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Tra gioco e dibattito: a parlare in pubblico si impara da bambini (e da adulti)

C’è un’abilità che è importante ad ogni età, per interagire con altre persone, per esporre le proprie idee (o argomentare su quelle esposte da altri), per difendere i propri diritti e anche per esprimere le proprie emozioni.

Si tratta di una capacità importanteper per i bambini e per gli adulti, sia scuola, sia al lavoro: è la capacità di parlare in pubblico, in tutte le più varie accezioni di “pubblico” che si possano concepire.

Parlare ad altre persone (o davanti ad altre persone) è qualcosa che ognuno di noi è portato a fare nella vita, sin da bambino. Può trattarsi di leggere un libro ad alta voce in classe, di esporre una lezione, di partecipare a un’assemblea e, crescendo, di discutere una tesi, di fare un colloquio di lavoro, di prendere posizione in un contenzioso o in un dibattito politico. È probabile crescendo che, qualunque attività o professione si scelga, parlare in pubblico sarà parte integrante delle abilità richieste. Che si tratti di presentare una nuova idea imprenditoriale, presentarsi a una sala riunioni, fare un discorso o fornire risposte a un panel di intervistatori, uno studente che ha terminato la scuola dovrebbe avere sufficiente fiducia ed eloquenza per esporre una tesi in modo chiaro, anche se non è un oratore brillante e non fa teatro.

C’è chi sembra avere un dono naturale nei confronti della comunicazione orale (ma non sempre sa argomentare con razionalità!) e chi, invece, preferirebbe scrivere, perché ha una sorta di rallentamento tra capacità d’ideazione e reattività nella verbalizzazione. In ogni caso, però, saper parlare in pubblico, presentare e sostenere le proprie idee ad argomentare basandosi su fatti/dati e non solo sulle opinioni è utile sempre. Così utile che è forse il soft skill più importante per il futuro (come ho già argomentato in Scegliere la scuola e la formazione dei figli pensando al domani).

La scuola non sempre aiuta, però, a cimentarsi con tutti i registri del parlare in pubblico. Spesso prevale l’aspetto del preparare la lezione e ripeterla (un po’ a pappagallo, notano alcuni) durante l’interrogazione; più limitati sono gli spazi dedicati al vero e proprio dibattito.

 

Cosa è un dibattito?

Nelle scuole anglo-americane, ma soprattutto nel sistema scolastico ed universitario britannico, il debating ha un ruolo importante. Nelle brumose serate inglesi, all’Oxford Union, l’assemblea degli studenti oxoniensi dove si svolgevano rigorosi dibattiti, sono spesso rimasta incantata dalla straordinaria capacità argomentativa di molti miei coetanei. Ma, ovviamente, nessuna cultura è in assoluto detentrice di questa abilità: gli inglesi più colti hanno fatto quello che da sempre riesce loro meglio, ossia dare forma e regole e, soprattutto, tramandare una tradizione millenaria. A ben vedere, infatti, il debating non è altro che la modulazione moderna della retorica e della logica argomentativa greco-romana.

Qualcosa però si muove anche da noi. Alcuni licei stanno introducendo il debate come progetto, per consentire agli studenti che lo desiderino di partecipare alle olimpiadi di debate: tuttavia sarebbe bene che diventasse un insegnamento stabile, cosa che non si può chiedere di fare agli insegnanti di ruolo, già carichi di altre incombenze.

Come si fa un vero dibattito? Scordatevi le assemblee studentesche – anche se sono un’utile palestra di vita per qualcuno – e soprattutto i talk show italiani: il dibattito ha le sue regole.

Si può dibattere su qualsiasi argomento: filosofico, scientifico, di attualità, purchè siano riconoscibili posizioni opposte da sostenere. Nel dibattito s’impara a sostenere una tesi e a controbattere a quella altrui, in un confronto aperto e rispettoso dell’interlocutore. Gli oratori devono essere in grado di portare le argomentazioni più adeguate in vista del proprio scopo, rispettando le regole assegnate e senza poter interrompere l’altra parte.

Una volta scelto l’argomento, le squadre o i singoli “debaters” si preparano sul tema scelto. Il dibattito vero e proprio può avvenire anche in un secondo momento. Alcuni esempi di tema: “E’ giusto mangiare proteine animali?” “E’ giusto legalizzare le droghe leggere?”, “Per quanto riguarda le fonti di energia, è meglio investire nella ricerca sul nucleare o su fonti rinnovabili?”.

Ogni gruppo deve prepararsi sia a sostenere una tesi. Ognuno ha un tempo prestabilito (e non può essere interrotto) per sostenere la propria posizione, poi c’è il discorso finale – anch’esso “a tempo” – in cui è vietato introdurre nuovi argomenti: ci si deve limitare a sostenere la propria tesi e a puntualizzare i passaggi più salienti del dibattito. Lo schema del dibattito può variare ma è fondamentale stabilire le regole ex ante e seguirle.

Se il dibattito è organizzato bene, bisognerebbe addirittura spingere le parti a sostenere una tesi contraria alle proprie convinzioni o ai propri principi, perché lo scopo non è decidere chi ha torto o chi ha ragione (spesso è difficile determinarlo), ma chi ha argomentato meglio. Caratteristica essenziale del dibattito, infatti, è la possibilità di essere chiamati a difendere opinioni in contrasto rispetto a quanto si pensa effettivamente, chiedendo quindi allo studente una forma di flessibilità mentale e di apertura alle altrui visioni tanto più necessaria in tempi di aprioristica difesa ad oltranza delle proprie posizioni.

 

Parlare in pubblico: un’abilità da sviluppare sin da bambini

Sono tanti i bambini che hanno problemi nell’esposizione orale, sia per timidezza, sia per la difficoltà di dare un ordine alle proprie idee. La cosa è paradossale, dal momento che, nella scuola italiana, buona parte delle verifiche sono orali e non scritte. Pertanto, lo sviluppo di una certa capacità retorica è fondamentale.

Anche la vita familiare è fondamentale per incoraggiare bambini e ragazzi a discutere delle questioni e dei problemi che li riguardano o che sono alla loro portata. L’abitudine di discutere a cena, tutti insieme, li può aiutare a sentirsi meno impacciati quando si dovranno esprimere in un ambiente nuovo.

Giocare a “parlare in pubblico”

Incoraggiare i bambini a parlare in situazioni pratiche e sociali li aiuta a sviluppare fiducia e sicurezza di sé e, per piccoli passi, si può iniziare da piccoli e nelle situazioni quotidiane. Quali? Qui sotto qualche esempio.

Al ristorante – Si può incoraggiare i bambini a comunicare il loro ordine da soli, piuttosto che farlo per loro. Prima che somiglino a piccoli tiranni, però, è importante che ci si assicuri che dicano sempre “per favore” e “grazie” (per inciso: ricordiamocelo anche noi).

Nei negozi – si possono incoraggiare i bambini a parlare con i commessi, per porre domande sugli oggetti da acquistare.

Dal pediatra – Quando si va da un medico o da un dentista, i bambini fovrebbero provare a spiegare i propri sintomi e rispondere alle domande  (i genitori, ovviamente, possono sempre aggiungere ulteriori dettagli).

Altre indicazioni utili – Sin da bambini, meglio aiutarli a memorizzare il proprio indirizzo, la data di nascita e i dettagli biografici che potrebbero essere molto importanti da conoscere in una situazione di emergenza.

Un suggerimento per certe piovose domeniche invernali, infine, può essere quello di “giocare a fare un film”. Il procedimento è semplice, e funziona meglio se si è organizzato per tempo e con tutta la famiglia, magari anche con cugini o altri amichetti.

Si tratta di giocare a preparare una piccola presentazione, per esercitarsi a parlare in pubblico. Ogni componente della famiglia ha la stessa consegna: deve prepararsi, scrivendosi una scaletta o degli appunti (può usare pure cartelloni, disegni o foto, a seconda dei gusti e dell’età) e poi fare una presentazione davanti agli altri familiari, durante la quale viene filmato. Una presentazione su cosa? Suggerirei, almeno in un primo momento, di evitare temi che possano ricordare materie scolastiche e invece individuare temi o eventi che interessino il bambino e si prestino ad essere divertenti. Può essere un evento che si è vissuto tutti insieme (ad esempio una vacanza), si può descrivere e imitare in modo buffo uno dei famigliari (sottolineando aspetti bizzarri o umoristici della persona), o una scena tipica che si svolge in famiglia.

Di solito l’opzione più semplice e, spesso, più divertente, e quella di preparare un finto telegiornale, comprensivo di previsioni del tempo (ovviamente catastrofiche!). Il finto telegiornale, normalmente, ha un discreto successo, specie se organizzato con più bambini (fratelli, cugini, amichetti). Invitate i bambini a prepararsi veramente, senza improvvisare, seguendo una scaletta o una schema prefissato. Il telegiornale deve essere completo, con tanto di sigla, inviati speciali, collegamenti ecc.. A turno, un componente della famiglia farà il regista. Dopo che tutto è finito si può riguardare il video insieme e valutare cosa è stato più divertente, chi è stato più efficace e perché.

Per molti, infine, un corso di teatro aiuta molto: insegna la consapevolezza del corpo, della voce e delle emozioni.

Public speaking per adulti

E per gli adulti? Imparare a parlare in pubblico o a sostenere una tesi non è impossibile. Qui qualche suggerimento per iniziare.

Intanto vale la pena ascoltare alcuni tra i migliori dibattiti al mondo: chi sa l’inglese lo può fare sul sito di Intelligence Squared. Io li ascolto in podcast da anni.

Anche ascoltare le migliori conferenze TED può essere utile (qui, invece, ci sono i sottotitoli in italiano), anche se, in questo caso, si è esposti solo ad un esempio di conferenza brillante e non ad un dibattito tra due tesi opposte e ben argomentate.

Per chi deve preparare una presentazione o una conferenza (magari in inglese), Presentation Hero è un corso gratuito che insegna tutto, ma proprio tutto sul public speaking. Infine, consiglio la lettura del libro ispirato alle TED stesse, The official TED guide to public speaking.

 

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