consigli e risorse per essere cosmopoliti

Come l’economia ci può aiutare a pensare (e a vivere) meglio

Quando si parla di economia alcune persone pensano subito a qualcosa di noioso o di arido; ad altri la sola parola “economia” evoca scenari di disgrazie, crisi e tentativi di porvi rimedio.

Ma la scienza economica non è solo lo strumento che consente la gestione razionale del denaro e l’allocazione ottimale di qualsiasi risorsa scarsa, essa può anche offrirci una serie d’insegnamenti, concetti e strumenti per pensare in modo razionale, per decidere meglio e, dunque, per vivere meglio. Del resto, come è noto, la scienza economica nasce dalla filosofia.

Alcuni di questi insegnamenti, concetti e strumenti provengono, più in particolare, dall’economia comportamentale (sviluppata da Richard H. Thaler) e dalla confluenza tra economia e psicologia (resa famosa da Amos Tversky e Daniel Kahneman, di cui ho già scritto in La scelta della scuola e i vizi cognitivi che non ci aiutano a decidere).

Tra i molti insegnamenti della scienza economica, ne ho selezionati tre. Avverto che la mia selezione è totalmente personale e arbitraria: è quello che da non-economista ho imparato frequentando, ascoltando e leggendo chi di scienza economica si occupa tutti i giorni.

 

1. Being data driven: ovvero come distinguere le opinioni dai fatti (e vivere meglio!)

Il primo insegnamento utile che viene dall’economia è quello di essere “data driven”. L’espressione, tradotta letteralmente, vuol dire “guidati dai dati”.

Ma quali cose devono essere guidate dai dati o, meglio, basate su dati? Ebbene, innanzitutto le nostre affermazioni. Non possiamo fare affermazioni vere se queste non sono basate su fatti. Distinguere le opinioni dai fatti è quindi fondamentale per ragionare meglio, eppure, per quanto si tratti di una banalità, è un principio che tutti disattendiamo quasi quotidianamente.

Un fatto è una dichiarazione che può essere dimostrata vera o falsa, raccogliendo e comparando dati ed altre evidenze. Un’opinione è un’espressione dei sentimenti di una persona che non può essere dimostrata. Possiamo esprimere opinioni riguardo a qualsiasi cosa, ma sempre distinguendole dai fatti; invece, spesso, confondiamo le prime con i secondi. Oppure affermiamo con forza la nostra opinione, come se fosse un fatto.

Chiariamo la questione con un esempio concreto. Io ho tre figli. Per questo motivo, frequento moltissime altre famiglie con bambini e ragazzi dell’età dei miei e, magari frequento meno assiduamente amici di un tempo che non hanno figli. Poiché la maggior parte delle persone che vedo hanno almeno due figli (e taluni anche tre o quattro), potrei pensare che il bilancio demografico italiano sia almeno in pareggio. Guardando ai dati demografici, invece, so che non è così.

Intorno a noi le persone più varie, dal tassista al politico, fanno le affermazioni più disparate, purtroppo non sempre suffragate dai dati. C’è chi afferma che l’economia italiana è florida (ma ha letto i dati della Banca d’Italia?), che la violenza sulle donne è colpa degli immigrati (ma ha verificato i dati Istat sulle violenze in famiglia e quelli sulla criminalità?), che la scuola superiore italiana è la migliore del mondo (ma ha letto le classifiche OCSE PISA sulla literacy e la numeracy degli studenti italiani rispetto a quelli di altri paesi?).

Fare attenzione a non confondere le opinioni con i fatti mi ha reso più attenta nelle conversazioni e più cauta nelle affermazioni. Ci avrà fatto caso chi mi legge, che spesso, su questo blog, vi sono più domande che affermazioni.

Se tutti provassimo a distinguere le opinioni dai fatti, se tutti andassimo a verificare i dati, probabilmente circolerebbero meno fake news. Ma come si fa? Nessuno di noi ha il tempo di fare fact checking su tutto.

Tuttavia non serve essere esperti di tutto per essere data driven. E’ sufficiente, avere buone fonti. Io non so tutto sui vaccini, tuttavia poiché credo nei progressi della scienza, mi fido di quello che la scienza medica afferma, se non altro perché è basata sul metodo scientifico (osservazione, ipotesi, misure e sperimentazioni per verificarne la correttezza, convalida o rigetto dell’ipotesi di partenza). Ovviamente anche la scienza medica può sbagliare e correggersi, ma almeno lo fa sempre usando il metodo scientifico.

E poi, ogni tanto, sarebbe il caso di fare propria l’affermazione socratica per eccellenza e ammettere di non sapere.

 

2. Correlation does not imply causation: ovvero attenzione che non tutti i nessi sono causa-effetto

Il secondo insegnamento che ci viene dalla scienza economica è la distinzione tra correlazione e causalità. La maggior parte delle persone confondono i due concetti su base quasi quotidiana. Io ci sono cascata per anni (spoiler: non ho studiato statistica), almeno fintanto che alcune letture non mi hanno aperto gli occhi.

La correlazione si riferisce ad una relazione tra due (o più) variabili che cambiano insieme. La causalità si riferisce ad una relazione tra due (o più) variabili dove una variabile causa l’altra.

Nella maggior parte dei casi le correlazioni ci inducono in errore. Solo perché sembra che un fattore stia influenzando l’altro, non significa che ciò sia vero. Quindi meno informazioni abbiamo e più ci fermiamo alle correlazioni, scambiandole per causalità.

E’ complicata? Forse no, facciamo un esempio. E’ tuttora opinione di molti (anche di molti stimati intellettuali) che il liceo classico sia ancora il migliore percorso di studi, il più selettivo modo di preparare le élite, perché proprio tra gli intellettuali e tra le persone che hanno avuto più successo professionale in alcune generazioni c’è stata un’altissima percentuale di persone che avevano fatto studi classici.

In realtà le persone che fanno questa affermazione prendono per causalità (“il liceo classico è la scuola migliore perché da lì sono usciti i migliori”) quella che è una mera correlazione (i migliori hanno fatto il liceo classico). Poiché nessuno ha misurato le capacità degli studenti del liceo classico in entrata e in uscita, comparandole a quelle (in entrata e in uscita) degli studenti di altri percorsi liceali, in realtà non si può affermare nessun legame di causa-effetto, ma solo una correlazione (per inciso: ho fatto il classico anch’io).

Insomma, quando due cose nella nostra esperienza empirica sono correlate – per esempio mangiare carote ed essere magri – si pensa che esse abbiano automaticamente un legame di causa-effetto (= mangiando carote si diventa/rimane magri).

Quando si comprende la differenza tra causalità e correlazione ci si rende conto che i due fenomeni vengono spesso confusi e addirittura che molti “esperimenti” nelle scienze sociali e psicologiche non sono in grado di distinguerne gli effetti. Ci si rende conto, tra l’altro, che moltissime affermazioni nelle nostre conversazioni quotidiane sono indimostrate o indimostrabili.

Conosco una ventenne che suona il violino da quando era bambina ed è molto brava. I genitori sono musicisti. Potrei dire che è diventata brava perché sente musica classica in casa da quando è nata, oppure perché è cresciuta con degli strumenti in casa e le è venuta la curiosità di suonarli. Però tutte queste sono solo correlazioni. La verità è che non so qual’è la causa o se c’è una sola causa. Quindi non so se c’è un legame di causalità o se c’è semplicemente una correlazione tra il fatto che ha strumenti in casa e il fatto che suona. Un pedagogo disattento potrebbe affermare che la precoce stimolazione musicale ha portato la ventenne a sviluppare il suo talento in questo campo,ma la verità è che sappiamo che c’è una correlazione ma non sappiamo se c’è causalità e dove risiede, che cosa è cultura e che cosa è natura. Infatti la ragazza condivide anche un patrimonio genetico con i genitori, il che potrebbe anche implicare (o no?) che magari ha una predisposizione musicale di tipo genetico.

3. Ignore the sunk cost: ovvero non piangere sul latte versato!

La terza nozione che viene dall’economia riguarda i sunk cost ossia la nozione di costo irrecuperabile e il nostro atteggiamento psicologico verso di esso.

I costi irrecuperabili (sunk perché “affondati”) sono quei costi in cui si è già incorso e che non possono essere recuperati in alcuna maniera significativa. Uno degli errori che più spesso le persone fanno è quello di non riuscire ad ignorare i costi irrecuperabili afferma Richard H. Thaler (in uno dei podcast di Freakonomics).

L’inventore dell’economia comportamentale (e autore del famoso libro Nudge La spinta gentile, la nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità) fa questo esempio: sono al ristorante dove ho fatto un lauto pasto. Alla fine decido di prendere anche il dolce. Ne mangio un boccone e mi accorgo che sono piena. Mangiarne la parte restante non mi farà riavere i soldi che ho speso ordinando il dessert, ma la maggioranza delle persone finisce il dolce controvoglia, solo perché lo ha pagato, ignorando quindi l’indicazione degli economisti di non pensare ai costi irrecuperabili.

Altro esempio. Hai comprato il biglietto per un concerto per 200 euro. La sera del concerto ti ricordi che hai un documento di lavoro da scrivere per il giorno successivo. Devi prendere una decisione: andare al concerto o finire il tuo incarico, che ti angoscia non poco. I 200 euro pagati per il biglietto sono un costo irrecuperabile e non dovrebbero influenzare la tua decisione. Moltissime persone, anche prese dall’angoscia per il lavoro da completare, sceglierebbero di andare al concerto, magari senza goderselo appieno e preoccupandosi per il domani, solo per “mettere a frutto” la spesa in cui sono incorse e anche si tratta di costi comunque irrecuperabili.

Un altro esempio ancora: uno studente deve fare la tesi di laurea. Con l’aiuto del professore sceglie un argomento. Quando ha raccolto del materiale, si accorge che l’argomento non lo appassiona per niente. Continua però la tesi su quel tema, in funzione del tempo che ha già “sprecato”.

Così facendo, ci sono persone che sono andate avanti nella vita facendo cose o imboccando strade che non le interessavano, solo perché avevano cominciato e non volevano “perdere” quanto già intrapreso! Questo fenomeno si manifesta molto più spesso di quanto ci rendiamo conto; l’invito ad ignorare i costi irrecuperabili è spesso disatteso se anche il guru del marketing Seth Goding dice che è la regola più importante che si impara nelle business schools è appunto di considerare solo cosa succederà in futuro, non quali investimenti hai fatto in passato.

Non confondere le opinioni con i fatti, distinguere correlazione e causalità, sforzarsi di ignorare i costi irrecuperabili: queste sono le tre lezioni che ho imparato dalle scienze economiche e che cerco di ricordare ogni giorno. Ogni tanto sbaglio. E poi ci ripenso. E voi?

 

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Comments

  1. Da laureato in economia, condivido i tuoi punti. Purtroppo l’economia non è una scienza perfetta (alcuni neanche la ritengono una scienza in assoluto!), altrimenti crisi e problemi vari verrebbero affrontati senza errori e a prescindere da valutazioni extra economiche. Insomma, non è come prendere un’aspirina per il raffreddore! Detto questo, in assoluto credo che il problema sia di scarsa razionalità dei nostri ragionamenti in primis da genitori iper protettivi oppure iper competitivi (o entrambi ….) che studiano poco e si documentano ancora meno. Grazie per gli spunti.

  2. Io aggiungerei una massima che viene non dall’economia, ma dai servizi d’informazione. Se si tratta di discutere di un argomento al bar, va bene documentarsi su un sito web o su un libro che siano seri. Ma se si tratta di prendere una decisione, bisogna andare sul posto, osservare e riferire.

  3. Carissima Elisabetta
    Io ho studiato economia (ormai più di 25 anni fa) e anche statistica e sono d’accordo con il fatto che queste discipline possono (come tante altre del resto) aiutare a “migliorare la vita”. Ho visto che in diversi tuoi interventi citi spesso l’economia comportamentale, una delle “frontiere” della ricerca della microeconomia, cioè della parte della disciplina economica che si occupa di analizzare le scelte degli individui e la loro influenza sui mercati dei beni e dei servizi.
    Ma accanto alla microeconomia esiste la macroeconomia cioè la specialità che si occupa del livello di produzione (cioè il mitico PIL) e quindi di reddito di un paese o addirittura di tutto il mondo, dell’inflazione e della occupazione.
    La macroeconomia non gode di buona stampa perché utilizza modelli (esattamente come le previsioni del tempo) che generano aspettative che poi possono venire disattese e nella storia recente l’imperdonabile delusione generata da questi modelli è stata quella di non riuscire a prevedere la crisi finanziaria del 2007-2008 e soprattutto la durata della seguente recessione.
    Tuttavia, anche se i modelli non sono predittivi sono tutt’altro che inutili: illustrano gli impatti di fenomeni che hanno forte impatti sulla vita di tutti i giorni: se si stampa troppa moneta si finisce con creare l’inflazione che riduce la quantità di merci che possiamo comprare con i nostri salari e può intaccare anche il valore dei risparmi accantonati, se esportiamo troppe poche merci dobbiamo importare investimenti dall’estero sennò abbiamo un deficit verso altri paesi e allora la nostra moneta si svaluta e ci costa un sacco viaggiare o studiare all’estero…
    Molte sono le risorse che possono fare luce sulla macroencomia e sulle conseguenze nella nostra vita personale dei “fenomeni macroeconomici” anche per non esperti [qui una delle tante classifiche https://www.intelligenteconomist.com/economics-blogs/”%5D. Personalmente cerco di selezionare le fonti e preferisco quelle “collegiali” a quelli dei “guru- star”: dai blog delle grandi istituzioni [esempio: L’economia mondiale il 5 grafici (https://blogs.imf.org/2018/12/20/5-charts-that-explain-the-global-economy-in-2018/%5D, alle associazioni di professori universitari che danno spazio anche a giovani ricercatori [esempio: La recessione mondiale che non c’è (https://www.lavoce.info/archives/57134/la-recessione-mondiale-che-non-ce/ ] ai veri e propri centri di ricerca [Economic uncertainty and fertility cycle (https://voxeu.org/article/economic-uncertainty-and-fertility-cycles ).
    Forse leggendoli si conosceranno anche tanti nomi di professori e le loro università di affiliazione così aiutando i figli che proprio vogliono fare economia si avrà una maggior cognizione di dove “farli atterrare”.
    Spero utile
    PS da notare quanti nomi italiani nei vari blog … molto spesso affiliati a prestigiose istituzioni estere … molti come me hanno studiato economia oltre 25 anni fa e non sono più tornati…

    1. Cara Ale, hai perfettamente ragione. Lavorando dove lavoro conosco bene l’importanza della macroeconomia, che, del resto, impatta sulle condizioni di vita di tutti. Io penso che non goda di buona stampa non solo perché può non azzeccare le previsioni o fornire ricette sbagliate, ma più semplicemente perché è più difficile da comprendere per i non addetti (mentre l’economia comportamentale ha a che vedere con le nostre scelte individuali).
      Grazie della piccola rassegna di fonti tramite i link che hai citato. Aggiungo anche http://noisefromamerika.org/ dove non si discute solo di Economia, ma che è sempre interessante per via del tentativo di fare solo affermazioni data driven….
      Magari chissà, in futuro farò un post anche sui siti più interessanti di economia macro e micro for dummies. Grazie del tuo contributo

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