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Il futuro passa anche per il credere in qualcosa (e agire di conseguenza)

Normalmente su questo sito non ​scrivo di fatti contingenti: Educazione Globale non è un quotidiano, né un blog di cronaca. Del transitorio preferisco non scrivere, e poi c’è chi​ esercita​ ​il giornalismo di mestiere che lo fa meglio di me. Ma come tacere di un movimento globale e di un’istanza collettiva che ci coinvolge tutti?

Ieri un milione di persone – in maggioranza ragazzi – hanno riempito i nostri luoghi pubblici. IlGlobal Strike For Climate, lo Sciopero Globale per il clima, ha visto sciamare per le piazze italiane ​ragazze e ​ragazzi con le guance colorate di verde e con cartelli e striscioni dai messaggi provocatori ma efficaci, come “ci avete rotto il clima”. E’ accaduto in tanti altri luoghi​.​ ​I​n Italia non è la prima volta e non penso sarà l’ultima. Lungi da me tediare oltre ​chi mi legge con ​i f​atti​.​ Se ne scrivo, dunque, non è per registrare la cronaca, ma per fare qualche considerazione, anche indotta dall’incredibile livore che questa manifestazione e, soprattutto, il meccanismo che ha scosso milioni di giovani in tanti paesi, ha innescato in tanti.

Il grande movimento che chiede più certezze per il futuro del pianeta lo ha innescato, come tutti sappiamo, una sedicenne svedese, ma il trigger, l’innesco, (o il tipping point, per citare un libro di Malcom Gladwell) poteva anche essere anche un altro.

Come molti, ho letto e ascoltato i fiumi d’odio che si sono riversati su Greta Thunberg.  Nulla vieta di criticare i minorenni quando questi diventano personaggi pubblici, ma pensavo che le lezioni della storia avessero stabilito un limite morale a ciò che è accettabile dire. Invece, come è capitato nei mesi scorsi a proposito di persone disperate e migranti di terra in terra, sembra vi sia un diffuso desiderio di odiare e di diffondere odio.

Per questo motivo, sento il bisogno di fare alcuni considerazioni, anche se non saranno né originali, né sofisticate. Anzi, sono volutamente semplici ma, spero, razionali.

1. La sedicenne svedese potrà non essere simpatica, ma non è quello l’obiettivo che si propone (del resto la sindrome di Asperger non aiuta certo nell’espressività, che è uno degli aspetti che spesso innesca un processo empatico negli altri);

2. La sedicenne svedese potrà essere troppo radicale (non acquista che lo stretto necessario, è vegana, ha rinunciato all’aereo etc..), ma ​occorre riconoscere ​che ​ben pochi attivisti e politici hanno mai dimostrato un tale tentativo coerenza tra i propri principi e il proprio stile di vita;

3. La sedicenne svedese potrà avere più domande che risposte, ma per avere le seconde occorre almeno formulare correttamente le prime. Le risposte le troveranno, con il metodo scientifico e forse per tentativi ed errori, coloro che si occupano professionalmente di scienza. Le risposte dovranno trasformarle in programmi coloro che si occupano professionalmente di politica. I programmi dovranno trasformarli in norme di diritto coloro che si occupano professionalmente di discutere, redigere, attuare e applicare le norme (Parlamenti, Governi, Magistrature, ciascuno nell’ambito delle proprie funzioni, secondo i principi esposti da Montesquieu);

4. La sedicenne svedese potrà aver tediato o irritato, però intanto è riuscita a sensibilizzare tanti giovani – ​ossia proprio di chi continuer​à ad esserci per gli anni a venire – mentre nessuno degli adulti c’era riuscito. Inoltre, così facendo, sta costringendo politici e law makers a considerare il cambiamento climatico e la tutela dell’ambiente temi centrali del dibattito pubblico;

5.  I ragazzi che sfilano con slogan semplici e favolosamente instagrammabili ​potranno essere ignoranti o superficiali e, magari, predicare bene e razzolare male. Può darsi che fosse più facile ritrovarsi in piazza che nella solita classe. Può darsi che quei ragazzi​, idealisti radicali in piazza​, continuino ad essere​​ ​consumatori reali in casa, ma intanto si sono schiodati dagli smartphone e alzati dal divano (il riferimento è a “Gli sdraiati“), hanno fatto sentire la loro voce e, tra critiche e plausi, hanno scosso dal torpore tanti altri;

6. Tutelare il pianeta senza minacciare il benessere economico, per chi ce l’ha o cresce “per convergenza” – e senza passare ad una decrescita infelice –  sarà un’impresa titanica. Se non si vuole abbandonare l’economia di mercato, implica il ripensamento di un intero sistema di mercato basato sulla crescita e il consumo di beni “a tempo”, con la sostituzione (almeno) di beni “a tempo” biodegradabili al 100%, che non inquinino aria, terra ed acqua per migliaia o milioni di anni. No, non è facile e nemmeno immediato, ma non tentare pare peggio, non vi pare?;

7. Sfilare e parlare non serve a nulla – sento dire – ma leggere e agire forse si. Ecco, allora cominciamo a leggere. Io penso di aver identificato alcune fonti attendibili.

Chiedo ai molti amici scienziati di valutare le mie scelte e, se serve, aggiungere un commento sul blog Educazione Globale (non sui social dove, forse, leggerete questo post) per confutarle o integrarle:

Poiché il clima ci influenza tutti e su questa terra tutti viviamo, trovo che sia meglio cogliere quest’occasione per documentarci, riflettere, studiare o discutere, se non per agire nel quotidiano, in modo individuale o collettivo. Ognuno come può. Il futuro passa anche per il credere in qualcosa (e agire di conseguenza).

​Poi, certo, non è ancora chiaro se la sedicenne svedese, oltre che una persona e un simbolo, sia anche – in qualche modo – uno strumento nelle mani di qualcuno (avanzo il dubbio, non sono complottista). E aggiungerei che l’ambientalismo facilone è meglio evitarlo.

Di utopisti sconclusionati nel dibattito pubblico ce ne sono anche troppi.  Anche l’ambientalismo deve essere “sostenibile”, sotto il profilo scientifico ed economico. Il processo che si è innescato, pur con i suoi limiti, va preso per il suo aspetto positivo: quello di aver messo finalmente al centro dell’attenzione mediatica globale il tema della sostenibilità ambientale dello sviluppo.

 

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