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Scuola: a che serve l’analisi logica?

educazioneglobale analisilogicaA che serve l’analisi logica? Se lo chiedono migliaia di studenti e cominciano a chiederlo anche tanti genitori, che pure la studiavano con profitto. A giudicare dai forum di discussione degli insegnanti, se lo chiedono persino gli addetti ai lavori. Forse è solo al MIUR che non se lo chiede nessuno, per timore di smantellare insegnamenti tradizionali e sostituirli con chissà che cosa.

A metà anno scolastico la mia secondogenita ha scagliato il libro di analisi logica all’altro angolo della stanza e ha urlato “bastaaaa!”. Nell’arrabbiarmi con lei per la reazione (e per i danni riportati al volumetto lanciato per aria), non potevo non constatare che il famigerato e vetusto “Tantucci”, il libro celeste e blu di analisi logica usato da almeno tre generazioni di studenti, era venuto a noia anche a me.

C’è il fatto, incontrovertibile, che, alla secondogenita, l’analisi logica non entra proprio in mente; la ragazza è brillante – dicono – ma ha una “memoria di lavoro” breve. Sarà questo il problema? O è forse il senso d’inutilità ingenerato dall’esercizio dell’analisi logica in sé?

Vorrei chiarire subito – qualora queste riflessioni fossero lette da qualche insegnante in un particolare momento di malumore – che non ho conti in sospeso con la materia. Se sono ignorante, insomma, è un’ignoranza di ritorno: molto ricordo e altrettanto ho dimenticato, ma io in analisi logica andavo bene. Avevo imparato la ritualità delle domande (A chi? A che cosa?, Di chi, di che cosa?), i complementi di base (complemento di specificazione, complemento oggetto etc…), quelli che consideravo bizzarre variazioni di complementi già noti (come il complemento di argomento o quello di unione), i relativi casi in latino (accusativo, genitivo, l’onnipresente ablativo e così via). In realtà ero brava – lo capisco solo ora – per tre motivi. In primo luogo ero il classico genere di studentessa che aveva facilità con le parole e tale abilità si estendeva a tutte le materie che utilizzassero, appunto, solo parole; in secondo luogo, ero aiutata da un’ottima memoria; infine, non mettevo in discussione mai nulla di quanto mi veniva insegnato a scuola. In breve, studiavo bovinamente e con profitto qualsiasi concetto che mi fosse presentato sotto forma di “cultura” e che non implicasse segni matematici, soluzione di problemi complessi o logiche quantitative.

Dunque, se ce l’ho con l’analisi logica (e anche con quella grammaticale) non è per qualche conto in sospeso che ho con la materia in sé ma per il fatto che, sempre più, mi pare un esercizio fine a se stesso.

Ora, non dico che non serva un minimo (ripetete con me: un minimo!!) di consapevolezza grammaticale…forse un po’ di riflessione sulla lingua è effettivamente utile. Sapere cosa è un verbo o un aggettivo può renderci più consapevoli di come usiamo la lingua (o le lingue) che parliamo.  Ma studiare il “complemento di età” mi pare superfluo. Allora perché si insiste con tutta questa analisi logica? Alcuni affermano che serve genericamente per “esercitare la mente. Sono le stesse argomentazioni che si sono utilizzate per generazioni sullo studio del latino!! Come materia che “forma la mente” (mentre è scientificamente provato che è un’altra la materia che insegna a ragionare).

Qualcuno entra più in dettaglio e afferma, meccanicamente, che aiuta a sviluppare il “ragionamento logico”. La pretesa è quanto mai peregrina. Copio da una discussione trovata su Internet il parere di un docente: “A dispetto di quel ‘logica’ di logico nell’analisi logica c’è poco. Pretende di analizzare elementi logico-sintattici con un approccio semantico. Con uno strumento del genere, si capirà sempre ben poco della struttura di una lingua e del modo in cui le parti del discorso si legano tra loro”.

Il peso dato alla materia, in realtà, deriva dall’esigenza di far poi digerire lo studio del latino ed, in particolare, di somministrare agli studenti quella particolare forma di sadismo che è la traduzione dall’italiano al latino. Del mio stesso avviso sono anche alcuni docenti. Copio da un forum di discussione quanto scrive un insegnante: “il punto è che l‘analisi logica nasce come attività propedeutica allo studio di lingue flessive (direi soprattutto del latino) ….. Per studiare queste lingue (tedesco compreso), però basta uno zoccolo duro: soggetto, predicato verbale e nominale e poco altro”.

Oggi non si fa più latino alle medie – almeno non è obbligatorio farlo – dunque, esauritasi la finalità pratica della versione dall’italiano al latino, l’analisi logica rimane un elenco meccanico di complementi. Se l’analisi logica serve solo alla traduzione dall’italiano al latino e se non è neanche logica perché la si insegna?

Il senso d’inutilità mi pare lo stesso anche per l’analisi grammaticale o la ripetizione dei verbi a memoria. Qual’è il trapassato prossimo del verbo “baciare”? Non lo so, ma immagino di saperlo usare, non sbagliavo i verbi neanche da bambina. Ormai, non faccio più differenze: forse è un mio limite ma mi pare che nella scuola italiana domini una sorta di accanimento grammaticale.

Abbiamo detto che l’analisi logica è stata utilizzata da una lunga serie di generazioni di insegnanti per una finalità eminentemente pratica: la versione dall’italiano al latino; ma ha ugualmente preteso di essere una descrizione esauriente della lingua italiana. Serve forse per scrivere meglio in italiano? In realtà tutti i linguisti concordano sul fatto che l’insegnamento della grammatica e dell’analisi logica non servono per migliorare la capacità di esprimersi o di usare correttamente la lingua.

Temo che la scuola italiana abbia con la lingua italiana lo stesso problema che ha con le lingue straniere. Prendiamo queste ultime. Generazioni di studenti italiani hanno studiato inglese e poi un po’ di francese o spagnolo a scuola. Imparano i rudimenti grammaticali della lingua, a dire e chiedere che ore sono, com’è il tempo, cosa è il genitivo sassone o il subjonctif in francese. Poi vanno all’estero e hanno bisogno dell’interprete! E questo perché non imparano con un metodo comunicativo, per immersione (come si fa per la madrelingua e si dovrebbe fare con le lingue straniere), ma con un insegnamento grammaticale – traduttivo, fine a se stesso.

Si è applicato quindi alla lingua viva quello che serve per lo studio della lingua morta.

E lo stesso vale anche per l’italiano. Chi di voi prima di parlare o prima di scrivere pensa a quello che vuole dire e verifica se sia corretto dal punto di vista dell’analisi logica (o grammaticale o del periodo)? A parlare e a scrivere bene non s’impara sapendo cosa è il complemento di argomento!

Non lo dico solo io. In una intervista al quotidiano La Repubblica, Luca Serianni, storico della lingua e autore di saggi sull’insegnamento dell’italiano nelle scuole (L’ora d’italiano e Leggere scrivere argomentare, entrambi pubblicati da Laterza), diceva: “si insiste troppo sulla teoria grammaticale, specie nella scuola media e nel biennio. Talvolta si sfiora l’ossessione su nozioni di analisi logica del tutto inutili: è davvero fondamentale distinguere il complemento di compagnia dal complemento d’unione? Bisognerebbe soffermarsi di più sulla componente semantica, permettendo in questo modo di affinare la padronanza lessicale. E poi scrivere bene implica leggere bene”.

Insomma, lo afferma anche un italianista: molte nozioni di analisi logica sono “del tutto inutili” e, certamente, non servono a scrivere bene. Per quello serve leggere. Ma il tema della lettura richiede un post a parte! Alla prossima settimana, dunque!

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Comments

  1. Teresa, tu dici “non sono del parere che si debba tagliare con l’accetta escludendo del tutto un insegnamento”, io ritengo comunque si potrebbero aggiungere almeno una decina di materie che sicuramente al pari delle lingue classiche “formano cittadini consapevoli” : economia, psicologia, musica, diritto, informatica, disegno artistico, sociologia, scrittura creativa, cinema… Cosa facciamo per tutte queste altre materie? E per favore, non diciamo stupide motivazioni sul privilegiare le lingue classiche come “perché per secoli si è studiato sui testi greci e latini” oppure “perché i testi greci e latini compaiono in ogni aspetto della cultura umana” perché con le stesse motivazioni potremmo difendere lo studio obbligatorio a scuola dell’astrologia (studiata per secoli e presente molto nella Divina Commedia e in tante opere d’arte) o della calligrafia (che perlomeno ha valore artistico anche nell’epoca informatica)…

    1. Purtroppo la quantità non fa rima con la qualità: si deve scegliere perchè il tempo scuola è limitato e nella scelta delle materie credo sia assolutamente miope trascurare la tradizione culturale di un paese (non certa intesa in modo passatista). A questo proposito cito un altro post (dello stesso blog citato prima) che a suo tempo ho commentato, nel quale si parla soprattutto di questo aspetto:

      https://paolomazzocchini.wordpress.com/2015/02/18/perche-salvare-il-liceo-classico/

      Il problema della scelta si pone sempre, anche all’interno dei corsi di laurea. Ricordo che quando frequentavo l’università (corso di laurea in chimica), su trenta corsi annuali otto erano a scelta dello studente. Chiesi consiglio al tutor che mi era stato assegnato, un professore di grande esperienza che non aveva alcun interesse ad aumentare il numero di coloro che seguivano un particolare corso. Ero indecisa tra elettrochimica e chimica farmaceutica; il tutor mi fece notare che quest’ultima era presentata (per varie ragioni in gran parte indipendenti dalla valida ricercatrice che ne erogava l’insegnamento) in un modo tale che in futuro avrei potuto facilmente recuperare i contenuti del corso qualora ne avessi avvertito la necessità. Invece recuperare i contenuti di elettrochimica sarebbe stato molto più impegnativo, senza contare che la maggior parte delle ricerche in chimica richiede di padroneggiare, in un modo o nell’altro, questo particolare settore di studi. Sulla base di queste considerazioni scartai il corso di chimica farmaceutica senza mai pentirmene. Non sto affermando che la chimica farmaceutica sia meno importante in assoluto, ma che nella mia particolare situazione lo era.
      A mio parere ragionamenti di questo tipo devono essere condotti nello strutturare il curricolo di un determinato tipo di scuola secondaria, che non può prescindere, nell’indicazione generale di contenuti e metodi dai seguenti fattori:
      – gli studenti con i quali un insegnante deve confrontarsi;
      – la tradizione culturale di un paese (mi permetto di dire che una scuola che non tenga conto di questa tradizione è una non-scuola);
      – il tempo in cui viviamo.
      Questi tre fattori dovrebbero essere presenti nell’opportuno equilibrio in ogni concorso a cattedra che si rispetti, Purtroppo, ahimè, la passione di un docente, la sua voglia di comunicare, la sua sensibilità umana non sono misurabili, e al contempo sono tra i fattori più importanti per la buona riuscita di un processo di insegnamento-apprendimento.
      Ritornando al curricolo… Lei cita materie come la sociologia. La domanda che un esperto di didattica dovrebbe porsi è: per studiare con profitto la sociologia quali sono i requisiti di partenza che uno studente dovrebbe possedere? Dovrebbe conoscere la filosofia? Se si, inseriamo sia la filosofia che la sociologia nel piano di studi? Va bene, inseriamole entrambe. Quante ore sono necessarie perchè lo studio di queste materie non sia annacquato? Supponiamo servano, nell’intero arco del ciclo di studi,MINIMO X ore di filosofia e Y di sociologia. Purtroppo il monte ore totale di insegnamento è limitato per un insieme di ragioni (non ultima il fatto che uno studente non può passare tutto il suo tempo sui libri…), per cui occorre diminuire il tempo dedicato a una o entrambe le materie. A questo punto si deve considerare che andare sotto la soglia minima non consentirebbe uno studio significativo, per cui si decide di scludere una materia dal curricolo, magari optando per la filosofia, e considerando che, con delle buone basi di filosofia lo studente farà molta meno fatica nello studio della sociologia a livello avanzato (nel caso volesse dedicarvisi in futuro) che non se avesse trascurato l’ambito filosofico negli anni delle superiori.

      PS: non si focalizzi sulla scelta tra filosofia e sociologia e sui rapporti che intercorrono tra queste discipline. Qualcuno potrebbe obiettare che Popper era un sociologo, ma ….si deve considerare lo studente medio, e le difficoltà che , in media, gli studenti potrebbero incontrare con lo strutturare il piano di studi in un dato modo. Il mio intento è semplicemente quello di dare una vaga idea del -per nulla semplice- processo che sta alla base della definizione di un curricolo scolastico.

      1. Teresa, tu dici “nella scelta delle materie credo sia assolutamente miope trascurare la tradizione culturale di un paese (non certa intesa in modo passatista)”. Ecco, in un blog che si chiama “educazione globale” occorrerebbe chiedersi proprio questo: davvero la cultura può “appartenere a qualcuno” come se fosse un oggetto concreto, da noi posseduto e quindi da difendere da “contaminazioni” degli “altri”? Uno può dire “questa matita è mia” oppure “questa casa è nostra”, ma come si fa a tracciare un confine tra una cultura e l’altra? I Greci non hanno tratto il loro alfabeto dai fenici e le loro conoscenze astronomiche dai babilonesi? Dato che la cultura è qualcosa di astratto (conoscenze, capacità, invenzioni) tutti possono imparare conoscenze e svilupparle, quindi dobbiamo per forza concludere che la cultura appartiene sempre e inevitabilmente a tutti.

        Penso poi sia quasi non necessario aggiungere che quello che noi chiamiamo “tradizione culturale” (mi riferisco in particolare a quella italiana) non è affatto l’insieme della cultura che è stata prodotta nel passato da una certa comunità detta “nazione” (concetto in realtà inventato nell’800 e servito ai governanti per costruire gli stati nazionali, Dante non hai mai pensato di appartenere a un “popolo italiano” e si definiva al massimo un fiorentino, un cristiano o un suddito del Sacro Romano Impero) ma una sua selezione fatta a posteriori non in base a criteri scientifici di valore letterario o artistico ma in base a criteri ideologici di appartenenza linguistica, religiosa o di classe sociale… Per questo ad esempio anche nei manuali attuali di letteratura italiana quasi mai si trovano i versi del poeta siciliano Ibn Hamdis né tantomeno il testo giullaresco del XII secolo del “Lamento della sposa padovana”. I risultati di questa concezione “identitaria” della cultura che traccia confini tra “noi” e gli “altri” penso si possano dedurre facilmente da cosa è stato l’intero secolo scorso e anche dalla stretta attualità.

        Un breve commento all’articolo da te citato prima: oltre ad essere soggetto alle obiezioni che ho appena detto, penso che si possa criticare anche facendo notare che 1) è falso che per comprendere totalmente un argomento si debba prima conoscere tutta la sua storia passata e le sue origini: per imparare l’alfabeto italiano non è necessario prima conoscere quello fenicio né per imparare a suonare il pianoforte è necessario conoscere il dulcimer medievale 2) è falso ritenere che se in Italia le lingue classiche fossero studiate in modo approfondito solo da pochi specialisti, così come viene fatto in tutto il mondo con il russo e il cinese, allora in Italia il patrimonio della cultura classica subirebbe un grosso declino: se si apre un testo non italiano di letteratura classica scopriamo che citano dei testi classici sempre edizioni critiche di editori come la Teubneriana, la Belles Lettres o la Oxoniense (ovvero di paesi dove le lingue classiche nelle scuole preuniversitarie sono studiate solo in modo facoltativo da pochi studenti molto interessati adesse), praticamente mai le edizioni critiche della editrice italiana Lorenzo Valla.

        Sulla tua osservazione sul bisogno per chi studia la sociologia di conoscere la filosofia: sì, occorrerebbe conoscere alcuni concetti filosofici per studiare la sociologia ma questo non vuol dire affatto che bisogna aggiungere una materia apposita di filosofia dove parlare delle scuole socratiche minori, dei periodi della scolastica o del neoplatonismo rinascimentale. Basta aggiungere nella materia di sociologia alcuni temi di filosofia della scienza come quelli del positivismo o dell’operazionismo che sono rilevanti nella metodologia delle scienze sociali. Peraltro mi risulta anche che materie legate alla società come diritto ed economia sono presenti nel biennio di varie scuole senza che ci sia un insegnamento a se stante di filosofia in quegli anni.

        Ciao.

        1. Prevedevo critiche sulle mie considerazioni relative alla tradizione culturale. Io insisto nell’affermare che occorrono dei punti di riferimento saldi nello strutturare un curricolo scolastico, e che questi non possano e non debbano prescindere dall’ambiente in cui siamo immersi. Ritengo che in Italia si debba prioritariamente studiare la storia d’Italia, in Francia la storia della Francia ecc… ma non solo: la storia del proprio paese deve essere un punto di partenza per lo studio della storia del resto del mondo, che ovviamente non potrà essere studiata in toto per motivi di tempo, ma sicuramente gli strumenti per allargare la propria visione culturale ad altri popoli e alle loro tradizioni culturali devono essere forniti.

          Non escludo del tutto certi insegnamenti come la sociologia e l’economia, perchè gli indirizzi di studio esistono per questo. Ma all’interno di ciascun indirizzo deve essere presente un nucleo di conoscenze irrinunciabili strutturate in modo da rispettare le capacità degli studenti e il tempo a loro disposizione, la realtà in cui sono immersi (che nel nostro caso è quella italiana) e il tempo che vivono (fatto anche di commistioni con altre culture, della sempre maggiore presenza di uomini e donne provenienti da paesi lontani geograficamente e culturalmente dal nostro, di tecnologie utili ma anche invasive e distraenti).

          Un esempio è la storia; io non concepisco istruzione senza lo studio della storia del proprio paese. La storia d’Italia non è semplicemente la storia d’Italia: è soprattutto la storia dei rapporti con l’Italia col resto del mondo. Insomma, un punto di vista, un punto di partenza, una prospettiva particolare, un quadro di riferimento che dir si voglia deve esserci. Altrimenti i nostri ragazzi conosceranno tutto e niente.

          Mi sembra che tu trascuri l’importante ruolo dell’insegnante; io non solo condivido molto di ciò che dici, ma credo che quello che tu vorresti è già da tempo realizzato da molti docenti, cosa a cui forse tu non credi. In Italia esiste la cosidetta “libertà di insegnamento”, spesso un pretesto per giustificare il fatto che alcuni docenti, una volta chiusa la porta dell’aula, fanno delle non-lezioni. Ma la libertà di insegnamento non è questo: è una grande garanzia di libertà del docente e, di riflesso, dell’allievo. La mia antologia della scuola media di metà anni ’80 (ancora ricordo il titolo: “Nuovi traguardi”) ovviamente comprendeva in maggior misura autori italiani, che la mia brava prof di lettere ha presentato riservando loro una gran parte del monte ore, con un occhio particolare per Foscolo e Leopardi (una volta la settimana si leggevano invece autori più recenti in classe, con una lettura commentata). Ma in quel periodo mi sono accostata anche a Simone de Beauvoir tramite i suoi brani di “Memorie di una ragazza per bene”, e ho conosciuto Nazim Hikmet perchè la prof ci ha fatto analizzare alcune sue poesie.

          Durante il biennio del liceo il mio prof di lettere, che odiava Manzoni, ha quasi totamente trascurato la lettura de “I Promessi Sposi”, e mi ha spalancato il mondo della letteratura sudamericana, soprattutto tramite Garcia Marquez. Io adoro Garcia Marquez e ancora oggi non sopporto Manzoni; tuttavia credo che lo studio approfondito de I Promessi Sposi sia stata una delle tante occasioni perdute di conoscenza della mia lingua, qualcosa che, se non fai al liceo, difficilmente fai nel resto della vita (mentre è più probabile leggere Garcia Marquez ad ogni età).

          Ad ogni modo, ogni prof mi ha dato e mi ha tolto qualcosa a seconda della sua preparazione e dei suoi interessi. E sto parlando di oltre vent’anni fa. Quando un docente ha studiato in una ottima università e vuole seriamente insegnare, certo non permette che la tradizione del proprio paese diventi una gabbia. Ma una metaforica gabbia deve pur esserci, altrimenti come conoscere i confini da superare? Il bravo docente è quello che ti fa conoscere la tua gabbia, ma sa anche farti uscire da essa senza perdere l’orientamento.

          1. PS: un discorso a parte meritano le case editrici, che pur di assicurarsi un certo volume di vendite non dedicano neanche la decima parte di un manuale ad argomenti che non si allineino pedissequamente alle indicazioni ministeriali. Ed ogni insegnante sa quanto, soprattutto in certe scuole, sia difficile far studiare i ragazzi su materiali extra, anche usando internet. Molti studenti aprono poco e di malavoglia i libri, e quando lo fanno non hanno molte occasioni di essere attratti da qualcosa di meno convenzionale. Gli autori dei manuali sono insegnanti, ma alla fine le regole sono dettate dall’editore. Per questo e altri motivi molti insegnanti, dopo la prima esperienza, si rifiutano di scrivere altri testi.

  2. Più che altro, la domanda che leggendo questo articolo mi viene spontanea è: ma se l’analisi logica è soprattutto (ma non solo) propedeutica al latino … perchè si studia anche in scuole superiori che il latino non lo prevedono?

    Io in questo momento ho in mano la grammatica di mio fratello che frequenta un istituto tecnico professionale e non è poi così dissimile da quella che avevo (e ho ancora) al liceo classico (edizione destinata al classico per di più del tutto identica a quella dell’istituto di economia aziendale della mia città … che non prevede lingue classiche ovviamente)

    Mai possibile che i nostri cari editori (o ministeri che per loro decidono) pur di coprire questa decisamente malposta predilezione per il latino cerchino di appioppare l’analisi logica a tutti pur di rendere gradita la scelta ad alcuni?

    Sul serio: che diavolo ci fa mio fratello con l’analisi logica in un istituto tecnico tra materie propedeutiche all’ingegneria e all’informatica da un lato e matematica dall’altro? E’ solo una faccenda di “marchette” agli autori come si dice da tempo immemore, fin da quando andavo a scuola io, oppure c’è dell’altro?
    Lo chiedo a voi perchè sinceramente non capisco.

      1. Qui verrebbe bene quel detto attribuito a Gustav Mahler: “Tradizione e’ conservare il fuoco, non adorare la cenere”.

      2. Avevo letto l’articolo da lei citato, Signora, e compreso le argomentazioni da lei riportate (ho anche commentato nella seconda parte) ma mi rimane comunque il dubbio.

        Comprendo il bisogno di insegnare l’analisi logica PRIMA dell’eventuale scelta di un liceo (non si sa mai) ma ciò che mi coglie completamente alla sprovvista è che la si perpetui in scuole superiori che con questi valori di altezza culturale non hanno niente a che vedere.

        Sinceramente penso che, dietro, oltre al semplice pregiudizio culturale ci sia banalissima incompetenza nella stilatura dei programmi. Per dire: qualcuno mette l’analisi logica perchè lui l’ha fatta ma neanche il suddetto sa perchè ha imparato questo tipo di studio.

        Una specie di ereditarietà del pregiudizio che non ha più niente a che vedere con la cultura ma con l’incancrenimento di una … corbelleria. Francesco cita Mahler ma forse la risposta è più terra terra.
        “Qualcuno mi ha detto di farlo e io ‘rivomito’ solo quello che mi è stato detto, ‘cenere’ non so neanche che cosa vuol dire” … qualcosa del genere.

  3. Sono completamente d’accordo: siamo ancora troppo succubi del latino mentre l’italiano viene considerato lingua figlia di un dio minore.
    Per quanto fosse e rimanga uno straordinario letterato, Leopardi sbagliava completamente valutazione quando definiva perfetti la letteratura classica (e il latino per estensione) e quanto più vicina alla perfezione quella italiana (e per estensione la lingua italiana). Forse non sarete d’accordo ma ho sempre trovato il suo giudizio, che fortunatamente non ha niente a che vedere con le sue qualità artistiche e letterarie, tanto arroganti quanto degeneranti per la cultura italiana.
    Oggi questo pregiudizio presuntuoso permane con sciocchezze create in maniera artificiosa come l’analisi logica (per di più strutturata e insegnata male, come l’articolo giustamente sostiene), ma finisce per influenzare cose molto più importanti per quanto riguarda il saper leggere e scrivere: la sintassi del periodo.
    Non pretendo di avere una conoscenza perfetta delle grammatiche italiane ma quelle che ho consultato nella Sintassi del Periodo distinguono ancora le proposizioni principali con il metodo latino ovvero ignorando del tutto le principali formate con il condizionale (il periodo è Periodo Ipotetico, la protasi è Subordinata Condizionale e l’apodosi principale è … chissà. Ci sono principali dubitative anche senza interrogazione diretta. Soprattutto derivate dal metodo scientifico, esistono principali in cui il dubbio è sinonimo di prudenza o cautezza non tanto nel “fare” ma nel “pensare”: “Potresti avere ragione, sebbene …” e ci sono anche altre costruzioni moderne del tutto ignorate), anche se va ammesso che le subordinate vengono ordinate già molto meglio.
    Per quanto riguarda l’analisi grammaticale penso che sia utile per vie traverse a impratichirsi nella lingua soprattutto da piccoli, ma che anch’essa sia vittima del latino e per questo “fatta male”. Per fare solo un esempio, in questo tipo di analisi c’è un caos non indifferente nelle locuzioni di varia natura quando servirebbe solo mettere un pò d’ordine come per gli avverbi (Qualità, Modo o Qualità, Luogo, Tempo, Valutazione, Esclamazione e Interrogazione. Non serve molto altro), una distinzione che andrebbe bene anche per i complementi nell’analisi Logica … ma figurati se!
    Ci vuole un drastico cambiamento culturale iniziando con l’ammissione dell’unica vera verità che non io ma la prefazione della mia grammatica di latino (Lexis di Diotti) fa senza mezzi termini: il latino è un’abilità ricettiva, NON PRODUTTIVA … e per di più la riceviamo anche male!
    Se spostassimo le migliaia di professori di latino a fare scuole serali di sintassi del periodo per chiunque lo chieda miglioreremmo solo il paese e, per assurdo, lo studio del latino stesso.

  4. a che serve l’analisi logica? Non serve solo per lo studio del latino, signori miei e non è una cosa poco seria. Serve anche per imparare altre lingue moderne in maniera corretta e completa. In Svezia per esempio, l’analisi grammatica e logica si iniziano a studiare all’università, quindi non prima dei 19-20 anni. Lo Skolverket (il ministero dell’istruzione svedese, diciamo) è convinto che a scuola si debbano imparare la propria lingua e le lingue straniere solo allo scopo di comunicare (leggete: ordinare al ristorante, andare in farmacia descrivere la propria famiglia) per cui va bene anche fare errori grammaticali di una certa gravità fin tanto che la comunicazione non venga rovinata. Per cui abbiamo ragazzi e adulti che non sanno la differenza nello svedese fra “de” (essi) e “dem” (loro) per cui pronunciano e scrivono “dom”. Lo studio della lingua straniera ne è danneggiato: gli svedesi sono noti per la loro bravura nell’imparare le lingue (mito esagerato), ma a parte l’inglese (che parlano grammaticamente maluccio e che non imparano a scuola,bensì dalla tv, ottima maestra della lingua di Sua Maestà) nel momento in cui devono imparare la terza lingua cascano dalle nuvole. A 13 anni non sanno cosa sia un articolo né cosa sia un verbo, figuriamoci se sanno cosa sia la sintassi, per cui dopo sei anni di studio di una lingua elaborano ancora frasi come “io mangiare mela” che si tratti di una frase al presente, al passato o al futuro. Quando iniziano a studiare la lingua straniera all’università, devono prima passare un esame di… ANALISI LOGICA. Io ho colleghi universitari che quando parlano in spagnolo o in italiano, non si capisce assolutamente nulla di ciò che dicono. Ho un professore di spagnolo che è svedese e maledice il fatto che lo studio della sintassi non si faccia dalle elementari alle medie come avviene nei paesi del sud Europa.

    1. Mi pare tu stia mettendo sullo stesso piano l’analisi del periodo e l’analisi logica, che sono due cose diverse e di utilità diversa. Distinguere un verbo da un aggettivo è una cosa, invece studiare i casi in latino del complemento di argomento è un’altra. Poi è la tua parola contro quella del prof. Luca Serianni. Viene il dubbio che del post tu abbia letto solo il titolo.

  5. Zoccolo duro? Ormai gli studenti non sono nemmeno più in grado di distinguere il predicato verbale da quello nominale.
    L'”accanimento grammaticale” di cui si parla mi pare che cozzi con le statistiche che riportano l’indicibile aumento e/o persistenza di errori di ortografia e di senso che si trovano persino nelle tesi degli studenti universitari; o, forse, questo accanimento è realtà e cerca di contrastare il dilagare di queste statistiche.
    Mi pare che l’argomento sia affrontato con un certo pressappochismo. Non bisognerebbe poi cadere nella tentazione, solo perché abbiamo generazioni di ragazzi/adolescenti che non intendono più applicarsi allo studio nel senso stretto del termine, di etichettare lo studio in sé come “attività bovina”.

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