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L’evoluzione di un bambino bilingue da zero a cinque anni

Questa è la storia dell’evoluzione linguistica di un bambino cresciuto in un ambiente bilingue. Spero possa servire ad altre famiglie bilingui per confrontare metodi e acquisizioni. Certo, ogni bambino, nello sviluppo del linguaggio, fa storia a sé; tuttavia, a prescindere dalla tempistica del singolo bambino, vi sono alcune tappe tipiche del processo di acquisizione di una lingua (che sia l’unica o conviva con altre): la lallazione, le prime parole, l’unione di due parole, le prime brevi fasi.

Per chi non conosce Educazione Globale è forse necessaria qualche informazione di contesto. Io sono una mamma bilingue ma italiana, che ha deciso di crescere il proprio figlio nella lingua minoritaria (nel mio caso l’inglese), mentre il papà ha continuato ad utilizzare l’italiano.

Tradizionalmente, i linguisti consigliano sempre di utilizzare la propria lingua madre con i figli. Tuttavia, esiste una crescente letteratura sui cosiddetti non native speakers, o near native speakers che scelgono di utilizzare “l’altra” lingua con i figli (ne scriverò certamente in futuro). Chi volesse approfondire le motivazioni della mia scelta potrebbe leggere Why do I raise my baby bilingual e anche Bilingualism: 3 children, 2 methods, 1 family; qui, invece, mi soffermo sul “come” piuttosto che sul “perché” sto crescendo un figlio bilingue.

Il contesto ha anche un’altra particolarità, che rende più singolare l’avventura: ho cresciuto le prime due figlie parlando loro italiano e, il terzo, parlando inglese (se qualche linguista vuole studiare il nostro caso è il/la benvenuto/a!).

Oggi, le figlie hanno anche loro una conoscenza near-native dell’inglese, che hanno acquisito grazie ad altri mezzi: scuole bilingui, ragazze alla pari, summer camp all’estero per dirne alcune e anche grazie a qualche input da parte della madre (la sottoscritta). Nei confronti del fratellino, hanno adottato, per loro scelta, un atteggiamento misto: una gli parla più in inglese che in italiano, l’altra parla con lui più italiano che inglese; entrambe alternano.

Nel crescere il terzo figlio usando come lingua veicolare l’inglese ho tenuto una sorta di diario. Ho quindi tenuto nota delle varie tappe linguistiche, man mano che mio figlio sviluppava le due lingue: l’inglese parlato con la mamma e l’italiano parlato con il papà. Quelle che seguono sono le mie annotazioni, un po’ rivedute per renderle intellegibili.

Da zero a 4 mesi

Come ogni neomamma sa, i primi mesi con un nuovo nato sono, dal punto di vista verbale, un lungo ed incessante monologo. Il bambino, in apparenza, mangia, dorme e piange. In realtà dalla nascita comunica, con il pianto e con il corpo. Per i primi 4 mesi mi convinco che la via naturale per la madre bilingue è il bilinguismo e parlo al bambino e con il bambino un pò in italiano e un po’ in inglese. Ancora non ho capito, in questa fase, che usare due lingue è più faticoso che usarne una sola.

Dai 4 mesi

E’ la visita ad una scuola inglese – e la chiacchiera fatta con la direttrice – che mi convince a passare al solo inglese. Lei è molto chiara, in proposito. Mi dice che ha visto casi di non native speakers fallire e altri avere successo. Mi dice, mentre parliamo, “fai quello che senti giusto fare”.  Il giorno successivo abbandono il metodo misto e passo all’approccio OPOL (one person one language o one parent one language). Devo ammettere che, per la prima metà della giornata, ogni volta che apro bocca devo fare mente locale e decidere scientemente di parlare inglese e non italiano. A metà giornata, quella che era una scelta consapevole diventa un automatismo e l’inglese si trasforma nel baby talk, ossia nell’unico mezzo possibile di comunicare con il mio neonato. L’inglese diventa, da quel giorno, la “nostra” lingua. E, sorprendentemente, diventa anche la lingua che mi verrebbe spontaneo parlare con gli altri neonati o bambini piccoli che incontro al parco e persino con gli animali. A casa di un’amica, il gatto mi salta in braccio e gli parlo in inglese. La mia amica, stupita, scoppia a ridere e così anch’io. Oggi, quando ripenso a quel momento, ancora mi sorprende questa scoperta che il codice linguistico è così tanto influenzato dall’abitudine. Eppure non dovrebbe sorprenderci perché il cervello umano cerca l’automatismo, come ho scritto in Perché studiare è faticoso? Quanto alle altre scelte linguistiche, queste ultime si rivelano più semplici. Di pancia, scelgo di optare per l’inglese americano. Pannolino e ciuccio sono diaper e pacifier e non nappy e dummy.

Dai 7 ai 12 mesi

A 7 mesi mio figlio comincia ad andare al nido italiano, con l’orario pieno. Di conseguenza, la sua prima parola è in italiano (“mamma” nonché “amamma”, ossia “la mamma”). Io passo con lui circa 3 ore del pomeriggio, alternando vari giochi. Inizio a leggergli i primi, brevissimi, libri. Gli parlo solo inglese, canto solo in inglese e gli leggo solo in inglese. In questa fase, finché andrà alla scuola italiana, sposto i libri italiani negli scaffali più alti e quelli inglesi/americani adatti ai piccoli, in quelli più bassi.

18 mesi

Continuo a passare con lui buona parte dei pomeriggi. Al lavoro, finito il periodo di allattamento, prendo un anno di part-time “lungo”, che mi consente di prenderlo al nido tutti i giorni o quasi. Gli leggo ogni pomeriggio. Sembra capire i “comandi” e gli inviti del tipo “give it to mommy”,  sia in inglese, sia in italiano. Conto che dice una ventina di parole, la maggioranza in italiano. Soprattutto inizia a dirne alcune, molto ricorrenti, in entrambe le lingue, come ‘ta ‘ta (ciao ciao, pronunciato come fanno i teletubbies) e ba’ ba’ (bye bye). Lo considero un punto di svolta, perché utilizza una lingua o l’altra a seconda del genitore presente, mostrando di aver perfettamente compreso la coesistenza di due codici diversi. Dice qualche parola solo in inglese, come shushi (“shoesy”, che sta per shoes) probabilmente perché io lo vesto più frequentemente di quanto non faccia il papà.

20 mesi

Acquisisce altre parole in inglese (apple, tree, baby) e quando vede un animale ne dice il verso in due lingue, a seconda del genitore presente e, dunque, della lingua usata in quel momento (il cane fa “ba ba” in italiano, “woof woof” in inglese)

23 mesi

Ha ampliato il suo vocabolario in inglese: entrano nuove parole come broken, boy, moon, please, diaper, seal, umbrella, ball, more, bubbles, cow, lai (light), dirty, fish, stroller, hello, water, bus e poi parole mal pronunciate come “coccola” (che sta per chocolate, e l’unione del cioccolato con le coccole mi pare azzeccata!). Non riporto il suo vocabolario italiano perché è assai più ampio.

23 mesi e mezzo (quasi due anni)

Le prime due parole insieme in inglese: big tower.

2 anni appena passati

Per la prima volta esprime concetti matematici, mostrando anche di aver compreso la formazione dei plurali in due lingue. Dice: “two babaus” perché vede due cani. Gioca con un coltellino di plastica e, nel prenderne un secondo in mano, afferma trionfante: “due telli!”. Noto poi che ha cominciato da un mesetto a chiamare se stesso, storpiando leggermente il suo nome. Continuo a leggergli ogni pomeriggio e annoto che riesce a seguire se gli leggo sino a 15 minuti consecutivi (per la sua età, solo 2 anni, stare fermo così a lungo non è poco). Segue anche la storia sul libro illustrato. Se gli chiedo dove sta questo o quello in inglese lui me li indica con il dito. Le nostre letture ricorrenti sono quelle che ho descritto nel Libri in inglese da leggere ai bambini piccoli

2 anni e 2 mesi

Conta da 1 a 10 in italiano e in inglese (ha memorizzato le parole che esprimono i numeri). Comprende i seguenti concetti di numero: one, two, three, many. Vuole formare sempre più delle frasi e questo lo porta, a volte, a mischiare i codici, con risultati a volte molto graziosi: look, l-a bau bau! (guarda, un cane!), ecco-l- a bus! (ecco un autobus!) look la moon -a! (guarda, la luna!), ooh, bello lácchina! (oh che bella macchina!). Forma la sua frase più lunga di sempre: “catheto coccola no good!” (il cornetto con la cioccolata non è buono; nb “catheto” va pronunciato con accento anglosassone e così “coccola”, che è chocolate). Sa comprendere il concetto di contare da 1 a 4 (e lo fa più spesso in inglese). In inglese ora comprende e usa correttamente plurali irregolari (one foot, two feet).

2 anni e 9 mesi

Annoto che ci tiene ad esprimere le sue emozioni. Al papà dice: “Io contento insieme!”

3 anni e 2 mesi

Riporto, a questo punto, che è completamente bilingue italiano – inglese. Un giorno che non ci sono mio marito mi scrive che ha chiesto “papà, come si dice bacteria in italiano?”. L’unica confusione che fa è sulle nozioni di hot e cold, data l’assonanza di cold (freddo) con l’italiano “caldo”.

3 anni e 7 mesi

Inizia ad andare ad una scuola bilingue italiano – inglese. Ma praticamente è l’unico bambino che parla inglese (c’è solo un altro bambino, su 23 che sono in classe, che conosce l’inglese ma lo parla poco).

 4 anni

Un giorno mentre torna da scuola e rovista in un cesto di giochi nella sua stanza, tira su un oggetto e dice “oh, look mummy, I found a binocular!”. Annoto la nuova parola, binocular, che non ho insegnato io al quasi quattrenne e sento chiaramente dall’accento – decisamente British – che l’ha appresa dalla insegnante inglese (io ho un accento tutto diverso, come ho accennato in Bilinguismo: tre cose che non sapevi (e l’ultima è sorprendente). L’insegnante inglese della scuola bilingue è molto in gamba, ma il gioco non vale la candela: gli altri bambini iniziano ora con l’inglese, mio figlio si lamenta che l’insegnante italiana urla e scopro che vicino casa hanno aperto una scuola dell’infanzia con sezione tutta inglese, dunque decido che, per l’anno prossimo, lui cambierà scuola.

4 anni e 7 mesi

inizia la nuova scuola, solo inglese ma con molti italiani. Scuola piccola, vicino casa, comodissima. Mio figlio è molto contento di andare e si trova bene con tutti i nuovi amici, italiani e stranieri. Nello school report, a metà anno, scrivono che sovente fa da traduttore tra gli uni e gli altri.

4 anni e 9 mesi

Annoto un aspetto che mi colpisce: mio figlio è precocemente consapevole delle lingue parlate. Verso i 3 anni ha iniziato a dire alle persone che lui conosce due lingue, inglese e italiano e, verso i 4 e mezzo, se gli chiedono come mai parla inglese, racconta che è perché la mamma da bambina ha vissuto in America. Quello che mi sorprende è che non credo di avergli spiegato queste cose con tanta chiarezza, né gli ho fornito una motivazione da dare al prossimo. Deve averla sentita lui da me. La consapevolezza linguistica non è comunque necessaria al bilinguismo nei bambini piccoli.

5 anni

Andare ad una scuola in cui si parla quasi solo inglese ha rafforzato molto la lingua minoritaria. A questo punto, tiro giù dagli scaffali anche dei libri in italiano. Ora, quando ora prende un libro italiano e mi chiede di leggerglielo, lo faccio, mentre prima, quando era piccolissimo, facevo la traduzione simultanea in inglese. Sembra comunque un bambino interessato alle lingue. In occasione di un viaggio di famiglia a Parigi e grazie a qualche libretto, mio figlio inizia a familiarizzare con il francese. Non intendo trasformarmi in insegnante di lingua, dunque mi limito ad insegnargli qualche parola: bonjour, pardon, oui, anche grazie al fatto che a scuola ha “studiato” la Francia, la Tour Eiffel e la baguette. Ora, ogni tanto, si diverte a fare una scenetta in cui fa il negoziante che vende baguette e s’inventa parole in francese che finiscono tutte in -on come pardon, segno che ha colto qualcosa della fonetica della lingua.

Il futuro

L’anno prossimo inizierà lo year 1 in una scuola internazionale con programma britannico. Sicuramente farà lì tutta la primary school. E’ un’ottima scuola dove, pero’, farà pochissimo italiano. Prevedo quindi che la lingua minoritaria diventerà per lui maggioritaria. Ad un certo punto conterei di reinserirlo nel sistema scolastico italiano o di trovare, comunque, il modo affinché parli e scriva correttamente anche l’italiano… vi farò sapere!

Sei anche tu un genitore bilingue? Se vuoi pormi un quesito scrivimi su twitter (@ElisabetCassese) e cercherò di risponderti in 140 caratteri! Trovi la mia pagina anche su Facebook e, ovviamente, il mio blog è www.educazioneglobale.com.

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Comments

  1. Ciao Elisabetta,
    Questo post mi coinvolge particolarmente. Ho due bambini che ho scelto di crescere in Italia parlando in inglese. Sono madrelingua italiana, ho studiato e lavorato Inghilterra per 15 anni come professionista in comunicazione per il governo inglese. Mio figlio minore, che ha 4 anni e mezzo, da circa nove mesi tartaglia. I logopedisti e gli psicologi che ho interpellato hanno unanimemente concluso che il problema è dato dal fatto che noi genitori comunichiamo con i figli in una ‘falsa’ lingua, non usando la nostra lingua madre (‘la lingua degli affetti) per comunicare le nostre emozioni più vere. In questo modo abbiamo privato il bambino di solide basi per comunicare le proprie emozioni, lasciandolo in un limbo tra due mezze lingue e una gran confusione su quale ‘cassetto linguistico’ aprire quando inizia la frase.
    Ora è vero che io e mio marito parliamo spesso in italiano tra di noi e con i bambini qualche volta un po’ di italiano ci scappa, soprattutto quando fanno qualche marachella! Questo ‘disordine’ linguistico sarebbe deleterio, secondo i professionisti che ho interpellato, in quanto non c’e’ una situazione di ‘una persona, una lingua’ e per di più nessuno di noi genitori è madrelingua inglese. Inoltre mi hanno fatto notare che i bambini stanno crescendo in una vera e propria ‘bolla’, con ben pochi legami con la cultura locale (frequentano una scuola internazionale).
    Se non ci fosse il problema della balbuzie non mi preoccuperei così tanto.
    Sarei veramente curiosa di sapere cosa ne pensi tu Elisabetta e voi lettori di Educazione Globale,
    Grazie!
    Anna

    1. Data la delicatezza della questione, qualsiasi mio consiglio va preso come un confronto tra genitori. Non sono, infatti, né una psicologa né un’esperta di problemi del linguaggio.
      Da quel poco che ho letto, mi pare di capire che il togliere una lingua non sia, di per se’, risolutivo della balbuzie nei bambini bilingui. Questa brochure sintetizza efficacemente i concetti
      https://www.stutteringhelp.org/sites/default/files/Migrate/0110bilc.pdf ) che ho ritrovato anche su documenti più scientifici partendo da google scholar.
      Circa il fatto della “falsa” lingua solo tu e tuo marito potete valutare la questione (o un osservatore esterno che vi abbia visto ed ascoltato in casa). Di sicuro, dai vari libri che ho letto negli anni sul bilinguismo, un po’ di code switching e una sorta di “interlingua” è abbastanza comune nelle famiglie in cui si coltiva il bilinguismo. Tuttavia, cambiare lingua per il rimprovero (o per la manifestazione d’affetto), non è mai una buona idea, perché è proprio in questo caso che viene fuori il nostro io più autentico. Inoltre, se tu e tuo marito avete sempre parlato in italiano tra di voi (da quando vi conoscete) secondo me dovete farlo anche davanti ai bambini.
      La prima cosa che farei se fossi al posto tuo – se non l’hai già fatta – è quella di far valutare tuo figlio in entrambe le lingue, dunque anche da logopedisti madrelingua inglesi (ancora meglio se bilingui), per capire se il problema è generale o riferito ad una lingua (ed anche per sentire una second opinion).
      Spero tanto che qualche logopedista ci legga e possa dare un parere qualificato.

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