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Strumenti e metodi per ragionare meglio: a scuola di “Integrative Thinking”

Quando si viaggia si scopre sempre qualcosa di nuovo: una città d’arte, un paesaggio naturale mozzafiato e talvolta, se siamo molto fortunati, qualcosa di meno tangibile, ma non meno prezioso. Così è accaduto ad Antonella, che, nel portare i propri figli a seguire un summer camp in Canada, si è imbattuta in una metodologia ancora poco nota, che ha applicazione anche nel campo dell’istruzione. Si chiama “Integrative thinking” ed è una metodologia per ragionare meglio. Alcuni, nel leggere questo post, affermeranno che siamo di fronte alla solita rivisitazione nordamericana di qualcosa che sta tra un esercizio di logica e un’applicazione del metodo socratico. Ciò è ben possibile ma, a ben vedere, dovremmo solo rallegrarci del fatto che la filosofia, intesa come disciplina che insegna a pensare in modo razionale, a sviluppare la capacità di inquadrare un problema, è di fondamentale importanza per gli esseri umani, ieri come oggi. La storia della filosofia – che è poi ciò che si studia nei nostri licei italiani – è certamente importante sotto il profilo culturale ma imparare a ragionare, a distinguere le opinioni dai fatti, la causalità dalla mera correlazione lo è ancor di più.

E’ per questo che, volentieri, pubblico il contributo di Antonella, con il quale ci introduce all’Integrative Thinking.

 

Il racconto di Antonella: alla scoperta del pensiero integrativo

La capacità di inquadrare un problema è di fondamentale importanza per gli esseri umani, a scuola, nel lavoro e nella vita. C’è chi ci riesce per natura. Ma come trovare un metodo, inquadrabile, trasmissibile e schematizzabile, che possa aiutare ad avere queste qualità?

Ed è in risposta a questa esigenza che oggi si sente sempre più parlare, anche nel modo dell’educazione, di Critical Thinking o Design Thinking fino ad un metodo introdotto più di recente, come l’Integrative Thinking. Diverse sfaccettature di un tentativo di risposta ad una stessa esigenza: educare al pensiero critico, razionale, innovativo le nuove generazioni.

Di cosa si tratta, in concreto?

Il “Critical Thinking” – lo sviluppo del pensiero critico – è sicuramente il più conosciuto in ambito scolastico. Nel sistema educativo britannico è già materia di specifici A/As Levels. E’ definibile come l’insieme di tecniche mirate ad aumentare l’abilità dell’individuo di pensare in modo chiaro e razionale.

Il “Design Thinking” è invece nato nel mondo imprenditoriale e lì ha maggiormente mantenuto il proprio ambito di applicazione. Serve a guidare i processi razionali, strategici e pratici del pensiero di chi è chiamato ad ideare un’’innovazione” (di prodotto, di processo) o a risolvere un problema con soluzioni non utilizzate precedentemente.

L’Integrative Thinking è la metodologia meno conosciuta in Europa. E’ stata sviluppata in Canada da Roger L. Martin, professore alla Rotman Management School dell’Università di Toronto, che ha analizzato il modo di ragionare di decine di manager. Il frutto di questa ricerca è illustrato nel libro The opposable Mind: Harnessing the power of integrative thinking.

Il fulcro dell’Integrative thinking, che potremmo tradurre letteralmente “pensiero integrativo” (attenzione: non “integrato”) o “approccio integrativo”, è molto interessante. Roger Martin definisce l’Integrative Thinking come la capacità di gestire la tensione che si crea tra due idee opposte e trovare una soluzione innovativa che contenga elementi di entrambe le idee, ma sia superiore ad esse. In altre parole, secondo Martin, più i problemi sono complessi e più si otterranno soluzioni efficaci se si sviluppa la capacità di contemplare contemporaneamente due idee contrastanti e poi, senza farsi prendere dal panico e senza optare per un’alternativa anziché l’altra, risolvere creativamente la tensione fra queste due idee, generandone una terza che contiene elementi delle prime due, ma è superiore ad entrambe. Si tratta di utilizzare una sorta di “pensiero opponibile”.

Il pensiero opponibile (che l’autore chiama “mente opponibile”) è uno strumento di grande potenzialità che, tuttavia, viene utilizzato di rado, perché è controintuitivo e genera ansia. Di norma, la maggior parte di noi nel risolvere un problema preferisce evitare l’ambiguità, cercando conforto nella chiarezza. E’ più rassicurante adottare un approccio binario e scegliere fra alternative ben definite; per questo ci appare strano esprimere un’idea senza escludere il suo contrario. Ad esempio, in una discussione ci pare assurdo poter dare ragione a due persone che esprimono idee opposte. Davanti a due soluzioni opposte ad un problema, davanti a due opinioni contrastanti, il nostro impulso è quello di stabilire quale dei due sia “giusto” e, di conseguenza, quale sia “sbagliato”. Di solito, inoltre, questa distinzione tra giusto e sbagliato viene compiuta in modo del tutto istintivo. È questa tendenza che fa perdere l’opportunità di cogliere la complessità e di avere l’idea “giusta”. Effettivamente non c’è molta difficoltà nello scegliere fra due alternative di cui una ci sembra sbagliata. Le difficoltà arrivano quando abbiamo due possibili soluzioni, due buone opportunità, di cui una sembra escludere l’altra.

Per arrivare al pensiero integrativo quando si pensa ad un problema occorre scoprire i punti deboli delle proprie proposte, perché solo se ne scopriamo i punti deboli sapremo migliorarle. Serve inoltre pensare a quale possa essere l’esatto contrario della proposta che ci viene intuitivamente in mente e contemplarne pregi e difetti, pro e contro, costi e opportunità.

Pur essendo stato sviluppato nel mondo imprenditoriale, il “pensiero integrativo” secondo Roger Martin si può applicare alla soluzione di problemi in qualsiasi ambito. Per questo motivo, questa metodologia ha progressivamente trovato ambiti di applicazione nel campo dell’educazione, dalla scuola primaria a quella superiore.

L’Integrative thinking si serve di tre strumenti principali: essi si chiamano ladder of interference; pro-pro chart; causal model

Ladder of Inference (Scala dell’inferenza)
La scala dell’inferenza aiuta gli studenti a capire quali dati vengono utilizzati quando si prende una decisione e in che modo siamo tutti influenzati dalle nostre esperienze passate (in altre parole, dai nostri pregiudizi cognitivi). Nella vita spesso prendiamo decisioni istintive, non ponderate, confondendo elementi oggettivi e opinioni; spesso si tratta di decisioni basate sulle nostre precedenti esperienze. Il cervello umano, infatti, tende a dare la priorità ai dati che confermano opinioni o schemi già posseduti. La scala dell’inferenza aiuta a verificare tutte le ipotesi, per imparare a decidere razionalmente.
Facciamo un esempio. Gli insegnanti mostrano a un gruppo di bambini di 7 anni l’immagine di un calciatore steso a terra, con una gamba alzata, che si tiene la testa. L’immagine è intenzionalmente un pò vaga. Nel guardarla, si potrebbe concludere che l’uomo è caduto. Lavorando in gruppo e usando la scala dell’inferenza, in classe potrebbero emergere altre ipotesi, ad esempio che il calciatore si è fatto male, oppure che sta facendo ginnastica. A quel punto l’insegnante potrebbe avanzare il dubbio: è caduto e si è fatto male o sta facendo ginnastica? Il dato oggettivo è solo che un uomo è a terra, in una certa posizione; tutto il resto sono ipotesi e, come tali, andrebbero testate per sapere se sono vere o no. L’esempio della foto può non avere soluzione, ma può far capire, anche a un bambino, la differenza tra dati di realtà e opinioni. In logica un’inferenza è una deduzione intesa a provare o sottolineare una conseguenza logica, ma se non possediamo abbastanza dati di realtà potremmo arrivare a conclusioni errate.

La scala dell’inferenza può funzionare come per magia con i bambini, perché li aiuta a scoprire l’importanza di fare domande, di interrogare gli altri e se stessi e ciò li aiuta a capire che non c’è nulla di sbagliato nell’accettare le critiche, perché una domanda o una critica possono non essere un’aggressione ma un invito a ragionare insieme.

Pro/pro chart (Grafico pro/pro)
Un altro strumento di pensiero integrativo chiamato grafico pro/pro offre alcuni buoni esempi di come gli studenti possono imparare a pensare in modo flessibile, sospendendo i giudizi negativi. La maggior parte delle persone ha familiarità con i grafici pro/contro, o – almeno – del discutere in un gruppo per valutare i vantaggi e gli svantaggi di una scelta. Ebbene, in un grafico pro/pro il gruppo è portato a riflettere solo sugli gli aspetti positivi di due idee diverse o di due opinioni contrapposte. Invece di decidere tra due scelte, questo strumento aiuta gli studenti ad identificare i tratti positivi di diversi punti di vista e, possibilmente, a creare una terza opzione unendo le buone qualità di entrambi.

Causal model (Modello causale)
I modelli causali sono un altro strumento di pensiero integrativo di base. Un modo semplice di spiegare il modello causale può essere quello di chiedere a ciascuno studente quali sono le cinque cose che apprezzano di più. Queste possono ricomprendere sia i propri interessi che anche le qualità che più cercano negli altri.  Possono esserequalità profonde, come l’etica del lavoro o la gentilezza o passioni come il calcio, la musica o la lettura. Poi viene chiesto a ciascuno di riflettere sulla propria vita e di cercare di trovare l’origine o le cause di ciascun elemento elencato. Ogni bambino ne parlerà magari anche con i suoi genitori e ripenserà alle persone che ha incontrato e a come ha iniziato ad avere quei gusti o quegli interessi. Alla fine viene chiesto a ciascun bambino di fare dei disgni o comunque delle rappresentazioni visive dei loro propri modelli causali e di presentarli agli altri. Questo esercizio di auto-consapevolezza è anche un ottimo strumento per capire che le persone possono avere storie, interessi e valori diversi e come la diversità di valori, prospettive e opinioni renda un gruppo – anche il gruppo classe – molto migliore. Una simile riflessione sui propri modelli causali è anche incredibilmente utile per comprendere altre culture, ed è alla base della comunicazione interculturale.

Se il funzionamento di questi strumenti è ancora poco chiaro se ne può vedere in pratica l’utilizzo in una serie di video. I video sono realizzati e pubblicati dall’organizzazione non-profit “I-Think” dell’Università di Toronto I-Think Department, Rotman Management School della University of Toronto, che cura l’introduzione dell’Integrayive Thinking nelle scuole e nelle università.

Incuriosita da quanto avevo letto e sentito, ho voluto intervistare chi se ne occupa. Riporto qui di seguito alcune parti dell’intervista che mi è stata concessa a Toronto da Nogah Kornberg, Associate Director di I-Think Department, Rotman Management School della University of Toronto.

  1. Nel ringraziarti per la tua disponibilità e consapevole dei tanti ambiti di applicazione dell’Integrative Thinking. Quanto ritieni sia importante per uno studente conoscere usare l’Integrative Thinking? 

Come saprai, l’Integrative Thinking non ha avuto inizio nel campo dell’educazione, ma il suo primo utilizzo è stato realizzato in occasione di un Master of Business Administration (MBA). Solo dopo, l’organizzazione per cui lavoro, ha iniziato a chiedersi se l’Integrative Thinking potesse essere utile anche nelle scuole e nelle università.

Partiamo da una constatazione: i bambini e i ragazzi a scuola si interfacciano con una certa facilità ai testi, memorizzano e ripetono quanto viene loro trasmesso ma trovano difficile sviluppare un pensiero autonomo e critico su ciò che studiano.

Per questo motivo, riteniamo che l’Integrative Thinking sia un efficace strumento per insegnare ad uno studente a pensare criticamente, a porsi domande originali e a maturare un’idea propria. Ancora di più, l’Integrative Thinking aiuta lo studente ad avere consapevolezza del suo pensiero e del fatto che il suo pensiero, la sua opinione, può essere utile ad altri, persino ad altre persone che coltivano un’idea diversa su un medesimo argomento”.

  1. Il vostro centro di ricerca mira a creare una comunità di insegnanti che conoscano l’Integrative Thinking e lo sappiano usare e introdurre nel loro lavoro, a beneficio degli studenti. Quale pensi sia il modo migliore per trasmetterlo? Dedicando specifiche ore di lezione o lasciando che abbia un suo spazio in ogni momento della vita scolastica?

“Noi pensiamo che siano validi entrambi gli approcci, sia svolgere lezioni dedicate, sia l’utilizzare l’Integrative Thinking come parte dell’attività scolastica di ogni giorno.

L’Integrative Thinking è una metodologia precisa che si serve di modelli da applicare (ladder of interference; pro-pro chart; causal model). E’ necessario – ma sufficiente – che questi strumenti siano insegnati con un approccio più teorico per poi passare ad un loro utilizzo sul piano concreto. Ciò che noi consigliamo agli insegnanti è di dedicare come prima cosa qualche lezione specifica per presentare i contenuti e i mezzi dell’Integrative Thinking. Gli strumenti o i modelli di cui si serve l’Integrative thinking devono essere introdotti in modo ludico, senza prevedere voti o verifiche. In fondo si tratta solo di strumenti che servono a ragionare meglio. Una volta che gli studenti padroneggiano i mezzi, l’insegnante può utilizzare il metodo liberamente durante l’attività scolastica.

Quello che noi facciamo è far conoscere l’Integrative Thinking agli educatori e poi lasciarli liberi di applicarlo. Ci sono infinite modalità di impiego, impossibile farne un elenco esaustivo. Gli insegnanti che abbiamo già formato lavorano con classi che vanno dal Kindergarten al Grade 12 (ossia dai 5 ai 18 anni) e devono poter calare gli strumenti del pensiero integrativo nella loro propria realtà, con creatività”.

  1. C’è una possibile applicazione dell’Integrative Thinking in famiglia, da parte dei genitori? 

“Sappiamo che i bambini/ragazzi imparano in una comunità formata da scuola e famiglia e che tenere separate queste due realtà determina un disservizio per gli studenti. La migliore situazione possibile è un contesto di apprendimento dove convivono, in una alleanza educativa, genitori e insegnanti. Una delle maggiori difficoltà riscontrate dai nostri insegnanti è la mancanza di supporto da parte dei genitori. Per massimizzare l’efficacia del metodo sarebbe necessario che il genitore lasciasse spazio all’insegnante di poter sperimentare una nuova didattica perché l’Integrative Thinking è, in effetti, un nuovo metodo d’insegnamento, a prescindere dalle materie o da campi cui viene applicato. D’altro canto, è anche compito della scuola diffondere questo innovativo approccio metodologico tra le famiglie.

In quest’ottica, l’organizzazione per la quale lavoro si sforza di trovare risorse che possano supportare sia la comunità scolastica sia quella familiare. Non esistono risorse di Integrative Thinking separate per genitori ed insegnanti. I mezzi sono gli stessi, così come lo stesso approccio metodologico può essere utilizzato a scuola come a casa e ciò ne amplifica la valenza”.

  1. Qual è la differenza tra Critical Thinking, Design Thinking ed Integrative Thinking?

“Non è molto noto il fatto che Roger Martin, l’ideatore dell’Integrative Thinking, ha anche contribuito alla creazione di Design Thinking ed in entrambi i casi si è partiti dallo studio dell’applicazione dei due metodi nel mondo del business.

Il Critical Thinking – pensiero critico – è un po’ differente, risponde alla domanda: “come posso analizzare e capire il mondo attorno a me con occhio razionale, oggettivo e critico?”.

Il pensiero critico, per me, non è una metodologia, ma ci sono diverse metodologie che aiutano a diventare un ‘critical thinker’. L’integrative Thinking e il Design Thinking, invece, sono metodologie specifiche per realizzare soluzioni innovative; entrambe utilizzano, tra gli altri mezzi, anche il pensiero critico, ma di per se’, il pensiero critico non è un processo per l’innovazione.

Il Design Thinking, invece, al momento della sua formulazione ha costituito una vera e propria rivoluzione, modificando la prospettiva e ponendo in primo piano i fruitori finali dell’innovazione che si ricerca, le loro aspettative e i loro bisogni. Si basa sull’empatia nei confronti del pensiero degli altri. Nel mondo dell’educazione, Design Thinking è utile allo studente perché gli consente di rendersi conto delle prospettive degli altri e di immedesimarsi maggiormente in loro.

Secondo me, l’Integrative Thinking va oltre perché, prendendo atto delle diverse visioni e prospettive degli altri, ritiene che queste diversità rappresentino un arricchimento del pensiero e possano contribuire a realizzare un’innovazione migliore.

E ciò nel mondo della scuola si traduce in un cambio dell’insegnamento. Vediamo studenti che tacciono perché hanno timore di non conoscere la risposta “giusta”. L’insegnante che applica l’Integrative Thinking è interessata a stimolare l’ideazione dei propri alunni. Per questo ritengo che l’Integrative Thinking una metodologia più completa e di maggior impatto nell’educazione.”

  1. Quali sono i progetti su cui I-Think sta attualmente lavorando e quali prospettive vedi per il prossimo futuro?

“Attualmente stiamo lavorando affinché l’Integrative Thinking possa trovare una maggiore diffusione e nuovi ambiti di applicazione, stiamo anche preparando dei primi corsi da fare online. Recentemente, abbiamo iniziato ad ampliare la nostra azione cercando di operare, oltre che con il settore dell’istruzione, anche con organizzazioni non-profit che cercano soluzioni a problemi della realtà che ci circonda. Abbiamo, ad esempio, cercato di trovare soluzioni alternative e più efficaci rispetto ai tradizionali sistemi punitivi (espulsione, sospensione, compiti aggiuntivi), adottati dalle scuole lavorando in collaborazione con l’organizzazione “Peace Builders Canada” e coinvolgendo oltre 1000 studenti.

Abbiamo così superato il concetto di Integrative Thinking come strumento per diventare un ‘buono studente’ e stiamo arrivando alla convinzione che esso possa contribuire alla formazione di cittadini più consapevoli e più impegnati a migliorare la comunità attraverso l’uso del pensare in modo critico ed aperto”.

 

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