri figli con i loro coetanei inglesi, almeno per livello di literacy.

E per i ragazzi più grandi? Io ci devo ancora passare, ma vi anticipo che è importante mettere a confronto i risultati degli esami standardizzati – che hanno strani nomi come GCSE e IGCSE A-levels e IB – e vedere il ventaglio delle materie insegnate per sostenere quegli esami. Ma più oltre non posso andare, avendo figli di 7 anni. Per me posso dire che, fin qui, i risultati ci sono. Per il futuro, ci sono tante idee, il resto, come dice la canzone, lo scopriremo solo vivendo.

E io ringrazio Francesco S. per la sua testimonianza, che spero sia utile a molti.  Elisabetta

 

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Comments

  1. Francesco, leggo sempre i tuoi interventi con molta attenzione.anche io ho una coppia di gemelli e sono alle prese in la fatidica scelta della scuola. Le considerazioni sono tante. In particolare il fatto che le scuole internazionali da me individuate(per vicinanza e per il costo) hanno una sezione unica ( e invece mi consigliano di dividere i gemelli in quanto dello stesso sesso) e prendono alla ‘prima elementare’ bambini che hanno gia 6 anni( le gemelle sono di inizio anno e in una scuola italiana sarebbero ‘anticipatarie’). Non sono in grado di prendere una decisione! Ritengo l’inglese fondamentale …Mi chiedo pero’ se i soldi (tanti) che spenderei per la scuola internazionale potrebbero essere usati per far girare il mondo alle mie figlie e l’anno che guadagnerebbero alla scuola italiana per fare un’esperienza all’estero..sono in crisi!

  2. Cara Valentina, posso risponderti su tre punti.
    Primo, i gemelli. Che io sappia – e per l’attività che svolgo, lo dovrei sapere- non esiste nell’ordinamento italiano alcuna norma che imponga di dividere i gemelli assegnandoli a diverse sezioni, indipendentemente dal loro sesso. Nel caso nostro, la sezione è pure unica, e non ci sono stati fatti problemi. Di fatto, però, se la scuola è privata e non paritaria, a casa propria può fare quello che vuole: accademicamente, ci si potrebbe anche chiedere se non si tratti di una condotta discriminatoria, ma mi domando se valga la pena di iniziare su questo piano un rapporto che dovrebbe essere prolungato e fiduciario… potendo scegliere, meglio andare altrove.
    Secondo, l’anticipo. E’ un istituto della scuola pubblica italiana, e per conseguenza delle scuole paritarie; le non paritarie, anche qui, sono libere. Ho poi avuto esperienza personale di una scuola paritaria di lingua inglese di Roma che non lo ammette ugualmente: la preside – che non parlava nemmeno italiano (o non voleva parlarlo)- ha detto che, trasferendo da lei gli interessati, avrebbe fatto loro ripetere l’anno, a prescindere. Sulla conformità alla legge di questo comportamento ho fortissimi dubbi, ma richiamo quanto detto sopra.
    Nel caso tuo, il mio consiglio è parlare: un’eccezione sarebbe in realtà conforme alla regola. Io con i miei gemelli, che sono nati lo stesso giorno mio, ho usato lo stesso argomento che usò mia madre: siete alti, andate a scuola subito, se no vi daranno dei ripetenti. Molto giocano infatti le caratteristiche degli interessati, a cominciare da quelle fisiche: loro nella specie, pur essendo i più giovani, sono i più alti della classe. Papà poi pensava che –oltre che grossi- nemmeno fossero troppo stupidi, e finora pare – lo dico sottovoce- che non si sia sbagliato, perché nel rendimento l’anno di differenza non pesa, ma bisogna vedere da persona a persona.
    Ultimo punto: se i soldi spesi per la scuola internazionale “potrebbero essere usati per far girare il mondo alle mie figlie e l’anno che guadagnerebbero alla scuola italiana per fare un’esperienza all’estero”. Qui la risposta è del mullah Omar che è in me, e so che molti mi criticheranno, ma a domanda diretta si dà risposta sincera, fermo restando che è un’opinione personale, e che parte da un assunto che può non essere di tutti: la lingua straniera la vogliamo imparare non per cultura nostra, ma perché un domani ci possa servire per vivere e lavorare fuori dall’Italia, sperabilmente a condizioni migliori di quelle che troveremo qui. E la risposta è decisamente e totalmente negativa. Girare il mondo – a meno di casi particolari, che non mi sembrano prospettati qui- per dei ragazzini in pratica si traduce, fino all’adolescenza, in vacanze, lunghe quanto si vuole, ma sempre vacanze, con mamma e papà: il mondo si vede da turisti, e se la lingua non si conosce già, visitare un paese straniero per vacanza agli effetti linguistici è inutile. Allo stesso modo, l’esperienza all’estero fatta quando si è abbondantemente adolescenti, ma senza conoscere già – e bene- la lingua di riferimento rimane una costosa vacanza, senza dubbio formativa nel sociale (chi non fa il corso di birra/vino 101 e ragazze/ragazzi 102 all’età giusta tende poi a combinare guai verso i 40/45, ma questa è un’altra storia), ma non sotto il profilo della competenza linguistica.
    Se ti serve qualsiasi altra cosa, cercami pure! Ciao!

  3. Buon giorno Francesco , anche io ho letto con attenzione quello che hai scritto ma i dubbi mi rimangono …. prima di tutti i costi ??, e poi i programmi ??…. come hai detto tu sono programmi prestabiliti ma da quanto ho potuto sapere pur sempre superficiali .Questi bambini escono dalla scuola che sanno bene inglese ma il resto … ho i miei dubbi .Non sto dicendo che la scuola pubblica sia meglio anzi assolutamente no …. sto solo dicendo che ho dei dubbi . Un altra cosa voi a casa come parlate in inglese con i vs figli ….??? … grazie elisa

    1. Cara Elisa, ti rispondo anche io. Riprendo questa tua affermazione “come hai detto tu sono programmi prestabiliti ma da quanto ho potuto sapere pur sempre superficiali”: ebbene, mi viene da dire, dipende da scuola a scuola. Mi spiego: una scuola internazionale di stampo britannico e riconosciuta da associazioni quali il COBIS (Council of British Independent Schools) e l’ECIS (European Council of international School) seguirà i programmi scolastici vigenti in UK, come una scuola italiana segue le indicazioni nazionali sul curriculum del MIUR. Poi, ovviamente, si può discutere se il sistema di istruzione inglese (o americano, o canadese) è complessivamente migliore o peggiore di quello italiano, ma definirli superficiali mi sembra un pò troppo. Anzi, almeno per quanto riguarda i quindicenni dei vari paesi, le indagini internazionali dell’OCSE denominate PISA fanno emergere che alcuni di questi paesi hanno sistemi di istruzione migliori del nostro (così tanti, troppi altri paesi: da Singapore alla Francia quasi tutti fanno meglio di noi, almeno sui grandi numeri). Insomma, le scuole internazionali sono scuole di altri sistemi di istruzione e non mere scuole di lingua. Tuttavia, poichè i modelli cui si rifanno variano e la qualità è, per un genitore italiano, più difficile da valutare, è sempre bene fare un pò di “shopping around”, così come del resto i genitori fanno anche per scegliere un liceo, la sezione di una scuola elementare o un asilo nido. In tutti i casi, alla fine, l’esperienza insegna che tocca un pò studiare prima: ci si risparmia di essere delusi poi.

      1. Grazie Elisabetta , mi scuso sé rispondo solo ora ma non ho avuto molto tempo , piace quando dici. (alla fine, l’esperienza insegna che tocca un po’ studiare prima: ci si risparmia di essere delusi poi).Condivido e sto studiando molto , la scelta non è semplice . Non volevo assolutamente offendere le scuole internazionali e osannare quelle italiane ….. era solo una mia considerazione da mamma come mi definisco in viaggio per il futuro del mio bimbo , c è il detto che dice le decisioni di oggi sono quelle del futuro e io voglio anzi esigo il meglio per mio figlio ….

        1. Cara Elisa, figurati, non ti devi scusare di nulla, non faccio l’avvocato difensore delle scuole internazionali (anche perchè non ne hanno bisogno 🙂 ) tendevo a precisare perchè sulla materia c’è molta confusione. Ciao

  4. Cara Elisa, volentieri ti rispondo. Nella nostra scuola, non ritengo che i programmi si possano in alcun modo definire “superficiali”; potrei fare tanti esempi, ma finirei per annoiare. Si tratta però di un giudizio condizionato al “qui” e “ora”: per altre scuole, non posso e non voglio giudicare. Posso solo rinviare al consiglio che ho già dato: chiedere informazioni, a costo di parer pedanti. Che poi le informazioni si ottengono anche in modo informale: come ho suggerito altrove, vicino ad ogni scuola -basta vedere “Una mamma (im)perfetta”- c’è il bar in cui si trovano le mamme, e anche qualche babbo: entra, attacca discorso e chiedi se si trovano bene. Una non risposta, o una risposta sgarbata, è già una risposta…
    A casa noi si parla italiano, ovvìa! Già in Reception la mia figliola, quando ci esercitavamo a leggere, mi diceva: “Ma papà, io lo so che tu parli italiano”. Per l’esercizio, fin quando è stato necessario, mi sono inventato che dovevamo insegnare a leggere a Orsone, l’orso di stoffa, che parla solo inglese. Adesso non c’è più bisogno di questo artifizio, ma quando sono incerto sulla pronuncia (ovvero molto spesso), tiro fuori il telefonino e accedo al dizionario on line, che come ho detto è pure gratis. Poi, bisogna non risentirsi quando i giovani ti chiedono: “Ma papà, perchè Peppa Pig in inglese lo capisci e My Little Pony no?”, e rispondere sportivamente la verità, che loro l’inglese lo sanno meglio di me…

  5. Complimenti, Francesco,
    Hai scritto davvero un articolo bello descrivendo sia i pro che i contro delle scuole internazionali. Io sono straniera che vivo in Italia, ma i miei figli parlano due lingue: russo e italiano. Ho preferito la scuola internazionale senza mai pensare come sarà l’italiano per i miei figli. Quando sono arrivata in Italia ho imparato l’italiano, mi sono laureata e non ho nessun problema di capire la lingua o di esprimermi in italiano. Quindi perché deve essere un problema per i pargoli visto che parlano italiano ogni giorno sia con papà che con gli amici? L’unica domanda che mi porgo e’: dopo aver finito le medie devo mandare i figli a Padova x completare gli studi? O forse riusciranno ad ingrandire la scuola di Mestre?

  6. Cara Natalia, intanto grazie. Diciamo che dopo le medie, Padova è sicuramente una delle opzioni sul tappeto; circa i progetti futuri della scuola di Mestre, non credo di saperne più di te, Mi sembra di capire però che ci conosciamo,anche se non riesco ad abbinare il tuo nome a un volto…se fosse così, quando mi vedi a scuola, o al mitico parchetto, tirami pure per la giacca, così potremo discuterne anche con riferimento ai nostri casi personali. Ciao!

  7. Buon giorno,
    In aggiunta a tutto quello che racconta Francesco, e che confermo, vorrei dire che nonostante i pro e contro di queste scuole internazionali i miei figli hanno avuto dalla Nursery alla fine della terza media un’ottima educazione e ripeterei l’esperienza senza alcun dubbio. Niente è perfetto neanche nella scuola privata ma i vantaggi superano di gran lunga gli svantaggi. Non esiterei a spiegare quanta più apertura mentale ci sia nei ragazzi di queste scuole!

  8. Buongiorno a tutti, sono la mamma di due bimbi, un di 4 (al secondo di anno di scuola internazionale, quindi ultimo di materna prima della Reception) e una di 3 (al primo anno).
    La scuola internazionale segue il programma IB, che prevede un percorso dai 3 ai 16 (successivamente arriverà al completamento degli studi).
    Premetto che sono contentissima della scuola, che supera ampiamente anche la migliore delle aspettative che potessi avere.
    Il grande punto interrogativo che a volte non trova risposta, riguarda il “livello di istruzione”.
    Come mamma italiana, parte di un nucleo 100% italiano, non posso non domandarmi se esiste un paragone con il corrispondente livello di istruzione italiano, paragonato per anno. Trattandosi proprio di un modello diverso, trovo a volte difficile, potermi fidare ” a scatola chiusa” proprio per il fatto che ho frequentato per prima una scuola italiana e quindi forse non possiedo una così approfondita conoscenza di questo sistema che mi permetta di fare un paragone. A volte sento delle esperienze di mamme che mi riportano programmi in linea con il sistema italiano, altre però sostengono sia lacunoso.
    Quindi vi chiedo: oltre alla disponibilità degli insegnanti a fornire tutte le informazioni del caso, quali possonno essere secondo voi i parametri che dovrei valutare per essere sicura, non della validità in se per se dell’IB programme, quanto piuttosto della validità della scuola (e in primis chiedo: il cv degli insegnanti dei vostri figli sono messi a disposizione?)

    Grazie
    Valentina

    1. Valentina, ti poni due domande: la qualità dell’istruzione della scuola specifica (non hai chiarito se ha una sua identità, ad esempio americana o inglese o altro) e come l’istruzione di una scuola internazionale si pone rispetto a quella italiana.

      Per la prima domanda, data la scarsezza di informazioni sulla tua scuola, bisogna dire che un criterio generale che vale per la high school non vale per la elementary. In generale, io guarderei i programmi extracurriculari. In particolare, la qualità e il numero di club e attività extra come Music, Art, Sports, Adventure, Science fairs, Math games etc. Se ci sono e sono vivaci allora è un segno che vi è una certa armonia nella scuola. Guardare i cv può essere inutile se non per sincerarsi che siano rispettati livelli minimi di qualità (questo potrebbe essere importante per le scuole appena nate). Ad esempio, in una scuola inglese gli insegnanti devono avere oltre a un B.A. anche una credenziale postlaurea abilitante all’insegnamento. Negli USa sta diventando sempre più frequente il PhD per le classi HS. Onestamente, non credo faccia molta differenza se uno ha un PhD a Stanford o un PGCE di Swansea. Altro criterio, può essere quello dei risultati nei test IB alla fine di tutto il ciclo (come si posizionano i diplomati rispetto alla media di scuole analoghe per caratteristiche socio-economiche dei genitori?). Attenzione qui a non accontentarsi del risultato “è sopra la media”. Altro criterio è il placement. Se negli ultimi 5 anni vi è o meno un numero non micragnoso di diplomati che viene accettato a Oxbridge (se di origine inglese) o in una Ivy league (se americana) allora, anche se non si aspira a tanto per i propri figli, questo può essere interpretato come un indizio di rigore e reputazione accademica.

      Per quanto riguarda il confronto con l’istruzione italiana, qui vi è un doppio problema per il genitore. Il primo è che i genitori italiani hanno sperimentato in gioventù (salvo non siano dei ventenni) una scuola sostanzialmente diversa da quella di oggi. I programmi e i metodi delle scuole primarie italiane oggi sono cambiati e quasi divenuti irriconoscibili(per le superiori siamo fermi agli anni Venti, ma è un’altra storia). In ogni caso, se confrontiamo il programma italiano con il programma inglese o americano (o IB), ci accorgiamo che i programmi italiani sono molto ambiziosi. Talmente ambiziosi da essere irrealistici e di fatto ignorati nella pratica (non vengono mai finiti!). Oltre ai programmi si possono confrontare i libri. In quelli italiani ci sono più cose. Nella pratica gli italiani rimangono sconcertati perché gli inglesi non controllano l’ortografia fino ai 10 anni, oppure perché non insegnano tutta la storia dei romani (nonostante che il primo vero libro di storia sui romani sia stato scritto da un inglese lo stesso anno della Dichiarazione di indipendenza e della pubblicazione di Una Indagine sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni). L’inglese è una lingua molto più difficile da scrivere rispetto all’italiano, pertanto l’apprendimento è più lento, e quindi gli insegnanti hanno più pazienza sull’ortografia. Ciò però non deve disperare, perché i ragazzini delle scuole inglesi sanno imbastire già un tema argomentando logicamente, oppure descrivendo una storia in modo più vivo senza ricorrere alle case sgarrupate. Nei trivia di storia sui romani, gli italiani vincono a mani basse, ma se si allarga a Gandhi e Nelson Mandela, ho il timore che ragazzini delle elementari inglesi battano i ns liceali (ho assistito a una scena del genere, ma il campione non è rappresentativo).

      Sulla matematica. Regola generale: un ragazzino di 10 anni può fare in due mesi tutto il programma di scuola elementare partendo da zero. Detto questo, all’apparenza la matematica sembra più facile nelle scuole elementari inglesi. In realtà si cerca di evitare di instillare un senso di inadeguatezza quando si è troppo giovani e immaturi e ci si limita a fornire strumenti utili e pratici e non a preparare dei futuri matematici. Dopo di che, a quattordici anni, ognuno andrà a una velocità diversa e a 16 anni vi sono ragazzini che hanno completato tutto il programma dello scientifico e sono pronti a fare algebra matriciale, equazioni differenziali parziali etc.

      Scienze. Qui le differenze si notano già dalle elementari. Il metodo scientifico e la verifica delle ipotesi (con impliciti riferimenti al principio di falsificabilità di Popper) inizia da subito, così come il ragionamento statistico, il campionamento, i fair test etc. Ciò porta, per fare un esempio, a corsi molto avanzati all’High School. AP Biology (che è biologia avanzata nelle High School americane ma inferiore a IB Biology higher level) è un corso superiore per profondità ed estensione al corso di biologia del primo anno che si insegna nelle università italiane.

      In conclusione, si parte lenti e con metodi diversi per una buona ragione. Ciò può generare qualche dubbio nelle mamme e papà italiani abituati a quando si recitavano poesie kilometriche. Poi con il progredire nella carriera scolastica si accelerà in modo esponenziale, anche se differenziato, e le differenze diventano evidenti anche ai più distratti. I ragazzi delle scuole internazionali continueranno a non eccellere nei trivia sulla storia italiana antica (generando disperazione e smarrimento nei ns cantori dell’identità italiana ed europea), ma già con il XX secolo saranno molto più knowledgeable sul ventennio e su Mussolini rispetto ai nostri, che la seconda guerra la fanno al più in affanno, e sugli eventi della guerra fredda e post-, che da noi sono ignorati.

      Naturalmente tutto ciò vale in media e fino a evidenze contrarie.

  9. Buongiorno Francesco S.,

    la disturbo perché avrei piacere di qualche informazione in più, se possibile, sulla scuola internazionale di Venezia;sto infatti valutando un’iscrizione lì per mio figlio x il prossimo anno, all’ultimo anno di materna (reception).

    Vorrei sapere dopo quanto tempo i bambini diventano bilingui (ho letto altrove che questa estate siete andati a Londra e non avevano problemi con la lingua, quindi immagino entro i 10 anni, però non so) e se la scuola,diciamo dalle elementari in poi, consente ai bambini di fare attività extra-scolastiche (uno sport e uno strumento musicale) oppure se è talmente impegnativa da lasciare di fatto poco spazio all’extra.Mi interessa capire il grado di complessità e difficoltà del percorso scolastico, intendo dal punto di vista dei bambini, non tanto cosa la scuola in sé offra come attività.Grazie.

    1. Annachiara, intanto buongiorno! Mi permetto di darti del tu perché spero di incontrarti presto alla ISVenice, ove, se non ho inteso male, vorresti iscrivere il tuo giovanotto. In proposito, autorizzo fin da ora la webmaster a fornirti il mio recapito, dato che potremmo essere vicini di casa, e se ne hai l’esigenza posso anche incontrarti di persona, per darti tutte le informazioni che ti potrebbero servire. Intanto, cerco nell’ordine di rispondere ai punti che sollevi nel tuo post.
      Primo, se hai letto l’articolo saprai che la Reception corrisponde cronologicamente nel sistema italiano all’ultimo anno di scuola dell’infanzia, ma nel sistema inglese seguito dalla nostra scuola internazionale è il primo anno della Primary, e quanto a contenuti comincia già ad essere più strutturato: ti confermo che è un anno importante, perché è lì che si cominciano a vedere i risultati, soprattutto in termini di lettura. Ciò posto, dire dopo quanto tempo i bambini diventano bilingui è difficile. Una risposta rigorosa potrebbe, per quanto ne so, venire solo da un neuropsichiatra; ti posso però citare la mia esperienza, che ho raccontato anche altrove nel sito, e ti riassumo: il mio giovanotto tre anni fa, ovvero quando stava per compiere sei anni (lui è nato a marzo) e stava frequentando il secondo anno di Primary, a Londra partecipò ad una giornata di giochi -i giochi di Half Term, ovvero delle vacanze di febbraio- presso un grande magazzino di Londra, e fu scambiato per un bimbo locale da una delle animatrici, che, per come si muoveva, mi pareva fosse una maestra, e comunque una persona qualificata. Credo che ciò valga, con buona approssimazione, a definirlo bilingue, beninteso con il vocabolario di un bimbo di quell’età, e infatti, incominciando da quell’estate in poi, al day camp a Londra, pensato per i ragazzini locali, e quindi in un contesto che nulla ha a che vedere con la classica “vacanza studio”, sia lui che la sua gemella se la sono cavata alla perfezione. Tieni poi presente che la loro conoscenza della lingua, tutta acquisita a scuola, perché noi siamo italiani, senza mezzi termini sta a quella di chi l’abbia imparata da adulto come un jet sta ad un biplano, soprattutto per la listening comprehension: per farti solo un esempio, quando a Londra li porto a vedere i musical, me ne accorgo, eccome, nel senso che loro capiscono parola per parola là dove io capisco solo il senso complessivo del discorso.
      La scuola attualmente, quanto ad attività extra, offre il drama club e il corso di pianoforte per tutti gli allievi della Primary; per quelli della quinta, poi c’è il corso di spagnolo, propedeutico a quanto si farà alle medie, e il prof è davvero bravo: è riuscito a far passare a me in rapida successione il DELE A1 e il DELE A2, diplomi ufficiali che alle medie si possono pure conseguire, con un ulteriore corso integrativo.
      Infine, l’impegno richiesto per il corso scolastico, obiettivamente, non è nulla di trascendentale. E’ sufficiente accettare che i compiti, soprattutto di italiano, vanno fatti, e così gli esercizi di spelling. In concreto, per lo spelling fino alla terza compresa bisogna esercitarsi settimana per settimana con le parole: indicativamente, si parte con cinque alla volta, per arrivare al massimo ad una ventina. Per i compiti di inglese e italiano, bisogna dedicarci il sabato mattina, e qualcosa giorno per giorno, diciamo a partire dalla terza. I miei giovani non ne soffrono, sta però di fatto che noi, per scelta, conteniamo le attività extra ad una sola, un giorno alla settimana. Per chi invece ha tutti i pomeriggi occupati con sport o altro (e non sono pochissimi) la fatica è maggiore, ma vedo che riescono comunque a seguire bene. Per qualsiasi altra cosa, chiedimi pure!

      1. Ciao Francesco, grazie molte per la dettagliata spiegazione, davvero utile!

        Quindi capisco che per l’inglese non ci sono problemi anche per bimbi di famiglie tutte italiane, nel senso che la giornata a scuola è più che sufficiente per apprendere bene la lingua (mi par di capire che voi non abbiate dovuto integrare con baby-sitter inglesi o altro, a parte la settimana annuale estiva al camp di Londra).Se è così, ottima notizia per me!!

        Per le attività extra, non che io voglia occupare tutti i 5 pomeriggi, per carità, già la scuola finisce alle 16, i bambini sono stanchi.Però una sola cosa un pomeriggio forse per me sarebbe un po’ pochino (il mio bimbo è molto “agitato” di suo e un paio di pomeriggi,almeno un’oretta di sport, gli sono quasi vitali.E uno strumento musicale, qualcosa di più delle 7 note e lo strimpellare tanti auguri, per me è molto importante perché formativo, sviluppa la pazienza e la costanza, oltre che la capacità di fare mentalmente più cose in contemporanea – leggere la mano dx, la sin, il pedale, e suonare, x il pianoforte ad esempio).

        Voi avere limitato ad un pomeriggio per motivi altri dalla scuola o perché già lo stare tutto il giorno in un ambiente in cui si parla un’altra lingua li stanca mentalmente a sufficienza per cui non è il caso di aggiungere altre attività?

        Scusa le domande ma per me è molto importante capire come si svolge la routine dei bimbi in una scuola non-italiana, perché ho solo questo modello come riferimento è non mi è facile fare previsioni, anche dal punto organizzativo-famigliare.

        Grazie.

        1. Ciao Annachiara, per l’inglese ti confermo che integrazioni non né servono, e del resto con la scuola in lingua si soddisfa il requisito del 30% del tempo di veglia dedicato alla seconda lingua, necessario secondo la letteratura a sostenere un bilinguismo effettivo.
          La scelta di limitare le attività è nostra, in primo luogo dei diretti interessati, che vogliono avere anche tempo per giocare e divertirsi in modo non strutturato. Io la rispetto: a suo tempo, mi mandarono di autorità a fare basket, col risultato che passarono venti anni di calendario prima che rientrati di mia volontà in una palestra, e pensa che ora la frequento regolarmente.
          Sottolineo però che in queste cose ognuno fa storia a sé : tu conosci il tuo bimbo, e sai cosa lo fa felice.
          In tal senso, la routine dei nostri giovani è presto detta :escono alle 16, se è bel tempo, gioco al parchetto , o passeggiata fino a casa, spesso con gelato. Poi compiti, gioco o cartoni via web (non possediamo la televisione), rancio e a nanna fra le 8.30 e le 9; il venerdì, in stile inglese, ci permettiamo, quando possibile, un happy hour tutti insieme; sabato mattina compiti e poi … conforme: qualcosa ci inventiamo sempre. Ma a questo punto, perché non vieni a conoscerci?

          1. Ciao Francesco,
            grazie, mi sembra tutto molto organico e ben strutturato. Ne stiamo ancora discutendo in famiglia, sopratutto perché l’impegno economico sarebbe per noi importante, ma se decideremo di “buttarci” nell’avventura non mancherò certamente di venite a presentarmi.Grazie ancora e buon proseguimento di percorso.

  10. Buongiorno, la nostra bimba inizierà la scuola materna a settembre 2017 e sta frequentando un asilo nido italiano. In famiglia parliamo entrambi italiano quindi siamo sempre stati indirizzati verso una scuola Internazionale (inglese o americana) che permettesse alla bambina di diventare bilingue nonostante vivesse in un contesto 100% italiano. La nostra idea era farLe frequentare una scuola internazionale dalla scuola materna fino al grade 8 poi passare ad un liceo italiano ritenendo che il programma svolto di lingua italiana ( preparazione alla licenza elementare e media) fosse sufficiente per poter poi frequentare un liceo italiano. Con il passare del tempo però sempre più persone ci instillano il classico dubbio” E l’Italiano ?” e che nostra figlia non riesca a frequentare un liceo italiano. Sopraffatti da questo dubbio abbiamo iniziato a considerare anche la scuola bilingue ed abbiamo visitato la Mary Mount Bilingue di Roma che, a quanto ci hanno detto, permetterebbe un percorso bilanciato su entrambe le lingue quindi la bambina , finita la terza media, sarebbe bilingue e non avrebbe problemi sia a frequentare una scuola italiana sia ad accedere ad una scuola internazionale (cosa che però non ci interessa per quanto concerne la scuola superiore). Per completezza di informazione voglio anche dire che siamo fortemente orientati sulla Saint Francis di Roma ma la visita alla Mary Mount Bilingue ci ha destabilizzato in quanto la scuola ci è piaciuta (unico neo il considerevole impegno scolastico previsto in termini di ora trascorse a scuola e di compiti assegnati a casa) nonostante le lunghe liste di attesa ed i dubbi che la bambina diventi bilingue. Dato che la decisione finale la dovremo prendere a fine gennaio gradirei conoscere l’esperienza sia di Elisabetta che ha avuto entrambe le figlie alla Mary Mount sia di qualche genitore che abbia avuto le figlie alla Saint Francis di Roma od altra scuola internazionale fino al grade 8 e poi abbia scelto un liceo italiano. In buona sostanza ciò che ci chiediamo è: ha un senso fare un percorso internazionale fino al grade 8 poi frequentare un liceo italiano? Si suppone che nostra figlia, dopo aver frequentato dalla scuola materna al grade 8 una scuola internazionale, conosca bene la lingua inglese ma sarà in grado di affrontare un liceo italiano? Grazie e scusate per il lungo post

    1. Ciao Adriana, condivido le altre risposte che ti sono state date ma cerco di risponderti più direttamente sulle scuole che hai menzionato. Ci sono scuole internazionali dove l’italiano non è troppo trascurato. Tanto per dirne una, la Core, che ha solo nursery e primary, sforna in genere ragazzini che poi fanno la scuola media italiana senza grandi problemi. Ogni scuola fa storia a se e non so dirti Saint Franncis come sia a questo riguardo. Tra l’altro alcune scuole internazionali sono anche riconosciute nel senso che al termine del ciclo di studi non devi fare l’esame da privatista per rientrare nella scuola pubblica italiana, mentre altre non lo sono. Suggerirei, quindi, di informarti di questi aspetti. Non avendo la Saint Francis le superiori – e dunque nessun interesse a “venderti” un servizio di istruzione per la scuola superiore – queste domande non dovrebbero metterti in cattiva luce nel processo di ammissione. Il Marymount è un buon compromesso ma occorre sapere a cosa vai incontro. Se il programma è bilingue non lo è il contesto, dunque non è sufficiente a bilanciare due lingue e due culture. Noi in casa abbiamo aggiunto molti altri stimoli, sia linguistici che culturali: soggiorni all’estero in famiglia, summer camp da soli (la figlia maggiore, ad esempio, è stata in Canada da sola per due settimane quando aveva solo 9 anni e mezzo..), ragazze alla pari, e, prima, nursery rhymes, tanti libri in inglese e via dicendo.
      Se poi dovessi dirti cosa farei io al posto tuo non avrei dubbi: Saint Francis certamente per la scuola dell’infanzia e la primaria, poi, se proprio vuoi rientrare nella scuola italiana, Marymount alla scuola media e Liceo rigorosamente pubblico. A quel punto tua figlia avrebbe una panoramica di tre mondi molto diversi tra di loro.

      1. Grazie Elisabetta per i tuoi sempre utilissimi consigli. Hai per caso qualche feedback relativo alla St Francis? Io ho cercato un pò dappertuto online ed offline opinioni su questa scuola ma non riesco a trovare nessuno che abbia o abbia avuto figli che la frequentano

        1. Una lontana parente di mio marito ci fece la scuola primaria, ma la ragazza ha finito l’università, sono passati troppi anni. Posso solo affermare che sa l’inglese, ma è veramente troppo poco e troppo lontano nel tempo per dare un giudizio…

  11. Esperienza di amici e in generale di ex studenti della scuola internazionale di mio figlio, nessun problema in italiano ( anzi). Chi è passato nei vari licei italiani non ha avuto nessun problema in italiano , forse più problemi con l’inglese visto che spesso lo parlavano meglio dei loro prof. Certo sconsiglierei di fare linternational magari IB per poi passare in una scuola che dura un anno in più e che ha un sistema completamente diverso.

    1. Grazie per avere condiviso la tua esperienza. Che cosa intendi quando dici “sconsiglierei l’International?” Ti riferisci a continuare il percorso internazionale anche per l’High School?

  12. Buongiorno Adriana, permettimi un civile dissenso. Non ritengo produttiva la scelta di frequentare una scuola in lingua inglese fino, sostanzialmente, alla terza media per poi passare a un liceo italiano, e in prospettiva ad un’universita’ italiana.
    In miei precedenti interventi, che, se tu non avessi di meglio da fare, potrai rintracciare, ho argomentato il punto fino a stufare, ma in sintesi si puo’ dire questo.
    Il muscolo non esercitato si perde: se si vive, come tu dici, in un contesto di sola lingua italiana, l’inglese acquisito con tanto impegno e tanta spesa si perde nel giro di un anno. Inoltre, la qualita’ dei licei italiani, con tutto il loro latino che apre la mente, e’ assai modesta, almeno rapportandosi a una scala internazionale. Con una maturita’ italiana, a meno di non essere in sostanza autodidatti, ad un’universita’ straniera di prestigio non si accede. Resta l’universita’ italiana. Purtroppo, per trovarne una nella classifica mondiale QS bisogna scendere al 180 posto.
    A questo punto, provocatoriamente, mi chiedo: a che serve una scuola internazionale? Meglio restare da subito nel sistema italiano, visto che e’ quello che ci connotera’ in termini di esito finale.

    1. Buonasera Francesco, sono d’accordo con te che la lingua, come un muscolo, se non esercitata la si perde con estrema facilità quindi , qualora optassimo per un liceo italiano dopo una scuola internazionale (ovviamente sarà una decisione da riconsiderare in itinere, alla luce delle attitudini e dei risultatti scolastici di mia figlia), sono perfettamente consapevole che dovrei integrare il liceo italiano con lezioni/attività in lingua inglese alfine di non farle perdere il livello di inglese che ha acquisito. Ciò che ho scritto nel post è una nostra idea ad oggi che mia figlia non ha ancora compiuto 3 anni ma nulla toglie che, valutando le sue attitudini, possiamo prendere in considerazione di continuare le superiori in una scuola internazionale. Nonostante io non abbia esperienza con altri figli, ritengo che l’educazione di un figlio/a sia un processo in fieri dove le variabili sono tante e che non si possa dare nulla per scontato. Grazie ancora per il tuo aiuto!

  13. Salve a tutti, innanzitutto grazie per quanto avete scritto, è una sorgente di rispessioni e di informazioni ineguagliabile.
    Gentile Francesco, ti scrivo per chiederti un consiglio su quanto sta per accadere ai miei bimbi.
    Dovrò trasferirmiper lavoro per 3 anni negli USA, dove i miei figli dovrebbero frequentare una scuola pubblica o internazionale, il grande dalla seconda media al primo anno di scuola superiore, la piccola i 3 anni di scuola media.
    Al nostro rientro in Italia i bimbi dovranno sostenere degli esami di ammissione alle classi che gli competerebbero (secondo e primo superiore)?
    Hai qualche suggerimento sulla scelta della scuola pubblica o internazionale in USA?
    Abbiamo sentito parlare di International Baccalaureate, cosa è?
    Grazie in anticipo per l’aiuto

  14. Ciao Stefano, intanto grazie per la fiducia! In poche parole – sempreche’ i tuoi figlioli parlino inglese, diciamo a un livello B2 del QCER- la scelta giusta e’ proprio l’Ιnternational Baccalaureate programme, su cui troverai amplissime informazioni proprio su questo sito. Da subito ti dico che e’ un corso di studi il cui diploma finale di maturita’ e’ riconosciuto automaticamente in Italia, mentre di regola non lo sono i titoli USA, copre tutta l’istruzione pre laurea, ovvero dalla primaria alla maturita’ ed e’ nato proprio per l’istruzione dei figli di famiglie itineranti, un tempo quasi solo quelle dei diplomatici, oggi molto piu’ numerose. Vedrai che, se ritornerete in Italia, i tuoi figlioli vorranno proseguire anche qui quel tipo di scuola, il cui diploma, in linea di principio, e’ riconosciuto in tutto il mondo al pari dei titoli nazionali per accedere all’universita’. Se ti servisse altro, sono qui!

  15. Gentile Francesco Spisani, sto leggendo con molto interesse i tuoi post e vedo che li scrivi da tanto tempo… Che classe frequentano oggi i tuoi “giovani”? Io vorrei inserire il mio cucciolo alle isvenice a settembre (lui ha frequentato una scuola materna bilingue a Mirano che la direttrice didattica della scuola mi ha confermato conoscere positivamente)… ho tanti dubbi… anche perché io inserirei il mio cucciolo in seconda (la prima elementare per vari motivi l’ha fatta in una scuola italiana). Avrei tante domande specifiche sull’ISVENICE e mi dispiace rubare tempo qui, quindi mi scuso con gli altri.
    Sei sempre contento della preparazione dei tuoi bimbi dopo un bel po’ di anni?
    Hanno già fatto l’esame di quinta elementare? dedicano qualche ora in più per supportarli nelle prove in italiano in vista di questo esame?
    E matematica tutto ok?
    Come è il giro degli insegnanti? si cambia spesso insegnate? E’ comunque garantita continuità?
    Grazie in anticipo

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