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Istruzioni semiserie per giovani studiosi: ovvero cosa studierei se avessi 19 anni

educazioneglobale cosastudiareL’idea per questo post mi è nata quando mi hanno presentato il figlio di alcuni conoscenti. Bravissimo studente liceale, il suo nome era finito sui quotidiani in quanto più bravo non solo della sua classe, ma di tutta la scuola. Così, parlandoci quasi per caso, ho finito per porgli la fatidica domanda.

Ora, la domanda “cosa vuoi fare dopo?” è abbastanza odiata dai diciotto-diciannovenni…e non a torto. Pochi a quella età hanno le idee chiare su cosa vogliono o possono fare della loro vita ed, anzi, la maggior parte continua a non averne per anni. Io, a quella età, odiavo gli adulti che me la rivolgevano, perché la verità è che non avevo una risposta concreta. Insomma: sogni, molti; progetti, nessuno. Anzi, la verità è che, per me come per molti altri, la risposta sarebbe dovuta essere: “ditemi prima quali sono tutte le opzioni e quali sono le conseguenze di quelle opzioni e magari, poi, posso scegliere”.

Il/la diciottenne vorrebbe conoscere – in quei frangenti, quando degli adulti ficcanaso gli chiedono cosa intende fare – il legame di causa ed effetto tra le diverse opzioni. Se imbocca la tal strada dove finisce? Se prende quel corso di laurea o studia quella materia che cosa può farci dopo? Il giovane adulto (maschio o femmina che sia) vorrebbe sapere come si raccorda il futuro che magari sogna (quello, per intenderci, in cui fa l’astronauta o la scrittrice) con ciò che è materialmente fattibile nella vita reale, specie in tempi di crisi.

educazioneglobale pencilsInsomma: l’incertezza è molta ed è tanto più complicato avere certezze nel quadro attuale, con una disoccupazione giovanile che forse non ha precedenti nell’Italia moderna. Per tutti questi motivi, appena ho sentito me stessa domandare al malcapitato “cosa intendi fare dopo?” mi sono un po’ pentita. Avrei preferito chiedergli “cosa ti piace fare? Suonare la chitarra? Giocare a pallavolo? Capire cosa c’è dietro un app del tuo telefono? Leggere un romanzo? Fare un corso di scrittura creativa?

La verità è che non l’ho fatto, gli ho posto la domanda banale che tutti rivolgono ai giovani, forse perché sembrava un tipo molto ma molto sicuro del fatto suo. Ed, infatti, mi ha risposto con grande sicurezza. Ma la risposta è stata – diciamo – non esaltante, almeno rispetto alle premesse. Fino a quel momento, infatti, mentre spiegava che a lui piacevano tutte le materie, che riusciva bene sia in greco che in fisica, che no, non studiava come un pazzo, che si, gli piaceva studiare, che si, aveva un buon metodo di studio e stava molto attento in classe, che si, faceva anche sport ma aveva lasciato l’agonismo perché lo trovava noioso, insomma, fino a quel momento stavo pensando che queste capacità gli consentivano di avere un ventaglio di scelte molto ma molto ampio. Per cui, quando alla domanda “cosa vuoi fare dopo?” mi ha risposto tutto d’un fiato “Giurisprudenza, voglio fare l’avvocato”, ecco, io non sono riuscita a nascondere una certa… delusione.

“Eccone un altro”, ho pensato. Non ne abbiamo abbastanza di avvocati? E di persone con il titolo di avvocato che, di fatto, non fanno i liberi professionisti ma i dipendenti per due soldi in grandi studi? E di persone con il titolo di avvocato che non esercitano? Intendiamoci, il problema non è l’avvocato, è che da un tale punto di partenza mi aspettavo, che so, che volesse studiare cinese, fisica delle particelle o sanscrito: insomma, qualcosa per pochi e motivati.

Dal che ho cominciato a chiedermi cosa sarebbe interessante studiare se uno avesse 18/19 anni e se, come il ragazzo in questione, non avesse particolari difficoltà con questa o quella materia.

Preciso che, con possibile danno per chi mi dovesse leggere, non sono affatto titolata per fornire le risposte che seguono; insomma, non ho compiuto studi tali da rendermi l’ideale consulente per l’orientamento universitario. E’ per questo che ho intitolato queste istruzioni come “semiserie”. Ciò che segue è, tuttalpiù, materia di discussione, per chi sarà così paziente da leggere fino in fondo.

Insomma, cosa farei oggi se avessi l’età di quel ragazzo? Se ne avessi, beninteso, anche la preparazione, l’intelligenza e la volontà (ma sono convinta che la terza è più importante delle altre due come evidenziano recenti studi di psicologia comportamentale: si veda per tutti How Children Succeed: Grit, Curiosity, and the Hidden Power of Character di Paul Tough).

Insomma, ecco cosa farei se avessi 18/19 anni e in me il germe di ogni qualità possibile (…o quasi).

La prima cosa è mettersi in condizione di conoscere – e veramente bene – l’inglese. Non per la lingua in sé, ma per accedere a tutta la conoscenza e l’innovazione che è prodotta al mondo in questa lingua. Per far questo, valgono più due o tre mesi di lavoro o di studio all’estero che mille corsi di lingua. A due condizioni, però:

1. NON andare a fare il cameriere al Londra (sarà un’impressione mia ma sono già tutti italiani, sarebbe una esperienza poco formativa..dovendo proprio fare il cameriere, meglio puntare su città minori).
2. Se si va a studiare qualcosa, NON scegliere un corso di inglese (perchè saranno tutti stranieri!). Meglio studiare informatica, economia, letteratura inglese o psicologia o qualsiasi altra cosa in inglese.

Fin qui per quanto riguarda il cosa NON fare. Ma cosa fare? Ecco, di seguito, i campi, i settori, le questioni o le materie che, a mio inqualificato parere, sarebbe molto interessante studiare ora.

educazioneglobale Brain PowerNEUROSCIENZE Negli ultimi anni lo studio del cervello ha fatto balzi in avanti notevoli. Lo sviluppo della risonanza magnetica funzionale (fMRI) che consente di ottenere delle immagini dell’attività cerebrale in vivo e in maniera non invasiva, ha fatto da propulsore a questi studi. In centinaia di laboratori in tutto il mondo si studia il cervello (e non serve andare all’estero: uno di questi è a Trieste).

Io, poi, fossi una giovane studiosa o un giovane studioso, mi interesserei, in particolare, di NEUROLINGUISTICA, materia che trovo affascinante, essendo interessata al bilinguismo.

educazioneglobale il cervelloChi trovasse questa conferenza TED appassionante è pronto/a per studiare questa materia. A proposito, ecco perché serve sapere l’inglese…per ascoltare le conferenze TED!

Se il tema “cervello” interessa (e dovrebbe interessare, visto che tutti ne abbiamo uno!), per iniziare c’è un bellissimo paper, scritto appunto dai ricercatori di Trieste (le foto che vedete, invece, le ho scattate alla Mostra “Brain” che si è tenuta a Milano).

educazioneglobale code is poetry2PROGRAMMAZIONE INFORMATICA La programmazione informatica ai suoi albori era veramente roba da cervelli matematici. Oggi sono richieste minori doti tecnico-matematiche ma maggiore fantasia e creatività.  Alcuni linguaggi sono più semplici di ieri e per chi deve creare software è più facile arrivare alla parte divertente della questione, ossia a svolgere un lavoro creativo. La tecnologia è una lingua. Ha regole e grammatica e ti permette di esprimerti creativamente. Gli ignoranti del 21° secolo saranno coloro che non sapranno imparare usando la tecnologia. A scrivere un programma per tablet o telefono si può iniziare.…anche da bambini, ne ho anche scritto qui e qui.

BIG DATA Studiare statistica e lavorare nel campo dei big data. Nella società attuale è diventato facile raccogliere l’informazione, archiviarla, elaborarla e diffonderla. La statistica è la scienza che si occupa di trasformare dati e informazioni in conoscenze, previsioni e ipotesi di decisione; in definitiva, in soluzioni pratiche per problemi concreti. L’informatica consente la raccolta di immensi set di dati (pensiamo alle informazioni che servono per creare un APP per il telefonino).

Inoltre, un campo per chi se la cava con i numeri – e riesce a soffiarci un po’ di vita dentro – è la DEMOGRAFIA. L’invecchiamento della popolazione è il problema del presente e del futuro, in quasi tutto il mondo sviluppato. Io trovo la demografia di grande fascino: non mi perdo un articolo di Massimo Livi Bacci, forse perché è anche uno straordinario divulgatore.

NANOTECNOLOGIE Il mondo dell’infintamente piccolo si sta sviluppando per le sue numerose applicazioni in campo tecnologico e medico. Ne so poco, ma questa lezione può essere una introduzione utile

educazioneglobale roses8AMBIENTE ED ECOLOGIA Studiare i problemi connessi allo smaltimento dei rifiuti e alla tutela dell’ambiente. Per biologi e chimici ma anche ingegneri ed altri professionisti e tecnici, il settore della Green Economy si fa interessante, almeno per la parte riguardante la ricerca scientifica. Inventeranno un batterio che si nutre di plastica o un sistema per smaltire la CO2?  Chissà!

BIOINGEGNERIA Studiare le connessioni tra ingegneria meccanica e medicina, ma forse la materia si chiama più o meno bioingegneria, non ne sono neanche sicura, ma ho letto che si stanno sperimentando le prime protesi capace di rispondere a impulsi cerebrali, tra cui, la prima mano bionica, insomma, una mano artificiale che sente ciò che tocca, in grado di calibrare la forza per una carezza e trasmettere al cervello la sensazione tattile corrispondente (ed è stata pure innestata in Italia).

STAMPANTI 3D La stampa 3D è ancora una novità, ma il suo impatto sulla produzione potrebbe modificare in modo radicale la produzione industriale. Alcuni la chiamano addirittura la Terza Rivoluzione IndustrialeA me pare un pò enfatico e non so dire quale sarà la domanda di prodotti in tre dimensioni stampati su richiesta ma immagino che, all’inizio, saranno in pochi a capire come funzionano. Insomma, forse sta nascendo un campo di studio e di lavoro per ingegneri, ma anche per tecnici specializzati per utilizzare, manutenere e programmare le stampanti 3D.  Amici medici mi dicono che uno dei settori sui quali la stampa 3D potrebbe avere più impatto sarà quello sanitario, per generare impianti ossei personalizzati per i pazienti.

Non vorrei fare troppo la futurologa ma pare che, così come nasceranno nuovi settori, molti mestieri spariranno. In fondo già ci sono mestieri che non esistevano 10 anni fa (come il responsabile dei social media, ad esempio).

tabletUna ricerca svolta ad Oxford e riportata dall’Mit Technology Review nei prossimi vent’anni verrà automatizzato il 45 per cento dei lavori esistenti negli Stati Uniti, cominciando da trasporti, logistica e amministrazione. Ecco: l’estinzione di alcuni mestieri “manuali” o “esecutivi” è una bella fregatura per i genitori perché, quando i figli non studiano, non puoi neanche più minacciarli dicendo: “se continui così potrai fare solo il camionista o la cassiera!”.

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Comments

  1. confermo che fare il cameriere a Londra non funziona. Io quando avevo 23 anni sono stata due mesi a Londra a fare la cameriera. Mi sono divertita molto ma non ho imparato nulla!!

  2. Indubbiamente l’inglese oggi è indispensabile,qualunque tipo di studi si decida di intraprendere.

    Personalmente, rimpiango di non aver fatto una lunga esperienza all’estero, mi sono lasciata forse un po’ condizionare in questo.

    Tornando al tema principale del post, credo proprio che orientarsi nel settore delle nuove tecnologie sia un’ottima idea. Idem nel settore ambientale/ecologico. Ma sempre tenendo presente che il mondo non finisce nella propria città.

  3. Mia figlia è in 5 liceo (linguistico internazionale a Torino) e da mesi sta valutando la scelta universitaria che possa consentirle di candidarsi per il lavoro che desidererebbe svolgere nella vita.
    Partiamo proprio da questo: da sempre le piacerebbe occuparsi di pubbliche relazioni e/o marketing a livello internazionale all’ interno di un’azienda, possibilmente nell’ ambito della moda e del lusso.
    Ad oggi in Italia avrebbe individuato un corso interessante proposto dalla Bocconi, un corso di Economics and Management for Art, Culture and Communication. Ha fatto il test di selezione generale in Bocconi a febbraio e purtroppo non è stata ammessa (una sola classe attivata per questo corso con 100 studenti di cui almeno il 50% dei posti riservata a studenti internazionali). E questo l’ ha parecchio demotivata. E’ un po’ perplessa in quanto la matematica (che immagino sia alla base dell’economia) non è mai stato il suo punto di forza e la spaventa l’idea di intraprendere un percorso di tre anni fondamentalmente basato su di essa (e dunque formule, grafici, derivate…).
    Mi chiedo, da mamma che vorrebbe affiancarla nella scelta e supportarla concretamente, se sia meglio orientarsi verso una facoltà economica o una di relazioni internazionali, che implica delle materie economiche ma in quantità ridotta.
    Ma Relazioni Internazionali, almeno nell’ ateneo di Torino, è percepita un po’ come la “facoltà delle merendine” come dicono i rumors a proposito delle facoltà. E francamente non vorrei che lei si trovasse ad essere parcheggiata per tre anni perdendo quello smalto che da sempre invece l’ ha sempre contraddistinta.

    Ti chiedo qui un consiglio e qualche buona dritta per meglio orientarmi ed orientarla.
    Cosa ritieni possa essere più indicato per lei ?
    E Bocconi ha ancora quel suo perché e varrebbe ancora la pena investire in una scelta in questa università ? La risonanza è solo in Italia o è ancora spendibile e credibile all’ estero ?
    In alternativa quali sono le facoltà (e dove) in cui potremmo concentrare l’ attenzione ? In Italia o fuori.Mia figlia parla correntemente anche inglese e francese, e un corso di laurea in lingua inglese non la spaventa e magari potrebbe essere più ad ampio respiro, ad esempio. Anche se ci sarebbe necessità di poter accedere a borse di studio perché le rette sono molto impegnative …
    Grazie mille a chi potrà darmi qualche spunto,
    elena

    1. Sottoscrivo quanto scritto da Francesco. Aggiungo due o tre cose. In Italia, la Bocconi è ancora molto quotata per Economia; posso dirti che ai concorsi di Banca d’Italia per economisti quindici anni fa c’erano i laureati delle Università più svariate, ora solo Bocconiani. Beninteso hanno poi tutti un dottorato o un master all’estero, prevalentemente negli USA.
      Il marketing – come le pubbliche relazioni – sostanzialmente in Italia sono un po’fuffa, penso che molte persone che ci lavorano ad un livello basso non siano molto preparate nè guadagnino bene (o stabilmente).
      Sicuramente per essere più solidi servirebbe una conoscenza dei meccanismi aziendali che si acquisisce o studiando Economia e prendendo un indirizzo più aziendalistico e meno di Economia pura o studiando Ingegneria gestionale. La capacità di padroneggiare conoscenze quantitative è ormai un prerequisito per lavorare in una azienda.
      Le relazioni internazionali sono un’altra cosa e, alla fine, la massima espressione delle relazioni internazionali continua ad essere la carriera diplomatica.
      Io penso che, almeno per la laurea triennale, uno faccia meglio ad orientarsi verso una disciplina formativa, ossia che abbia una sua consistenza e tradizione, mentre per una specialistica questi percorsi combinati vanno benissimo. A Londra c’è una famosa Università per la moda e il design di cui non ricordo il nome ma è per i creativi e non per chi lavora di supporto ad essi, se non ricordo male

    2. Aggiungo un’altra considerazione. Prova a dire a tua figlia di guardare i corsi offerti dalle Università olandesi. Parte dal post che ho scritto sull’Olanda (lo trova nella sezione Università). Le Università olandesi sono spesso ben quotate a livello internazionale e meno costose di altre Università estere.

  4. Cara Elena, provo a risponderti, ma ti avviso che sono un Pierino, e quindi saro’ politicamente molto scorretto.
    Punto primo. Tua figlia e’ maggiorenne, o quasi, e vuole lavorare nelle pubbliche relazioni o nel marketing a livello internazionale. Come mai allora fa scrivere alla mamma? Il primo prodotto che deve promuovere e il primo vip per cui deve fare pubbliche relazioni e’… lei stessa, quindi parli col suo cliente, allo specchio, e cominci a darsi da fare per lui in prima persona.
    Cio’ posto, non consigliero’ soluzioni (questa o quella facolta’ in questo o quel paese), ma suggeriro’ un metodo per trovarle, con l’avvertenza che non si tratta della Verita’, ma della mia verita’, e forse di qualcosa di ancora meno, ovvero di quel che farei io.
    Punto secondo, va definito l’obiettivo. Nella (giusta) ottica di tua figlia l’universita’ non e’ un fine, e’ un mezzo, come una scatola di chiavi inglesi per svitare un bullone. E allora, per comprare le chiavi dobbiamo sapere esattamente che bullone dobbiamo svitare. Fuor di metafora, attraverso la lettura di siti e giornali specializzati,tua figlia individui esattamente le posizioni che vorrebbe ricoprire, non in generale, ma nello specifico. “Pubbliche relazioni” non va bene; “responsabile stampa presso la Alfa S.p.a.” va bene. Poi, ci metta la faccia. Contatti i suoi datori di lavoro ideali e chieda: – Come si arriva a lavorare qui? che studi ha fatto il vostro candidato ideale? quanto guadagna? puo’ far carriera?
    Non si limiti all’Italia, o peggio a Torino e provincia; trovera’ tanti buffoni, tante porte sbattute in faccia (e si fermera’ a pensare: se fanno cosi’ con uno studente, che soldi non ne viene a chiedere, cosa fanno a un candidato?), qualche marpione, ma si spera qualche persona seria da ascoltare.
    Poi, orienti la sua scelta universitaria di conseguenza, cercando pero’ di capire se chi ha di fronte dice il vero. Cioe’: chieda cosa fanno i laureati di quella facolta’ cinque anni dopo, e vada a controllare. Se ricoprono l’ambita posizione di vice sotto aiuto apprendista precario, o guadagnano cinquecento euro al mese a partita IVA… le stanno vendendo fumo.
    Un po’ di dati oggettivi (o meno soggettivi di altri).
    Per un datore di lavoro serio, inglese e francese fluenti vuol dire DELF e IELTS o Cambridge C1. Altre certificazioni, specie se di ateneo nostrano non contano.
    Le classifiche internazionali delle universita’ invece contano, eccome. Guardi dove si colloca la Bocconi e quanto costa e la paragoni ai competitors.
    Infine, per lavorare presso le istituzioni internazionali servono, come sopra, inglese e francese fluenti, piu’ qualche altra lingua come asset supplementare. Le sedicenti facolta’ di relazioni internazionali sono in queste lingue? e i docenti sono della relativa madrelingua? se la risposta e’ no, fermarsi a pensare.
    Se serve altro, sono qui!

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