consigli e risorse per essere cosmopoliti

Brexit: quali conseguenze per gli studenti italiani nel Regno Unito?

educazioneglobale-brexitAvevo iniziato il post pubblicato la settimana scorsa sulla necessità di una scuola europea affermando, eufemisticamente, che viviamo “in tempi interessanti”.

Ora posso dire che viviamo giorni molto tristi. Rigiriamola come vogliamo, ma, con l’inaspettata vittoria della Brexit, mi pare che siamo precipitati in un brutto sogno. Ha vinto l’antieuropeismo, ha vinto il populismo, abbiamo perso un po’ tutti, anche – ma non lo ha ancora capito bene – la popolazione britannica più lontana dalla Londra multietnica e multiculturale.

Come ormai sappiamo, con la vittoria della Brexit si apre un complicato processo: il Governo inglese dovrebbe attivare l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea, che dà due anni per negoziare l’uscita da legislazione, programmi e fondi Ue. Tutto questo senza contare l’instabilità cui – purtroppo – potremmo andare incontro sui mercati finanziari, con impatto sulla moneta unica e sui titoli di Stato della zona euro (molto lavoro per Mario Draghi, dunque, ma non solo).

Ma è soprattutto il messaggio politico che spaventa: tanto sangue è stato versato per arrivare ad una Europa unita, con cui si volle metter fine alle guerre tra potenze diminuite dopo due conflitti, perché tornare indietro? Per quanto la normazione, la burocrazia e il deficit democratico delle istituzioni europee possano essere criticabili, non sono forse meglio della guerra? Per quanto mi riguarda, 70 anni di pace e la promessa di una pace futura, libertà di movimento, di stabilimento, di prestazione di servizi compensano i possibili difetti dell’Unione (che, poi, possono sempre essere superati).

Del risultato del referendum inglese c’è anche chi è anche contento: i partiti anti-sistema, le destre xenofobe e nazionaliste gongolano, invocando altri referendum in altri paesi (anche laddove le Costituzioni vietano di sottoporre a referendum trattati internazionali). Come notava un lettore, è poi involontariamente comico che alcuni politici nostrani gioiscano per un risultato che consentirà di trattare da extracomunitari (o, meglio, extra – britannici) i tanti nostri concittadini che vivono nel Regno Unito.

Poi c’è chi, pur non essendo contento, ritiene che non tutti i mali vengano per nuocere, perché, specie dopo le concessioni fatte al Regno Unito lo scorso febbraio, non avere più un paese antieuropeista nell’Unione potrebbe essere il passo decisivo verso una maggiore integrazione, verso gli Stati d’Europa Uniti o verso un’Europa federale, come la si voglia chiamare (ed ogni denominazione corrisponde una visione politico-istituzionale leggermente diversa).  Io, che dire? Me lo auguro.

Per ora, la clamorosa decisione apre tante questioni. Per essere più pragmatici vale la pena chiedersi quali saranno le conseguenze della Brexit, soprattutto sui tanti che studiano o che intendono studiare nel Regno Unito.

educazioneglobale Unione EuropeaLa situazione è talmente incerta e fluida che né i funzionari di Bruxelles, né il Governo inglese né i professori delle Università inglesi hanno risposte veramente dettagliate e certe alle tante domande di questi giorni.

Per questo motivo, consideriamo che, queste che seguono, sono più riflessioni che risposte: take it with a grain of salt, dunque.

  1. L’inglese rimarrà la lingua franca anche a livello europeo?

Dire di si. In fin dei conti, malgrado l’orgoglio nazionale che francesi, tedeschi o italiani possano mai avere nei confronti delle proprie lingue, nei corridoi di Bruxelles, nei negoziati europei, ai piani della Eurotower, ovunque insomma, per semplificarsi la vita si parla spesso inglese. Senza il Regno Unito nell’Unione questo inglese – come già accade all’inglese parlato nelle istituzioni della zona Euro, nella quale il Regno Unito non è mai stato – sarà sempre meno British: potrà essere influenzato dall’inglese americano ma, tendenzialmente, sarà sempre più globish. L’inglese parlato nella UE potrebbe un domani avere frasi più lunghe e complicate (tipiche di lingue come italiano e tedesco), e, al contempo, un vocabolario meno ricco di idiomi. Come il latino imperiale, l’inglese diventerebbe una lingua influenzata dal fatto che è parlata da moltitudini di persone non-madrelingua.

  1. Come sarà vivere nel Regno Unito?

Per tutti gli europei non britannici che vivono nel Regno Unito, tra cui tantissimi italiani, al termine del processo di uscita dalla UE dovrebbero cessare il diritto alla residenza, al lavoro, a svolgere attività di impresa, all’accesso ai pubblici servizi, come la sanità. In teoria, e a seconda di quanto tempo si è già passato nel Regno Unito, sarà tutto soggetto a visti e permessi di soggiorno.

  1. I titoli di studio inglesi varranno ancora nel resto d’Europa?

Mi aspetterei di si e probabilmente, per chi ha già iniziato a studiare in un corso universitario nel Regno Unito, sarà varata una disciplina transitoria.

  1. Che prospettive per chi vuole studiare all’università nel Regno Unito?

I tanti ragazzi che studiano nel Regno Unito o che stavano pianificando di fare l’Università in Inghilterra pagheranno tasse più alte. Sino ad oggi pagavano le stesse tasse di iscrizione universitaria degli studenti inglesi, avevano diritto di ottenere un prestito per studenti (per un importo massimo di 9mila sterline all’anno) e avevano accesso all’assistenza sanitaria gratuita. Essere equiparati agli extra-europei (rectius, essere extra–britannici!) implicherebbe aumenti delle tasse sino a trentaseimila sterline e la perdita del diritto all’assistenza sanitaria gratuita.

Tutto questo ammesso e non concesso – ma è un pensiero mio – che le università britanniche non si facciano furbe e non creino uno status speciale per gli studenti dell’Unione, per evitare che questi puntino su altri paesi. Sono certa che avranno tutto l’interesse ad attrarre persone qualificate, ma questo dipende dalla domanda di servizi educativi: potrebbe accadere, più semplicemente, che rimpiazzeranno italiani e spagnoli con cinesi e indiani, cosa che, in parte, sta già succedendo.

La Brexit è l’esito di un voto che ha spaccato il paese anche in funzione del livello culturale. Nelle Università, nei centri di ricerca, nei luoghi dove si legge e si è informati, la maggioranza ha votato Remain. Maria Grazia P, una lettrice di questo blog, ha postato questo commento: “a proposito della reazione delle Università al risultato del Referendum Brexit, vorrei farvi leggere la lettera che ieri mattina hanno mandato a tutti gli studenti (tra cui mio figlio) per rassicurarli e per esprimere il loro disappunto sulla vittoria dei Leave. Questa lettera è stata scritta dall’Università di Edimburgo dove tantissimi studenti e Professori UE studiano e lavorano insieme e probabilmente continueranno a farlo anche in futuro: http://www.ed.ac.uk/news/2016/statement-on-eu-referendum-result”. Penso che quanto scritto dall’università di Edimburgo (e si noti che la Scozia era più compatta verso il rimanere nella UE) è condiviso da tante strutture accademiche in tutto il Regno Unito.

Peraltro, avrà ancora un senso studiare certe materie “europee” in Gran Bretagna? Per paradosso è ad Oxford che ho studiato Diritto Comunitario (rectius Diritto dell’Unione europea): ora chi mai farà più un LLM o un MJUR in European and Comparative Law proprio in Inghilterra?

E poi avrà senso studiare nel Regno Unito materie collegate all’esercizio di una libera professione se poi occorre chiedere visti, permessi di soggiorno o abilitazioni speciali per esercitare quelle stesse professioni? La geografia delle università “giuste” per una certa materia potrebbe cambiare, in favore del continente europeo.

E se la Brexit dovesse portare ad una disintegrazione del Regno Unito, la Scozia, dopo aver ottenuto l’indipendenza, chiederebbe l’accesso all’Unione e diventerebbe ancora più interessante di oggi per gli studenti continentali.

Altrimenti vorrà dire che chi non studierà in Italia accederà a corsi in inglese in Università di paesi come l’Olanda, la Germania o il Belgio.

  1. Tempi duri per chi non è qualificato

Si mette male invece, per i tanti ragazzi che accettavano a Londra lavori e lavoretti che magari non avrebbero fatto in Italia: camerieri, commessi, baristi, receptionist. I lavoratori qualificati ovvero istruiti non hanno storicamente mai avuto grossi problemi a emigrare (sono expats, non immigrants). Gli altri, oltre a dover fronteggiare l’enorme costo della vita, perderebbero garanzie sanitarie e dovrebbero chiedere visti e permessi di soggiorno: a tali condizioni il gioco comincia proprio a non valere la candela.

Se ti piace questo post iscriviti ad educazioneglobale. Ti potrebbero anche interessare:

Comments

  1. Articolo come sempre molto “al punto”. Non ho nulla di tecnico da dire vorrei pero’ condividere con voi il mio lutto. Io ero una delle commesse italiane di londra già alla fine degli anni Ottanta… alla fine deli anni Novanta ho potuto specializzarmi in una prestigiosa università britannica perché grazie all’UE il livello delle tasse era tale da consentirmi di vivere più che decorosamente con la borsa di studio vinta da un ente italiano. tutto questo per mia figlia non sarà possibile … ma ha senso che io spinga per tentare il bilinguismo italiano/inglese … forse è meglio che cambi lingua (finchè sono in tempo….) che tristezza!

    1. Ale, ma prima che la lingua franca diventi il tedesco o il francese ce ne vuole…poi, certo, dipende che lavoro uno farà. Chi vuole maggiori possibilità a livello europeo, magari per lavorare nelle istituzioni comunitarie o per fare anche cooperazione internazionale è bene che impari inglese e francese.

  2. Mi pare che il dato di fatto secondo il quale l’inglese è la lingua franca internazionale non sia cambiato. E comunque, la partita è tutta da giocare. Magari sua figlia farà la studente lavoratrice negli USA. O a Hong Kong. O in Australia. O persino in Scozia. UE…

  3. Un dato oggettivo, per piccolo che sia.
    Cito dal sito web della SOAS University, nel suo genere fra le top, alla quale è già preiscritto, comincia a settembre, un mio vicino di casa. Le tasse per gli overseas students ammontano a 16.250 sterline l’anno per tre anni. Assumiamo il worst case, in cui la sterlina si rivaluta ai livelli pre Brexit (ma io adesso approfitterei acquistando un future ai prezzi di oggi, mal che vada lo spendo in mantenimento) e per gli studenti UE non ci sono sconti di sorta: sono a spanne 35.000 euro in più, ovvero una 500 un poco accessoriata.
    Un “piano industriale” valido non naufraga per cifre di questo tipo, tenendo conto che il SOAS graduate (se vedete il sito, capite perché) fisicamente NON lavora certo nel Regno Unito. Lavora per imprese che hanno sede lì, sicuramente. Ma una sede sociale si sposta con un tratto di penna. Come ammonivano alcuni forumisti locali prima del voto: “Poi, se usciamo e le grandi imprese se ne vanno, il lavoro lo chiedi a Boris?”

    1. in realtà, tale incremento può far saltare i piani “industriali” di molte famiglie che hanno pensato di fare una scelta di questo genere (un triennio o un master). Ad esempio, una delle lamentele più comuni tra gli aspiranti insegnanti (già precari) che si sono apprestati a fare il concorso per cattedre (non volevano farlo) è stato il fatto che avevano pagato 2 mila euro per i corsi di abilitazione all’insegnamento. Abituati come siamo a non pagare nulla (tanto c’è lo stato, qualunque esso sia) l’incremento delle rette è significativo e farà la differenza nella popolazione italiana che ha in mente una tale scelta in Inghilterra (in Scozia la struttura delle rette è diversa e oggi un italiano paga come uno scozzese e meno di un inglese). Le famiglie devono ora includere nell’insieme delle opzioni possibili paesi con rette universitarie inferiori (ad esempio, Danimarca, Finlandia e Olanda tra i piccoli), che offrono comunque corsi in inglese e di reputazione equivalente.

      1. Mi permetto un garbato dissenso. Che qualcuno si sia (male) abituato a non pagare, perche’ paga lo Stato (cioe’ tutti i cittadini) puo’ esser vero, ma che in Italia l’universita’ sia a buon mercato lo contesterei. Parlo del costo in assoluto, e non solo del rapporto qualita’ prezzo (comunque miserrimo). Se si fa il confronto fra quantita’ omogenee, ovvero fra corsi fuori sede, ci si accorge che le tasse annuali sono minori, ma i corsi piu’ lunghi, e ben superiori sono i costi logistici. Vogliamo parlare di affitti in nero ai fuorisede?
        Io comunque per piano industriale serio parlavo del progetto di conseguire una laurea che, prevedibilmente, ci porti ad un futuro professionale congruo e a un reddito superiore alla media. Laurearsi in Italia per andare a guadagnare piu’ tardi e meno di un diplomato mi pare una scelta non felicissima.

      2. In Scozia gli studenti italiani NON pagano nulla come retta universitaria perché paga TUTTO il SAAS (Student Awards Agency for Scotland) e non bisogna restituire nulla. È però obbligatorio passare tutti gli esami nei termini previsti e per tutti gli anni del corso universitario prescelto, altrimenti bisogna rimborsare TUTTO anche le rette pagate per gli anni superati. Per entrare soprattutto nei corsi scientifici non è necessario avere diplomi internazionali mio figlio è entrato senza problemi da un Liceo Scientifico PNI e altri suoi compagni italiani provengono anche da Licei tecnologici. Per entrare invece nei corsi umanistici c’è più competizione e chi ha l’IB è sicuramente favorito. E poi per l’estate l’Università offre molte possibilità di lavoro/studio che qui in Italia non so se sono possibili. Infatti a fine maggio l’anno accademico è finito non essendoci il fuori corso. Chi non ha superato qualche esame lo DEVE ridare ad agosto e se non riesce deve cambiare facoltà non può insistere anni, secoli come in Italia. Mio figlio dovendo partire a Settembre per il Caltech ha scelto un lavoro di 4 settimane ed ha già avuto l’accredito di £1.200. Ma alcuni suoi amici lavorereranno per l’Universitá fino al 20 Agosto per £ 4.000….Se non avessi visto non ci crederei….

  4. Cari tutti, anche io come voi sono rimasta sconcertata dagli eventi.
    Non credo comunque che la partita finisca così. Non so come e non so quando. Certo la strada del ripensamento è impercorribile.
    Riguardo all’Education io penso che, con il moltiplicarsi dei corsi in inglese “lingua franca” nelle università dei paesi UE più dotati di appeal, l’UK ci penserà un po’ prima di quadruplicare le quote universitarie per noi. Non ci vuole molto, magari con lo zampino dei governi UE, a far diventare qualche capitale europea il nuovo fulcro del mondo giovanile che getta un’ombra sul London Eye e consegna il Regno a generazioni in estinzione. Sorry, no offence!
    Spero che tutta l’operazione si mantenga su un piano di ragionevolezza e non prenda impennate estremistiche. Anche da parte di chi ora vuole accelerare l’uscita con tono di ripicca.

    Fish&chips and London Pride (beer), I miss you.

  5. Cosa sarà dei Licei Cambridge in Italia?
    E gli studenti potranno ancora frequentare terzo e quarto anno presso le scuole pubbliche inglesi?
    Il trattato in vigore tra gli Stati potrà rinnovarsi tra Italia e Scozia o Irlanda del Sud) invece che Italia Uk?

    1. Giusy ti rispondo per la parte per la quale non ti ha risposto già Francesco. Certo che gli studenti potranno ancora frequentare terzo e quarto anno presso le scuole pubbliche inglesi, solo che sarà come andare in Canada o negli USA: servirà il passaporto e probabilmente un visto di studio.

  6. Provo a rispondere.
    I licei Cambridge rilasciano un titolo che ha valore nell’ordinamento britannico, a prescindere dalla UE (che una disciplina sul riconoscimento dei titoli scolastici NON a fini lavorativi non la ha a tutt’oggi). Quindi, nessun problema, salva una possibile minore attrattiva psicologica, dato che un liceo Cambridge italiano non e’ mai stato di per se’ titolo di ammissione ad una universita’ UK.
    Frequentare una scuola UK, alla peggio, richiedera’ visto e permesso di soggiorno, fermo che fino ad oggi i visti per studio non sono mai stati contingentati.
    Infine, una Scozia indipendente e membro UE ben potrebbe prendere, anche con le sue universita’, il posto attuale del Regno Unito, ed anzi forse si prefigge proprio questo. Se leggete la stampa brit di oggi, i commentatori piu’ intelligenti ritengono senza mezze parole che per evitare l’implosione del Regno Unito, con Scozia e Ulster che volano via, l’unica sia accettare uno status EFTA di tipo norvegese, in cui valgono le quattro liberta’, e cio’ basterebbe ai fini di scuola e lavoro, e la piu’ parte dei regolamenti UE, con il piccolo dettaglio che li si subisce senza aver voce in capitolo. Con il che, il referendum si potrebbe rivelare un grosso boomerang.

    1. Francesco, purtroppo c’è un ostacolo alla soluzione “alla norvegese” : la campagna per l’uscita dall’Ue è stata impostata principalmente su due argomenti: l’immigrazione e la sovranità nazionale, ma è la prima che dà più fastidio. L’accordo con la Norvegia prevede la libera circolazione dei lavoratori e quindi non avrebbe nessun effetto sull’immigrazione. E l’accordo negoziato da Cameron con l’Ue lo scorso febbraio, che limita l’accesso dei lavoratori comunitari al welfare, non sarebbe applicabile in queste circostanze, perché se il Regno Unito esce dalla UE nulla di quanto negoziato sinora con la UE vale più.
      Allora c’è l’opzione di copiare lo status della Svizzera, ossia di uscire dalla UE e aderire all’associazione europea di libero scambio ma la questione è molto più complessa perchè questa opzione prevede la stipula, lenta e faticosa di tantissimi trattati e trattatelli.
      La cosa che più converrebbe al Regno Unito è a questo punto uscire dalla UE e fare un solo trattato con la UE per la libera circolazione delle merci e gli altri argomenti che gli stanno a cuore. Ma qui spero che Merkel, Hollande e Renzi & co. facciano i duri.
      Altrimenti si indicono nuove elezioni, si fa una campagna elettorale da ambo i lati in cui si calcolano veramente i costi della Brexit, si elegge una nuova maggioranza (laburista o tory europeista) e si torna a Bruxelles con la coda tra le gambe. E, in quell’occasione, Merkel & co fanno rimangiare al nuovo Governo quello che Cameron ha ottenuto lo scorso febbraio dalla UE, quando usava l’arma del referendum per minacciare la UE. Ma qui sono alla fantapolitica. Se fossero italiani lo farebbero, ma sono inglesi e non farebbero mai questo.
      In ogni caso il grosso insegnamento è che non si indicono refrendum su quesiti complessi. Si possono fare referendum su questioni che tutti possono capire: l’aborto, il divorzio, il matrimonio gay, ma questioni così delicate con conseguenze politiche, giuridiche, economiche e finanziarie e che coinvolgono il benessere di milioni di persone non possono essere soggette a volontà popolare.
      Careful what you whish for, insomma!!

      1. Infatti!!! Utilizzare modalità espressive democratiche è sempre auspicabile, ma il popolo ( demos) per esprimere il potere deve possedere consapevolezza…in questi casi complessi dove sono in gioco dinamiche politico/ finanziare, non è proprio il caso utilizzare strumenti messi in mano a chi non è in grado di usarli.
        In ogni caso, modello norvegese o svizzero…o ancora…modello exnovo fatto apposta per Uk….mi auguro che il percorso di studi Cambridge non subisca troppi risvolti negativi…. Mia figlia si iscriverà a gennaio prossimo dopo una decisione maturata in 2 anni!

        1. Scusate, ma vorrei esprimere un garbato dissenso. Come diceva qualcuno, la democrazia e’ il peggior sistema di governo, eccettuati tutti gli altri. Controprova: io non mi sento tranquillissimo sapendo che, a termini di legge, nel nostro ordinamento una Italexit potrebbe essere decisa con una semplice deliberazione del Consiglio dei ministri, senza un voto parlamentare ne’ una legge e tantomeno un referendum…

          1. In questa lettura sono d’ accordo…infatti non è previsto per la nostra Costituzione.

            Tornando ai nostri ragazzi…è un momento veramente difficile….
            ..cercare di anticipare le mosse per fare scacco matto! Penso che l’ unica soluzione sia un’ istruzione ad imbuto che allarghi le risorse e le possibilità!

  7. Sì parla tanto di dare più opportunità ai nostri ragazzi, licei Cambridge, scuole bilingue, meglio il liceo classico o lo scientifico o il liceo con professori più preparati…..ho visto nel mio paese un ragazzo proveniente dal liceo classico vincere i campionati di matematica e uno di estrazione sociale molto bassa vincere i campionati mondiali di scienze naturali a Nuova Dehli proveniente da un liceo del quale si parla molto male. Non penso si tratti di ragazzi super dotati ma di ragazzi motivati e curiosi che sono diventati super dotati. E noi genitori che vogliamo dare tanto ai nostri figli come opportunità di studio, cultura forse possiamo fare poco rispetto alla motivazione di un ragazzo.
    Propongo un post o una discussione, Elisabetta su come aumentare la motivazione e curiosità nei nostri ragazzi, penso sia il motore più importante

  8. Ma scusate perché non facciamo come gli inglesi e non presentiamo una richiesta diretta al nostro caro Renzi che sta trattando con la Merkel per chiedergli di tutelare i diritti dei ragazzi europei nei confronti delle Uni dello UK? Possiamo usare il blog di Elisabetta per sponsorizzare l’evento e raccogliere un numero consistente di adesioni che il Parlamento Europeo dovrà considerare. Non serve a nulla parlare tra di noi e aspettare. Io proverei. Voi cosa ne pensate?

  9. E’ indubbio che la Gran Bretagna è entrata in Europa ostacolando da sempre il processo di integrazione. Forse è un bene per l’Europa che se ne sia andata, sarà compito di Germania , Francia e anche Italia puntare ad una sempre maggiore integrazione. E per noi italiani perdere sovranità è solo un bene. La lingua inglese rimane comunque con l’Irlanda ( anche se la loro lingua ufficiale è il gaelico) e forse con la Scozia. Il processo di integrazione in Europa credo sia inevitabile, speriamo solo che i recenti nazionalismi non lo posticipino troppo.

  10. «La Gran Bretagna era sì un paese importante dell’Unione Europea, ma anche quello che si è opposto più degli altri alle cessioni di sovranità. Con loro fuori, molte cose fino adesso considerate impossibili, diventeranno possibili»
    Sergio Romano

    1. Molto interessante Daniele, grazie di avere postato il link. Comunque io penso che lo UK uscirà a testa alta da questo disastro che ha forse inconsciamente creato. Loro non hanno i problemi economici che ha l’Italia e la sterlina è SEMPRE stata una moneta più forte dell’Euro nonostante tutto. Noi fuori dall’Europa non riusciremmo a sopravvivere. Speriamo che la Brexit porti tempi migliori soprattutto a noi e ai nostri figli che sono sfruttati, disoccupati e in fuga dal loro paese. Così non sarà neppure necessario mandarli a studiare nelle Università Britanniche, potranno frequentare le scuole italiane, crescere con le loro famiglie e lavorare in Italia o nella “nuova Europa”. Io me lo auguro di cuore così mio figlio che vive e studia a Edimburgo da due anni e si sta costruendo un futuro che qui sarebbe stato VERAMENTE IMPENSABILE…. forse tornerà presto nel suo paese. Lui non vive soffocato dagli immigrati e nella sua Università non gli hanno chiesto se era figlio di qualche politico prima di consegnargli i premi che si è guadagnato finora. Però se perdendo lo UK l’Europa rinascerà più forte, meno corrotta e senza ladroni forse anch’io smetterò di sognare di lasciare presto questo paese.

    1. Ahahahah… Umorismo inglese….ma c’ é poco da ridere perché in effetti…. é stato un piano perfetto per la disgregazione della EU!

  11. Buongiorno, questo mio post è diretto, con la massima stima, al prof. De Fraja, di cui ho visionato l’intervento su Sky ripreso da questo sito. A parte le analisi economico-politiche, lui in questo momento è “the man on the spot”, e quindi vorrei chiedergli qualcosa di diverso.
    La prendo alla larga.
    Dovete sapere che, per varie ragioni, io non ero mai stato a Londra fino a pochi anni fa, e nella mia ignoranza me la immaginavo come lo stereotipo delle metropoli, ovvero indifferente ai forestieri, se non apertamente ostile. Il mio stupore fu grande quando, appena uscito da Victoria Station e impacciato nel consultare la mappa, venni avvicinato da un poliziotto gentile e sorridente (che poi rividi l’anno successivo), il quale mi indirizzò verso l’albergo. A partire da questo episodio, realizzai che Londra era davvero una metropoli variegata e multiculturale, in cui basilarmente si badava a lavorare e a star bene.
    Adesso, a dar retta alla stampa inglese, pare che tutto questo non sia più, nel senso che gli stranieri dall’oggi al domani siano diventati sostanzialmente sgraditi. Vengono riportati episodi di intolleranza, e addirittura un quintuplicarsi dei reati in materia di razzismo ed equiparati. Un italiano non può non ricordare i tempi, non lontani, in cui eravamo i “dagoes” o i “wops”. Al professore risultano episodi in questo senso? La cosa potrebbe avere una sua importanza, perché anche se, nell’immediato -o anche in futuro, con una soluzione di tipo norvegese o svizzero- le cose de iure non cambiassero, di fatto potrebbe esser meglio orientarsi altrove.

    1. Francesco, grazie innanzitutto della stima affidatami, che non credo meritare. Il tuo (sorry, sono ormai inglesizzato e uso solo il tu) intervento solleva una serie di punti. In un paese di 60 e passa milioni di persone, è invitabile che ci sia una minoranza di razzisti. Erano razzisti prima, e, penso, moriranno razzisti: la vittoria di Brexit ha legittimato le loro opinioni, per cui si sentono in diritto di dire a fare a voce alta quello che prima solo borbottavano in casa, o al pub con vicini fidati.

      Rimango ottimista e spero che gli episodi di intolleranza (molti rivolti a cittadini inglesi di origine pakistana o indiana, che magari nella UE non ci hanno mai messo piede) finiranno presto. Ero a Londra da turista con mia moglie una settimana esatta dopo il voto, e come successe a te, siamo stati avvicinati un paio di volte mentre guardavamo la cartina con l’offerta di aiuto. Londra è open e cosmopolitana, e lo rimarrà almeno per i prossimi 20 anni almeno.

      Parte del mio ottimismo è dovuto all’atteggiamento dei miei figli, e, soprattutto, dai loro amici. Premetto che vivo nella zona rurale delle midlands, la parte più Brexitista del paese. C’è una apertura mentale molto incoraggiante anche tra questi giovani, molti dei quali non vanno all’università: mentre termini quali f*** o c*** vengono usati tranquillamente, usare n****r (termine offensivo per “african american”) è socialmente inaccettabile. Idem per quanto riguarda usare gay come insulto. La più uncool cosa che si può dire fuori dalla scuola.

      E come dice Elisabetta, punto 5 dell’articolo, anche nel peggiore dei casi chi è qualificato non avrà problemi a immigrare in UK. Ma anche per gli altri. La domanda e l’offerta determineranno che pagherà il costo della maggiore burocrazia che diverrà necessaria per fare il cameriere a Londra per tre mesi d’estate. L’industria turistica ne ha disperato bisogno, e son certo sorgeranno agenzie che prepareranno i visti e i permessi di lavoro che si renderanno necessari.

  12. Ma ci si può anche laureare in Italia e guadagnare prima e meglio di alcuni inglesi con laurea triennale presa ad Oxford.La realtà è per fortuna variegata.

  13. Aggiungo una postilla che può essere utile. Il British Council ha pubblicato un approfondimento su Brexit, di interesse per chi volesse andare a studiare nel Regno Unito.
    Ne copio una parte (sperando che non saltino gli hyperlink contenuti nel testo), il resto lo trovate al collegamento che aggiungo alla fine:

    “Il Regno Unito ospita alcune delle migliori università e centri di ricerca del mondo, rispetto al cui successo giocano un ruolo fondamentale studenti, docenti e ricercatori internazionali. Se avete fatto domanda per studiare nel Regno Unito e siete preoccupati per quello che potrebbero significare per voi i risultati dal referendum qui trovate alcuni suggerimenti per maggiori informazioni.

    – Visitate i siti delle singole università e informatevi su cosa ciascuna di esse sta dicendo del referendum. Potete usare il motore interno di ricerca di UCAS Opens in a new tab or window.
    – Per informazioni sui finanziamenti visitate il sito Student Loans Company, che offre maggiori informazioni nella sezione EU Nationals and Student Finance in England Opens in a new tab or window. e la sezione EU National and student finance in Wales Opens in a new tab or window. per il Galles
    – Controllate anche il sito GOV.UK per informazioni aggiornate, tra le quali le affermazioni di Jo Johnson, Ministro dell’Università e della Scienza Opens in a new tab or window..
    – Visitate anche il sito dell’UK council for international student affairs (UKCISA) e leggete l’articolo EU referendum Opens in a new tab or window.

    Universities UK Opens in a new tab or window. ha inoltre affermato che lo status degli studenti europei che studiano nel Regno Unito con il programma Erasmus non è cambiato e che continuano ad essere eleggibili dei fondi se non altro fino a quando il Regno Unito rimarrà membro dell’Unione Europea e che questo potrebbe essere esteso anche oltre. Inoltre, gli studenti europei che hanno ottenuto un posto nelle università per gli anni 2016-2017 e 2017-2018 non hanno alcun motivo per pensare che venga modificato il loro status migratorio o l’accesso ai finanziamenti per studenti”.

    https://www.britishcouncil.it/chi-siamo/eu-referendum-morning-after-report

Che aspetti? Aggiungi un commento! - Leave a Reply