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Viaggio in Olanda

Ci sono viaggi a lungo pianificati e altri che s’improvvisano all’ultimo minuto. Ebbene, non è detto che i secondi non funzionino più dei primi. Questa estate appena trascorsa, sempre alla ricerca di luoghi non troppo caldi, eravamo indecisi tra visitare alcune zone della Germania e del Belgio dove non siamo mai stati oppure la Scozia o, ancora, l’Olanda.

Alla fine ha vinto l’Olanda e, devo dire, non ci siamo affatto pentiti della scelta fatta. Anche perché, spesso, di questo paese dai cliché ben noti (biciclette, tulipani, mulini a vento…) si finisce per visitare solo Amsterdam che, con il senno di poi, per quanto pittoresca, non è la città più rappresentativa del paese.

Nella seconda metà di luglio ci siamo dunque messi in viaggio per una decina di giorni. Lo schema era volo più macchina, ma con la condizione, da me posta, di non passarci troppo tempo. Questo ci ha portati a tagliare fuori alcune città che avremmo voluto vedere (Utrecht, Groninga, Maastricht ma anche posti come Eindhoven, Lisse e Gouda).

Atterrati ad Amsterdam, ce ne siamo subito allontanati per vederla alla fine del giro, e abbiamo puntato su Haarlem, Leida, Delft, L’Aja, Rotterdam, Den Bosch, Otterlo ed infine Amsterdam. Viaggiando con una delle figlie adolescenti (l’altra non era con noi) e con il terzogenito seienne, il nostro giro ha necessariamente dovuto accomodare gli interessi dell’una e dell’altro, oltre a quelli di noi adulti. Ne è conseguito che abbiamo dovuto saltare qualche museo di arte, puntando sui fondamentali, e inserire qualche detour più appetibile per le giovani generazioni.

Nella nostra prima tappa, ad Haarlem, siamo stati un po’ sfortunati. Arrivati in un orario in cui era tutto chiuso, non abbiamo potuto visitare né il Frans Hals Museum, né la chiesa di San Bavo, ma ci siamo dovuti limitare ad un passeggiata tra i canali e intorno alla chiesa.

Ci siamo certamente rifatti il giorno dopo a Leida, la cittadina universitaria, dove ha insegnato Huizinga, il famoso studioso del medio evo. In piena estate ogni angolo di Leida è delizioso, ogni spazio pubblico è talmente curato che sembra di stare nel set di una fiaba, specialmente per chi viva abitualmente in certe zone d’Italia, come Roma.

Sul mio diario di viaggio ho annotato: “Leida, una strada qualunque: deliziose casette bianche affacciate sul canale, larga pista ciclabile a due sensi. Marciapiede perfettamente liscio. Canale navigabile. Spazio per le macchine ristretto, con senso unico alternato, per favorire biciclette e pedoni. Tutto pulitissimo, curatissimo e pieno di fiori. E, soprattutto, niente buche. Ormai chi viene da Roma posa sul mondo uno sguardo distopico…”

A Leida abbiamo visitato l’orto botanico, forse non memorabile, ma la scusa per una piacevole passeggiata e un altrettanto piacevole pranzo e poi il Museo etnografico, che è il più antico di Europa, saltando il Museo di Arte, chiuso per lavori (dove c’erano i quadri di Rembrandt figlio) e un paio di altri musei children friendly (uno di storia naturale e uno sul corpo umano).

Dopo una cena con Ella, che avevo intervistato in Lavorare, vivere, essere genitore in Olanda: una mamma racconta ci siamo spostati all’Aja, visitando il Binnenhof, il complesso architettonico sede del parlamento olandese e il bellissimo Museo Mauritshuis, che custodisce opere del Secolo d’oro – quel Seicento durante il quale l’Olanda ebbe il periodo di massima fioritura economica, culturale e scientifica – tra cui celebri dipinti come “La ragazza con turbante” di Jan Vermeer (quadro diventato universalmente popolare dopo il libro di Tracy Chevalier “La ragazza con l’orecchino di perla”, da cui poi è stato tratto il film con Scarlet Johansson).

Al Mauritshuis c’è anche un pezzo di storia Tudor (di cui sono grande fan, tanto è vero che ne ho scritto qui). Qui si trova, infatti, il ritratto di James Seymour, terza moglie di Enrico VIII, perché Hans Holbein, il pittore di corte di Enrico VIII, pur essendo tedesco, oltre all’Inghilterra ha vissuto a lungo in Olanda.

Qui si trova anche il noto olio del bambino che ride di Frans Hals. Hals è un pittore del 1600 che gli impressionisti consideravano loro precursore, e basta avvicinarsi alle sue opere per capire perché. Il quadro è un po’ un unicum perché nel 1600 – e per almeno i due secoli successivi – non si ritraevano mai persone sorridenti! Oggi ci pare impossibile non sorridere in foto (per non parlare dei selfie) ma persino nelle foto tra ottocento e novecento e, direi, almeno sino agli anni 30 del ‘900 non si sorrideva: ci si faceva ritrarre seri e dignitosi come nei dipinti di secoli prima….

Tornando al viaggio, il giorno successivo ci siamo spostati a Delft. A Delft siamo incappati nella giornata di gran lungo più calda di tutto il nostro soggiorno, che, del resto, è avvenuto nell’estate in cui un’ondata di caldo eccezionale ha creato problemi dall’Europa del nord al Giappone. Nell’afa, abbiamo visitato le due chiese principali della città natale di Vermeer. A Delft c’è anche un centro culturale sul pittore.

Dopo musei e chiese una giornata è stata dedicata ad una attrattiva importante per i due junior della famiglia: il parco divertimenti di Drievliet. Come se la contrapposizione tra la pittura del ‘600 e le montagne russe non fosse abbastanza marcata, abbiamo soggiornato in un grande albergo sul mare a pochi chilometri all’Aja, passando le serate passeggiando sulla spiaggia e cenando sul lungomare in ristoranti etnici di vario tipo, dal turco al libanese.

E’ stata poi la volta di Rotterdam. Città portuale modernissima, Rotterdam è stata interamente ricostruita dopo la seconda guerra mondiale, quando era stata rasa al suolo dalle bombe. Un po’ Chicago e un po’ una Francoforte olandese, con una skyline di grattacieli di ogni forma, con stranezze come le case cubiche di Piet Blom.

Dal momento che è stato un grande porto, abbiamo visitato il Museo Marittimo di Rotterdam. Chi ama la storia della navigazione deve però tener presente che si tratta prevalentemente di un museo per bambini e ragazzi, dove c’è più da fare che da vedere…

Al Museo Marittimo una sorta di gioco di ruolo portava i visitatori a simulare il lavoro su una piattaforma petrolifera dove abbondavano i problemi, da risolvere sui display in forma di videogames: fughe di petrolio, riparazioni da effettuare, incendi da domare. In altre sale venivano illustrate le cause che determinano il prezzo del petrolio o i problemi geopolitici che caratterizzano i paesi produttori di petrolio.

A mio figlio il museo è piaciuto moltissimo. C’è un playground al chiuso e, all’esterno, sul molo, oltre a varie barche da visitare, c’è anche una barchetta a motore vera che possono guidare i bambini dai 4 (sic!) ai 12 anni. Ho davvero molto invidiato le mamme olandesi di Rotterdam, perché una breve guida alla “Rotterdam with kids” mi ha fatto scoprire che la città abbonda di risorse al chiuso e all’aperto per far giocare i bambini, spesso semigratuite: musei, ludoteche, parchi acquatici, fattorie educative

Il pomeriggio lo abbiamo dedicato al classico giro in barca, per vedere lo skyline moderno di Rotterdam in movimento. Onestamente nulla di entusiasmante, più che l’architettura moderna della città colpiscono le dimensioni titaniche del porto Rotterdam. Per chi è interessato a vedere come si lavora in un grande porto commerciale, questa è l’occasione buona.

Nei dintorni di Rotterdam abbiamo mangiato in uno dei ristoranti più tipici di tutto il viaggio, che si trova in un grande mulino a vento.

Mi è rimasto invece il cruccio di non aver visitato il Museum Bojmans Van Beuningem che custodisce un’ampia collezione di dipinti dei maestri olandesi. (Rubens,  Bosch – sul quale ritornerò Van Eyck, ma soprattutto la Torre di Babele di Pieter Bruegel il Vecchio che, in quanto appassionata di lingue, mi è veramente dispiaciuto non vedere). Il museo ha anche opere di Magritte, Van Gogh, Gauguin, Monet, Tintoretto, Picasso, De Chirico e Dalì. Una ragione per tornare…

Da Rotterdam ci siamo spostati verso una cittadina dal nome quasi impronunciabile: s-Hertogenbosch, anche detta Den Bosch. Per me tappa obbligata in quanto, come amante del surrealismo, amo anche i precursori dell’assurdo, come il pittore Hieronymus Bosch. Chi ha presente i quadri di Bosch sa di cosa parlo: la consueta riproduzione di temi religiosi tipica dell’epoca, dalle vita di santi agli episodi biblici, è trasfigurata in una serie di allucinazioni, personaggi grotteschi, visioni spaventose, creature immaginarie tra l’umano e l’animale in un tripudio di colori in una sorta di realismo fantastico che sembra capovolgere e deformare la realtà come in un incubo. I quadri di Bosch si trovano nei più importanti musei del mondo, dal Prado al Palazzo Ducale di Venezia ed invece, come sovente accade, a Den Bosch non ce ne sono, ma questo non mi ha distolto dal trascinare la famiglia al centro culturale dedicato a Jeronimus Bosch in cui non ci sono suoi quadri ma solo riproduzioni e descrizioni della sua vita e dei simboli dei suoi quadri. In compenso – o forse per questo – il visitor center è praticamene deserto e i figli si sono più interessati alla pittura qui che in uno qualsiasi dei musei visitati.

Da Den Bosch ci siamo spostati in un albergo di Putten nel mezzo del nulla, pronti per andare, il giorno successivo, al famoso Hoge Veluwe park, uno dei posti più piacevoli da visitare in Olanda, per tutta la famiglia.

Hoge Veluwe è il parco nazionale più grande d’Olanda (dunque, per i nostri standard, non enorme..) ma la sua principale attrazione è la possibilità di combinare natura, attività all’aperto ed arte, in una combinazione per molti versi inedita. La cosa migliore, dunque, è dedicarci anche un’intera giornata.

Il parco ha al suo interno paesaggi naturali diversi: bosco, brughiera, prati ma anche dune di sabbia. Soprattutto ha tantissime piste ciclabili, che si possono girare camminando o prendendo una delle 1800 bicilette bianche disponibili gratuitamente al parcheggio del parco. Su questo un punto di attenzione. Le bici bianche all’interno sono gratis dal visitor center e hanno tutte il seggiolino per i bambini piccoli. Per chi ha altre esigenze (ad esempio bambini che sanno andare in bici ma sono troppo piccoli per la bici da adulti) consiglio di affittare online sul sito del parco le blue bikes, che hanno varie possibilità in più: bici da bambini, tandem, bici con carrellino per ospitare 2 bambini e, addirittura, le civilissime ed evolute biciclette con pedana sollevabile, che consentono ad un adulto di portare a spasso anche persone in sedia a rotelle. Colgo l’occasione qui per dirlo: gli unici due luoghi dove ho visto così tante persone in sedia a rotelle andarsene tranquillamente in giro anche per conto proprio, sono l’Olanda e, sorprendentemente, Manhattan, dove persone anziane e con evidenti handicap, salgono e scendono con agio dagli autobus.

Ma torniamo ad Hoge Veluwe. Quando uno si stanca della bicicletta, si può pranzare e visitare, al centro del parco, il Museo Kröller-Müller, con una serie di dipinti di Vincent Van Gogh, ma anche Mondrian, Picasso, Seurat e, nel giardino, sculture di Rodin, Henry Moore e molti altri. La cosa ha del magico; dopo una ventina di chilometri in bici persino i bambini più irrequieti passeggiano per il museo tranquilli e incuriositi, crollando semmai su una delle ampie panche poste al centro di una stanza davanti ad un Van Gogh più colorato degli altri.

Da Hoge Veluwe ci siamo spostati ad Amsterdam, dove abbiamo restituito la macchina noleggiata.

Ad Amstedam noi adulti eravamo già stati un certo numero di volte, ma mai in un periodo così turistico come la fine di luglio ed, onestamente, rimango dell’idea che la città dà il suo meglio in altre stagioni. A luglio la città – come Venezia o Barcellona – è presa d’assalto dai turisti ma, soprattutto, da sciami di adolescenti e giovanissimi attratti dalla sua fama di città maledetta che si riversano nelle vie dello shopping o sulle barche nei canali. Ad ogni angolo c’è qualche ragazzo evidentemente sbronzo e l’odore di marjuana è onnipresente.

Detto ciò la città è sempre pittoresca, con le sue case strette affacciate sui canali, così strette perché nel sedicesimo secolo le autorità olandesi prelevavano tasse dai cittadini basandosi, tra le altre cose, sulla larghezza delle loro case. Per questo le abitazioni – e soprattutto le loro facciate – si sviluppano solo verso l’alto.

Ad Amsterdam abbiamo ri-visitato Rijksmuseum, il principale museo di arte di Amsterdam. Non è il Louvre ma certo a visitarlo tutto non ce l’abbiamo fatta (tenendo sempre presente che giravamo con un bambino e una figlia adolescente), ma vale la pena comunque girare per l’edificio, fermarsi ad ammirare i quadri del secolo d’oro della pittura olandese. Così abbiamo visto La Ronda di Notte di Rembrandt e i due famosissimi Vermeer “La donna in blu” e “La Lattaia”, che ritrae una domestica nell’atto di versare del latte, totalmente assorta nel suo lavoro.

Abbandonati i chiaroscuri dei quadri del ‘600 il giorno seguente abbiamo visitato Nemo, il noto Museo della Scienza di Amsterdam, ideato da Renzo Piano, il posto dove portare assolutamente bambini e ragazzi. Ogni spiegazione qui è in olandese e in inglese. Quattro i piani, più o meno children friendly; interessante, per adolescenti e adulti, la parte sul cervello umano. Penso di aver visitato tutti i musei della scienza e della tecnica dell’Europa e degli Stati Uniti, sono musei che non mi stancano mai, anche se le collezioni e gli esperimenti si ripetono e si copiano a vicenda.

La città ha ovviamente vari altri musei che abbiamo saltato: ad esempio il Museo Van Gogh (perché avevamo già visto Van Gogh all’Hoge Veluwe) e il museo Stedelijk, dove c’è Picasso e Warhol. Assente dal nostro giro anche la casa di Anna Frank, che ormai può essere visitata solo prenotando mesi prima.

Non è mancata una passeggiata per un Vondelpark veramente gremito, il parco cittadino caro agli hippy e un po’ di giro per negozi, compreso Primark, il negozio low cost irlandese dove si fanno ottimi affari.

Ottimi i pranzi in un locale decisamente gotico e non per vegetariani: Cannibale Royale  ha carne davvero ottima, sempre che uno non si faccia turbare dall’ambiente decisamente dark del posto.

L’ultimo giorno è stato dedicato all’Amsterdam Museum, un museo piccolino che mi sono davvero goduta, per una serie di ragioni. Primo perché è un tuffo nella storia di una città, come quello che il Museum of London è per Londra (ne ho scritto in Londra con bambini: cose inusuali da fare). Secondo, perché sono sempre ammirata dalla capacità di certi paesi e certe culture di creare qualcosa dal nulla, specie quando la comparo alle tante bellezze che abbiamo nel nostro paese e che l’Italia non è in grado di valorizzare al meglio. L’Amsterdam Museum è praticamente un non-luogo, privo di grandi opere ma un luogo in cui, genialmente, con un po’ di quello che oggi chiamiamo storytelling è stata costruita una sorta di narrazione multimediale della città. Apposite audioguide in più lingue si attivano con una sorta di QR code davanti a delle placchette disposte nelle stanze, dove viene raccontata Amsterdam dalla fondazione si giorno nostri con particolare enfasi sul secolo d’oro della città. Si tratta di una piccola astuzia che rende il museo particolarmente children friendly.

Il museo ospita anche un laboratorio per bambini (dove si può giocare a Lego o dare suggerimenti sull’organizzazione della città) e un percorso per bambini che ricostruisce la vita in un orfanotrofio di qualche secolo fa (effettivamente l’edificio ospitava in passato un orfanotrofio). Se il tema sembra poco seducente non fatevi ingannare: il percorso nell’orphanage piace molto ai più piccoli ed ha una serie di stazioni (dalla scuola alla cucina, dalla stanza da letto alla stalla) dove si può fingere di scrivere con la penna d’oca o mungere la mucca.

Mi è rimasta anche la curiosità di visitare Microbia, l’unico museo sui microbi al mondo, che forse sarebbe stato divertente (come tirare fuori un museo per descrivere qualcosa che si vede solo al microscopio?).

A chi volesse organizzare un viaggio in Olanda suggerisco di consultare il sito Holland, l’ottima risorsa multilingue con tutto, ma proprio tutto, sull’Olanda.

Come spesso capita, da ogni viaggio esco un po’ cambiata e il viaggio continua la sua influenza ben oltre la sua fine. Così, anche una volta tornata mi sono rimaste curiosità e domande su alcuni aspetti della civiltà olandese. Ad alcune di queste domande ha risposto un libretto curioso, sull’Olanda e gli olandesi: l’autore si chiama Ben Coates e il libro è intitolato Why the Dutch Are Different. Ma questo lo lascio ad una prossima puntata…

 

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Comments

  1. Ciao Elisabetta, leggo sempre con curiosità i tuoi argomenti! Ti scrivo perché quest’estate anche noi abbiamo trascorso 10 giorni in Olanda e ne siamo rimasti piacevolmente stupiti! Abbiamo deciso di noleggiare una barca privata che potevamo guidare senza patente e i paesaggi e la lentezza dei nostri percorsi sono convinta rimarranno in noi e nei bambini per molto tempo! Questo oltre al divertimento ogni volta che dovevano affrontare una chiusa o un ponte che si sollevava per il nostro passaggio! Arrivare nelle cittadine o anche ad Amsterdam e dormire nelle Marine piuttosto che parcheggiare ai lati dei canali come fosse una macchina è stata davvero una esperienza entusiasmante! Aggiungo anche alle mete che abbiamo visto le isole Frisone ed in particolare Texel patrimonio unesco per il paesaggio con spiagge a perdita d’occhio spazzate dal vento e foche che riposano sui bagnasciuga. I nostri bambini (10 e 6) hanno definito la pesca dei gamberetti su un autentico peschereccio (per niente turistico …e questa era la nostra paura più grande!) una delle esperienze più belle di tutti i nostri viaggi! E anche le fattorie didattiche di texel meritano veramente il viaggio!!! Ps. I miei bambini frequentano la scuola francese di Firenze e nella mia scelta molto hanno influito anche le letture dei tuoi post, grazie Francesca Santi

    1. Ciao Francesca! Allora non sono l’unica ad essere stata “piacevolmente sopresa” dall’esperienza olandese… grazie del tuo racconto…ora ho altri suggerimenti per vedere le varie cose che ancora non ho visto di quel paese.

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