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Iperconnessione, social network: i rischi che corrono i nostri figli (ed anche noi)

Il web e, in particolar modo, i social media sono ormai parte della vita di tutti noi: li portiamo ogni giorno in borsa, in tasca, in mano: sono sui nostri smartphone, vere estensioni del sé. Strumenti indubbiamente utili e dilettevoli ma anche perniciosi. I più giovani, ragazzi e bambini, sono più esposti ai pericoli che ne derivano perché hanno meno esperienza per autolimitarsi e, quando necessario, difendersi. Il loro principale limite – che diventerà in poche generazioni il limite di gran parte dell’umanità – è di non poter ricordare un mondo senza questi strumenti.

Che i social media abbiano mutato il nostro modo di vivere – persino quello di chi non li utilizza ma è circondato da persone che lo fanno – non c’è dubbio.

Il tema non è nuovo: “di fronte a tutte le novità della tecnologia abbiamo due reazioni a nostra disposizione: puntualmente le pratichiamo, una dopo l’altra”, scriveva divertito Beniamino Placido, critico e giornalista, in un articolo (Siamo molto cambiati ne’ in peggio ne’ in meglio) ripubblicato nella raccolta Nautilus. La cultura come avventura. “Prima reazione. Dio, quant’è pericolosa questa Internet oppure (questo nuovo tipo di cambio automatico per la bicicletta; oppure questo nuovo tipo di cavatappi elettrico). E i bambini? Non vogliamo pensare ai bambini? Pericolosissima certamente risulterà la nuova invenzione per loro (…) Reazione numero due. Quella degli ottimisti, saggi e ragionevoli. Ma no, dicono questi: la tecnologia non è positiva, non è negativa, è neutra. Può fare del bene, può fare del male. Dipende da come l’adopri. In genere la prima reazione, catastrofico-bambinesca, occupa la prima parte della serata fra amici; o del viaggio in treno, in cui di questo si discute. La seconda reazione – quella saggia, ragionevole, conciliante (dipende; dipende da come la usi la tecnologia, che è neutra) – occupa la seconda parte della serata, o del viaggio”.

La tecnologia fa male. No, la tecnologia è neutra, dipende come la usi. Queste le due tesi. Eppure, afferma ancora Beniamino Placido, una cosa è certa: dopo l’introduzione di ciascuna tecnè non siamo più gli stessi.

Il cavallo è andato in disuso come mezzo di trasporto con la locomotiva e il motore a scoppio, il piccione (che è stato allevato per anni per i più vari scopi) è andato in disuso come animale d’allevamento con i fertilizzanti chimici (una storia divertente narrata da Freakonomics). La scrittura il nostro rapporto con la memoria, il web il nostro rapporto con libri ed enciclopedie.

Qualsiasi tecnica (oggi diremmo tecnologia) cambia il nostro rapporto con la realtà. In che modo i social network hanno cambiato il nostro modo di essere?

1. Siamo più distratti (e forse più stupidi)

Ormai la capacità di attenzione delle persone è diventata molto molto breve per via della frequente interruzione dovuta ai social media. Questo è uno dei primi problemi che riguarda soprattutto chi con questi è nato. Certo, si dirà che era anche possibile distrarsi con alcune stazioni radio o una scelta limitata di canali tv, ma i contenuti dei social sono potenzialmente infiniti, 24 ore su 24. Anche gli adulti, tuttavia, non sono meno vittime dell’iperconnessione dei giovanissimi. Vedo persone in automobile guidare e scrivere messaggi sul telefono mentre hanno i bambini in macchina (e tremo..). Se è folle rischiare un incidente per leggere l’oggetto di una email o per rispondere ad un messaggio, tanto peggio è rischiare la vita ipnotizzati dallo scroll infinito dei social.

Oltre che più distratti stiamo diventando anche più stupidi? Nicholas Carr, l’autore di “Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello”, afferma di si: tutti superficiali, incapaci di concentrarci per più di qualche minuto o di distinguere un’informazione importante da quelle irrilevanti.

 

2. Siamo dipendenti

Molti di noi sono diventati dipendenti dal rilascio di dopamina che i nostri cervelli ricevono ogni volta che ricevono un like o leggono qualcosa di interessante o di curioso. Il modo migliore per rinforzare un’abitudine è quella di dare una ricompensa a volte e a intervalli casuali. Si chiama rinforzo intermittente ed è quello che ti obbliga a controllare compulsivamente il tuo dispositivo. Ad esempio, quando aggiorni la tua casella di posta, a volte (ma non tutte le volte) hai un nuovo messaggio. Non si sa mai con certezza quando arriverà un nuovo messaggio (la ricompensa), quindi l’abitudine di controllare tutto il tempo è rafforzata. Lo stesso vale per notifiche o aggiornamenti sui social media. Il meccanismo del rinforzo intermittente spiega anche come si possa finire per perdere ore con il telefono.

 

3. Siamo abituati a vivere le nostre esperienze solo in funzione di come pensiamo che le vedranno gli altri

“Noi non ci accontentiamo della vita che abbiamo in noi e nel nostro essere: vogliamo vivere anche una vita immaginaria nel concetto degli altri (…) Lavoriamo instancabilmente ad abbellire e a conservare il nostro essere immaginario, e trascuriamo quello vero”. Queste parole di Blaise Pascal, contenute nei suoi Pensieri e scritte alcuni secoli fa, si adattano perfettamente alla moderna vanità da social network.

La differenza, rispetto ai tempi di Pascal, è che ora ci possiamo mettere in mostra senza esserci realmente.

Nel nome di “condividere esperienze”, le persone sono incoraggiate a capire cosa succede loro in termini di come gli altri lo vedono. Se accade qualcosa di entusiasmante, l’istinto è di fotografare, riprendere, condividere e attendere i “mi piace”. Lo fa notare efficacemente Yuval Noah Harari (di cui ho già molto scritto) nel suo ultimo libro 21 Lezioni per il ventunesimo secolo. Nel bel mentre di questo processo non prestiamo attenzione a ciò che sentiamo realmente. In effetti, ciò che sentiamo è sempre più determinato dalle reazioni online piuttosto che dall’esperienza reale, quella percepita con il proprio corpo. Siamo estraniati da noi stessi.

 

4. Siamo diventati prodotti (e non solo consumatori di prodotti)

Siamo diventati prodotti. Noi pensiamo di ottenere dei servizi gratis ma in realtà i servizi gratuiti non lo sono mai, perché il prodotto siamo noi.

Il fatto che sia possibile fare soldi regalando qualcosa (perché il guadagno è altrove) è ormai una prassi abituale che gli economisti chiamano cross subsidy economy. Instagram, Facebook ed altri social media ci offrono gratis vetrine dove poterci mettere in mostra ma, in realtà, stanno catturando la nostra attenzione continua per poterla rivendere agli inserzionisti. Insomma, non gli interessa neanche più vendere (come invece interessa a piattaforme come Amazon) ma solo ottenere il più possibile il controllo della nostra attenzione e rivenderla agli inserzionisti.

 

Dobbiamo tutti fare un enorme sforzo per reimparare a concentrarci, per non stare sempre attaccati ai social, per ricordare come si fa a vivere una esperienza godendosela in prima persona, senza fotografarla, postarla, instagrammarla, condividerla ma tenendola solo per noi, per non diventare, mediante i nostri dati, prodotti da vendere ad altri inconsapevoli utenti come noi.

Oppure no, continuiamo a vivere la vita solo per condividerla online, ma allora ha ragione beniamino Placido: la tecnologia ci ha cambiati – e molto.

Eppure un altro web è possibile ed è ora che se ne parli: The Future of Well-Being in a Tech-Saturated World è un articolo pubblicato dal Pew Research Center, che invito a leggere.

 

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