consigli e risorse per essere cosmopoliti

Da zero a tre anni: consigli per introdurre i bambini all’inglese

E’ ormai a tutti noto, come ho scritto qui, che il periodo più “fertile” per imparare una o più lingue è quello della primissima infanzia. Se è vero che le lingue si possono apprendere a qualsiasi età, è anche vero che più si va avanti e più è difficile, per via di come si evolve il cervello umano nella crescita.

E’ da queste premesse che muove il messaggio che mi ha scritto Stefano, il papà di due bambine sotto i tre anni. Trovate il suo messaggio nei commenti al post Insegnare l’inglese (o altre lingue) a tuo figlio: a che età iniziare?; lo riporto qui per comodità.

Ecco cosa scrive Stefano: “ciao non ho dubbi che prima iniziano meglio è. I miei “dubbi” sono sul COME iniziare, con bambini piccoli, (e con cosa, con che supporti insomma). Nello specifico caso: età 1 e 3 anni. Al nido/scuola dell’infanzia non fanno attività in inglese. L’onere ricade su noi genitori, che (lun-ven) lavoriamo fino a sera. Piccolo vantaggio: io conosco bene l’inglese (e mi piace parlarlo). Quindi le mie prime domande sono: che STRUMENTI posso usare (=COSA), quando (=COME) e per quanto tempo (minimo per avere risultati e “massimo” inteso come soglia attenzione/non fargli “odiare” questi momenti)? Leggo infatti di tante tecniche (es. guardare cartone animato in inglese) che, secondo me, sono utili se i bambini già conoscono un minimo la lingua (o no? cioè serve guardare un cartone in inglese se il bambino non lo conosce per niente? Da adulto direi di no, ma magari sbaglio); qui il “problema” è come iniziare. La mia idea era appunto di dedicare del mio tempo, per es. nei giorni feriali quando le porto all’asilo, nel weekend più comodamente a casa, per sessioni d’inglese, ma non saprei come e con cosa – suggerimenti?

Punto successivo: personale “esterno” (insegnante di inglese) vale la pena e, anche qui, con che modalità? “Purtroppo” abbiamo già, per la piccola, una baby-sitter brava ma italiana che non parla neanche un minimo inglese. Quindi cambiarla oppure prendere ragazza alla pari non è fattibile. Resterebbe – salvo soluzioni che non ho considerato – solo la “classica” insegnante. La consigliate (in aggiunta al mio “lavoro” di cui sopra) e quanto dovrebbe stare come “ore minime” per avere una concreta validità? Non diventa poi “troppo” l’insegnante, se già io dedico un tempo discreto (che so, 2/3 ore a settimana?). Grazie, Stefano”.

Stefano solleva varie questioni, che cercherò di affrontare una per volta. Sono curiosa di ascoltare anche il parere di chi legge per cui vi aspetto nei commenti a questo post.

 

L’algoritmo del bilinguismo

Intanto è bene sapere che esiste una sorta di formula, un “algoritmo” del bilinguismo. Una lingua da piccoli s’impara per quantità (di esposizione) e amore. Se si ascolta tanto da una persona che si ama, s’impara naturalmente. Per questo motivo o l’impegno è quotidiano o il risultato non sarà il bilinguismo ma semmai una conoscenza fonetica e una familiarità con la lingua che costituirà una buona base poi.

Stando ai libri che ho letto, per diventare bilingue un bambino deve essere immerso in una lingua per almeno il 25% – 30% del suo tempo di veglia (ossia, escluso il sonno). Dunque c’è un “algoritmo” per il bilinguismo anche se vi sono, ovviamente, grandi variazioni individuali. L’ideale per le figlie di Stefano sarebbe l’essere “immerse” in un contesto in cui si parla inglese per circa 3 ore al giorno circa. Crescendo i bambini dormono meno e le ore in cui sono svegli aumentano, ne consegue che l’esposizione esclusiva (o immersione totale) deve aumentare.

E’ importante dire che valgono solo, come “immersione” le interazioni con esseri umani. La televisione in lingua aiuta, ma meno di quanto pensiamo (parlo di bambini piccoli, ovviamente, che, prima dei due anni, non dovrebbero neanche vedere i cartoni animati, ma su questo vedi più sotto).

Questo è il motivo per cui il quadrilinguismo contemporaneo, ad esempio, è difficile da ottenere. Imparare più di tre lingue contemporaneamente è molto difficile. Oltre le 3, sovente la quarta e le successive lingue rimangono fortemente minoritarie, a volte rimangono passive (le si capisce ma non le si parla). Il motivo è intuitivo: non bastano le ore nella giornata per diventare un quadrilingue bilanciato, quantomeno tra 0 e 3 anni.

 

In quale lingua parlare ai propri figli?

I linguisti tradizionalmente sono concordi nell’affermare che un genitore deve parlare la lingua madre (o le proprie lingue madri) ai figli. Tuttavia, esiste una crescente letteratura e anche casistica sui non native speakers, ossia sulle persone che, per qualsivoglia motivo, decidono di usare la propria seconda lingua come codice di comunicazione con i figli. Ovviamente, nel dare consigli a Stefano su un tema così delicato entro in un campo scivoloso, dal momento che non sono né psicologa, né linguista. Molti sono i libri su come crescere i figli bilingui. Ne ho letti vari, ma la mia personale bibbia è Raising a Bilingual Child, della linguista Barbara Zurer Pearson.

Un simile percorso comporta una capacità del genitore di essere (e percepirsi) non artefatto nella sua seconda lingua. Insomma, la competenza linguistica non basta, serve una qualche forma di risonanza emotiva con quella lingua, compresa la capacità di esprimere affetto o riprovazione. Detto in altri termini, un genitore non native speaker deve capire se è in grado sia di “coccolare” i figli nella seconda lingua, sia di essere autorevole e di stabilire dei limiti.

In linea di massima, cambiare il codice linguistico di riferimento da un giorno all’altro potrebbe indurre un rifiuto o potrebbe sembrare qualcosa di artefatto. L’adozione di una nuova lingua ex abrupto potrebbe essere straniante per le figlie, soprattutto la più grandicella, che potrebbe rifiutarla.

La soluzione migliore mi sembra possa essere quella di cominciare con i piccoli passi, anche se all’inizio saranno piccoli i risultati.

 

Un trucco per iniziare: “la scatola della lingua”

Veniamo agli strumenti. Rubo l’idea della “scatola della lingua” ad una mamma che l’aveva adottata per introdurre la figlia allo spagnolo. L’idea è quella di preparare in precedenza una grande scatola con dentro una serie di oggetti, connessi alla lingua inglese ma anche alla cultura inglese o americana o anche irlandese, canadese etc. (a questo proposito è bene fare una scelta, a seconda di dove si è imparato l’inglese, perché essa si riverbera sul vocabolario e sulla cultura).

Gli oggetti da mettere nella scatola possono essere alcuni primi libri, flash cards, cd con nursery rhymes (vedi più sotto), bambole o personaggi connessi con la cultura inglese, dall’orso Paddington a Peppa Pig, una sciarpa o un cappello con i colori della bandiera inglese oppure anche americana e via dicendo. Occorre chiarire, almeno con la bimba più grande, quali sono le regole di questo gioco molto prima di iniziarlo, creando un senso di aspettativa. La regola principale è che, quando la scatola di apre, si entra in una dimensione diversa e papà parla solo in inglese. Con quei giochi si gioca solo in inglese. Quando ci si stanca si rimette tutto dentro, si chiude la scatola e papà torna a parlare italiano. Non ci stiamo inventando nulla, in realtà, la scatola è lo strumento simbolico con cui attuare una classica strategia per il bilinguismo, che si chiama “Time and Place” e di cui puoi leggere sul libro di Barbara Zurer Pearson.

La scatola della lingua è l’escamotage per iniziare: se la cosa funziona, si possono poi trovare altri momenti per condividere la lingua, anche ad esempio nel tragitto verso la scuola, ma sempre facendo attenzione a che la relazione con le bambine non sia falsata dall’uso di una lingua “falsa”. Il tragitto in macchina può essere l’occasione per ascoltare filastrocche o nursery rhymes.

Ma facciamo un passo indietro, ecco, intanto qualche consiglio sugli oggetti da mettere dentro la scatola.

 

Libri

Il primo grande alleato della lingua è la lettura. Ciò vale per la lingua madre ma anche per le lingue successive. Occorre leggere tantissimo ad alta voce. Leggere recitando, facendo voci strane e buffe, scegliendo libri che divertono e da rendere divertenti.

Considerando la tenera età delle bambine, si comincia con qualche libro sugli animali e i loro versi, poi io consiglio sempre i libri di Julia Donaldson, anche perché sono in rima, e i libri della Oxford Reading Tree, la collana per bambini di una casa editrice accademica ed autorevole come la Oxford University Press. Ne ho scritto in vari post e io stessa li ho usati. Sono citati sia in Bambini da 0 a 6 anni: tre regali di Natale in inglese (e non solo) dove, tra l’altro, vi sono anche alcuni giochi e pupazzi parlanti (inglese ovviamente!). Ne ho menzionati altri in questo post e in Libri in inglese da leggere ai bambini piccoli. Ma, ovviamente, ci sono tantissimi bei libri per bambini in lingua inglese, da scegliere nelle librerie in lingua, così  da poterli sfogliare, oppure acquistare online.

 

Canzoni e nursery rhymes

Un altro alleato del bilinguismo, particolarmente con la figlia piccola, possono essere le nursery rhymes, ovvero le ninnenanne e le canzoncine in inglese che i bambini imparano da piccoli e che tutte le mamme inglesi (o americane) hanno nel proprio patrimonio culturale. La mia collezione preferita prevede anche lo spartito: si chiama Wee Sing Mother Goose, disponibile anche in versione MP3 e contiene alcune delle più note nursery rhymes della tradizione inglese arrangiate con molta cura e in modo un po’ moderno per il mercato americano. Molte hanno anche una piccola coreografia di movimenti da cercare su you tube.

 

Cartoni animati, film in lingua e APP per telefonino

Passiamo alla questione dei cartoni in lingua. Come si sarà notato non li ho inseriti nella scatola della lingua, perché manca un elemento importante: il genitore! Le bambine sono piccole; passi per la più grande, ma la piccolina meno cartoni vede e meglio cresce. Sui cartoni ho già scritto nel post Quattro motivi per cui la televisione a scuola proprio non va, là ricordavo che secondo l’Associazione dei pediatri americani sino a 18 mesi TUTTI gli schermi andrebbero evitati (con eccezione delle video telefonate con skype o altri mezzi). Gli esperti raccomandano, poi, che i bambini tra 2 e 5 anni vedano la televisione o altri schermi il meno possibile e comunque che un adulto stia con loro mentre la guardano, spiegando di tanto in tanto quello che vedono. I bambini imparano più parole conversando con mamma e papà che usando un’APP sul telefonino. A volte – è vero – ripetono nomi dei personaggi dei cartoni canzoni e frasi, ma è un sapere molto più effimero di quello che viene loro dall’interazione con le persone. Imparano e dimenticano.

Viceversa, crescendo potranno vedere i cartoni animati in inglese. D’altronde è vero che il 99% dei programmi per bambini nascono negli USA (Disney, Pixar, Dora the Explorer ecc..) o in Inghilterra (Teletubbies, Peppa Pig). Comunque, se proprio schermo deve essere, ecco tre siti ed APP utili allo scopo e non diseducativi: Inglese per bambini dai 3 ai 10 anni: tre siti web gratuiti per giocare ed imparare

 

Le aspettative dei genitori

Una delle difficoltà più grandi è quella di affrontare il fatto che i nostri figli non sono mini versione di noi stessi. Una cosa è introdurre i propri figli ad una lingua ma un’altra è trasmettere una cultura. Dunque sarà importante avere anche figure madrelingua a supportare il percorso linguistico famigliare.

 

I playgroup

Per integrare ciò che le le figlie faranno con il genitore, un’idea potrebbe essere, durante la settimana, di far loro fare un playgroup o iscriverle ad un corso di inglese per piccolissimi. I playgroup, di cui ho scritto in Inglese per i più piccoli: i playgroups sono, appunto, “gruppi di gioco” e sono l’ideale per bambini tra 0 e 4 anni. Ai playgroup si parla sempre, solo ed esclusivamente inglese.

 

I corsi di lingua per piccolissimi

Ultimamente, poi, si stanno moltiplicando le scuole d’inglese specializzate nei bambini piccoli. Io non ho conoscenza diretta di alcuna di queste scuole di lingua, non avendone avuto bisogno per i figli, ma amici e conoscenti me le hanno menzionate.

Alcune hanno sede in varie città, come Kids and us. Altre le conosco perché hanno sede a Roma, ma magari anche altrove (non ho verificato). Ad esempio Kid’s world e Gimboree. A Roma c’è anche una scuola d’inglese per bambini, in cui si può andare il sabato mattina, si chiama Kids Can. Ai più grandi danno anche compiti a casa e dvd da vedere in famiglia. Infine un buon metodo che molte scuole di lingua usano è Hocus and Lotus, un programma educativo linguistico elaborato all’Università La Sapienza di Roma.

 

Esami e certificazioni

Poi, magari a sette/otto anni, si può iniziare a far sostenere alle bambine i primi esami Cambridge (YEL young english learners). Non per il pezzo di carta in se’ (non serve a nulla) ma tanto per capire se l’apprendimento sta procedendo. Ovviamente la prova migliore sarà portarle all’estero.

 

Quando cresceranno: uno sguardo al futuro

Quando si è già introdotta una lingua si possono fare tantissime cose, molte delle quali più divertenti delle lezioni. A seconda del temperamento delle bambine e seguendo i loro interessi, si può scegliere il modo per continuare a coltivare la lingua. Amano lo sport? Ci sono camp sportivi in inglese in Italia oppure in Inghilterra o, se si preferisce, negli Stati Uniti. Ma fermiamoci qua… le bimbe hanno solo 1 e 3 anni…

 

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Comments

  1. Ciao, io sono una mamma non native speaker ma che ha scelto (un po’ per caso) di parlare solo inglese con i propri figli.
    La mia esperienza dice che prima inizi e meglio è. Sia per il genitore sia per i figli.
    Partendo col leggere i primi semplici libretti per bambini il mio inglese è via via migliorato, si è arricchito (anche di conoscenza del mondo inglese/americano/canadese) e mi ha permesso di aumentare il numero e la varietà di parole che uso con loro in modo molto naturale mentre loro crescevano (ora hanno 7 e 5 anni).
    A casa noi abbiamo scelto il metodo OPOL (one person one language) per cui mio marito, che comunque parla e lavora in inglese, non lo usa mai se non per leggere qualche libro su richiesta dei bambini… mentre io parlo solo inglese con loro (tranne in contesti scolastici o famigliari o in compagnia di amici italiani, dove mi sembra di escludere gli altri).

    Ho letto molto attentamente il tuo post (anche per vedere se mi sono servita dei metodi da te segnalati!) e condivido assolutamente i tuoi consigli. I miei figli frequentano una normalissima scuola italiana, e l’inglese lo vivono solo in famiglia (quindi sono fondamentali un po’ tutti i sistemi di cui hai parlato, per farglielo assimilare).
    Aggiungo che dalla mia esperienza ho capito che con i bimbi più piccoli non si deve nemmeno inventare un contesto o un motivo per parlare in un’altra lingua: se lo fai, e lo fai con entusiasmo, loro ti seguono e non si pongono troppe domande. Mia figlia quando aveva 5 anni una mattina si è svegliata e mi ha detto “mamma, io non so perchè… ma quando la gente parla in inglese io la capisco e posso rispondere!”.
    Se si inizia con i bimbi più grandi secondo me, passato un primo periodo in cui vale la pena spiegare loro perchè di colpo mamma/papà decide di parlare anche in un’altra lingua (ottima la strategia della scatola), poi si devono aumentare via via le occasioni per parlare la seconda lingua e non si deve più mettere in discussione che così è.
    Se si ha amore ed entusiasmo per quella lingua, come dici tu, la lingua si trasferisce ai bambini con una semplicità sconcertante.

    Io ho la possibilità di ospitare delle au pair ogni estate, e questo aiuta di certo per dare una mano con la ricchezza di vocaboli, l’accento, l’esperienza che portano con sè, ma anche solo il mio accento non perfetto, il mio vocabolario non completo e la mia assenza per molte ore della giornata, hanno fatto il miracolo: mio figlio a 2 anni appena mi vedeva arrivare da lontano, passava all’inglese con chiunque gli stesse intorno, anche dopo ore passate in un contesto italiano. Il suo cervello stava crescendo bilingue.
    Quando saranno più grandi lavoreremo sui dettagli, magari immergendoli di più in contesti di coetanei inglesi per raffinare la loro proprietà di linguaggio, ma per ora una seconda lingua più grossolana, ma ben radicata, è un ottimo risultato.

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