Se i nostri ragazzi se ne vanno all’estero (per non tornare)

educazioneglobale-emigrazione-e-brain-drainE’ da almeno una generazione che la borghesia italiana manda i figli all’estero.

Del resto, quella del viaggio d’istruzione in Europa, è una tradizione antica, che si rifà al grand tour, il viaggio intrapreso dai rampolli delle case aristocratiche di tutta Europa che, già dal 1600 aveva come fine la formazione del giovane gentiluomo (solo più tardi anche della gentildonna) attraverso il confronto con l’arte, le culture, le lingue.

Era un viaggio lungo, anche di un anno o più, di paese in paese, per tutto il continente europeo, che spesso vedeva il suo culmine in Italia. Sul grand tour Goethe ha scritto “Viaggio in Italia” e gli inglesi ne fecero un elemento di status: si andava in Francia per togliersi abiti e abitudini grossolani; si arrivava poi in Italia per apprezzare l’arte, la storia e i paesaggi.

Così, specie nei paesi anglosassoni è rimasta la tradizione del gap year o dello year off, un anno speso a viaggiare tra la fine della scuola e l’università (per gli inglesi) o tra il College e la graduate school (per gli americani).

Le parti si sono parzialmente rovesciate e, negli anni ’80 del ‘900 è iniziato il grand tour della classe media italiana. Declinato in chiave moderna e assai più economica, il viaggio di formazione è così diventato un petit tour. Poca cosa: qualche estate in Inghilterra (gozzovigliando con altri italiani e spagnoli senza mai imparare l’inglese) e, per i più studiosi, magari un corso all’estero dopo la laurea oppure, molto prima, ma per pochi, il quarto anno di superiori all’estero.

E’ arrivata poi la generazione Erasmus, il portato, per i giovani, dell’unificazione europea e il viaggio d’istruzione, per alcuni, è diventato parte integrante dell’iter formativo universitario.

Oggi, però, il grand tour del giovane italiano ha preso una piega diversa: è una fuga collettiva.

Che siano cervelli o solo braccia poco importa: c’è chi si lancia a fare il cameriere, il barista o il commesso a Londra (spesso servendo i propri connazionali) e chi, invece, già dal liceo (vedi il post Scientifico, Linguistico, Classico o Europeo: purché sia un Liceo Internazionale!), se non prima (vedi il post Cosa è e come funziona l’IB? L’International Baccalaureate in parole semplici) si è andato costruendo un curriculum che consenta qualche chance in più all’estero.

A muoversi non sono solo più i figli di coloro che lavorano per multinazionali ma anche chi, sino a ieri, ad una vita all’estero non avrebbe mai pensato. Insomma, chi per cultura famigliare, chi per timore della disoccupazione giovanile, il risultato è lo stesso: spingere i figli non tanto a continuare la propria formazione all’estero ma a costruirsi altrove tutta una vita.

Della classe di mia figlia, su 25, rimarranno a fare l’università in Italia solo in tre, ci crederesti?” mi diceva l’anno scorso una mamma milanese la cui figlia aveva appena sostenuto l’esame di Stato. “Di quei tre che sono rimasti in Italia, due sono entrati in Bocconi e l’altro andrà a fare ingegneria al Politecnico”.

Ovviamente le cifre del fenomeno dei giovani che espatriano sono ancora contenute: stiamo parlando di una minoranza della popolazione, immagino. Le mie sensazioni non fanno statistica.  Eppure, tra le testimonianze che raccolgo ci sono certamente quelle di tante famiglie di ragazzi studiosi. Insomma, la faccio breve, molti tra i migliori se ne vanno.

Dove? La mamma milanese di cui sopra è chiara: all’inizio puntano tutti sul Regno Unito ma, se non si viene selezionati da una buona università, ci si guarda intorno: per chi non sa altre lingue l’Europa pullula di buoni corsi di laurea in inglese. Olanda, Svizzera, Germania: chi più ne ha più ne metta. Gli Stati Uniti anche sono molto ambiti ma per poche tasche: altrimenti l’investimento è esoso.

Ed è per questo – anche – che le università italiane si stanno attrezzando.  La Bocconi ha corsi in inglese e così il politecnico di Milano e di Torino e la Luiss di Roma  (e le pubbliche? Forse ci sono ma fanno meno notizia).

Un po’, forse, è una moda e un po’ lo si fa per attirare studenti stranieri. Sotto quest’ultimo profilo, l’opera mi pare meritevole: dell’incapacità delle nostre università di attirare giovani stranieri non si parla mai abbastanza e, alla fine, è questo l’aspetto triste: contribuisce alla sensazione che non siamo, ormai più da tanto, un Paese dove vale la pena di vivere.

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