Cosa ho imparato ad un incontro per genitori

La vita moderna, caratterizzata da famiglie sempre più piccole in società sempre più complesse ha reso l’essere genitori un compito progressivamente più arduo, tanto che sembra aver bisogno di un sostegno esterno, di tipo professionale.

Sarà per questo che, nelle scuole, sempre più spesso si tengono incontri per genitori. I centri e i terapeuti che li tengono, ovviamente, perseguono lo scopo ultimo di vendere i propri servizi (sportello di ascolto per genitori o studenti, test di orientamento scolastico, individuazione di eventuali disturbi dell’apprendimento, psicoterapia).

Questi incontri o corsi di “genitorialità” si tengono normalmente all’inizio di un nuovo ciclo: al primo impatto con la scuola primaria, all’inizio della secondaria di primo grado, nel primo biennio del liceo o dell’istituto tecnico. A seconda delle diverse fasi, essi hanno per oggetto il distacco dai genitori, la riuscita o l’inserimento del bambino a scuola, i cambiamenti della pubertà o la fase adolescenziale.

Pur con una buona dose di scetticismo sono andata ad incontri del genere ogni volta che ho potuto: c’è sempre qualcosa da imparare, qualcosa che comprendi meglio se ti viene detta dall’esterno, qualche spunto da cogliere per osservare il proprio modo di essere genitore e cercare di non confondere i propri problemi con quelli dei figli.

Quello che segue è il resoconto, assolutamente infedele e pieno di interpolazioni (vi ho aggiunto mie considerazioni o spunti da cose che avevo letto), degli appunti presi durante vari di questi incontri.

Avverto che, con una simile operazione, invado un campo che non domino e nel quale non ho nulla da insegnare a nessuno, essendo io una mamma che, come altri genitori, si è rivolta in passato a neuropsichiatri infantili per comprendere fenomeni nuovi o per sapere come reagirvi.  Pertanto, prendete queste righe per quello che sono: gli appunti di una madre, stratificati nel tempo e rielaborati al fine di avere un qualche filo logico.

Da zero a dieci anni

Ogni fase di crescita di una persona ha delle proprie caratteristiche. La crescita di un individuo, ho sentito dire ad uno psicologo, è come un edificio: l’infanzia sono le fondamenta, l’adolescenza è l’attico. Per le fasi della vita successive, sembra di capire, non ci sono tappe tipizzabili; quando la crescita è finita, le differenze individuali, plasmate dai geni e dall’ambiente, prendono il sopravvento.

Anche la sofferenza crea conseguenze diverse a seconda dell’età: il bambino che soffre si chiude, l’adolescente che soffre mostra problemi comportamentali, l’adulto che soffre spesso somatizza, ossia scarica i problemi sul proprio corpo.

Le tappe tipiche della vita di un bambino iniziano con il legame fusionale con la mamma, necessario per la sopravvivenza. In seguito, tra 1 e 6 anni, si sviluppa, per gradi, il senso di indipendenza. In questa fase inizia anche il graduale sviluppo dell’autocontrollo che si perfeziona solo al termine dell’adolescenza.

Nell’infanzia si sviluppa anche la gelosia verso i genitori e fratelli (o sorelle). Tra i 5 e i 6 anni, in particolare, si manifestano in molti bambini paure immotivate (i mostri, la perdita dei genitori) alle quali si deve reagire lavorando sul senso di realtà. Sempre nella fase dell’inizio della scuola primaria, si sviluppa la percezione e l’accettazione della propria identità: sia l’identità di genere (sono femmina, sono maschio), sia l’immagine di sé vincente o perdente; si gettano quindi le basi dell’autostima, che poi è la capacità  di immaginare e capire come andrà a finire una situazione prima di agire. Dagli 8 anni c’è un grande sviluppo della socialità mentre dai 9 anni si sviluppa sempre più il pensiero razionale. Eventuali blocchi o traumi del bambino arrestano la fase in cui si trova.  Il segnale di allarme è la sofferenza non maturativa ma che blocca la personalità (come, ad esempio, gli attacchi d’ansia).

L’adolescenza

Poi inizia l’adolescenza con i suoi ben distinguibili segnali (in chiave ironica li ho descritti qua): il non sentirsi a proprio agio con il fisico che cambia, la mancanza di autostima e, soprattutto, l’atteggiamento ribelle e polemico con i genitori. Il conflitto dell’adolescente con i propri genitori è, però, fittizio: i figli criticano non perché credano necessariamente in ciò che dicono, ma per staccarsi dai genitori, tesi, come sono, in un conflitto interno tra il desiderio di rendersi autonomi e l’ansia di staccarsi dalla famiglia di origine. La totale mancanza di ribellione – ci è stato detto in uno di questi incontri – è dipendenza: se non c’è ribellione non è iniziata adolescenza.

L’altro grande tema dell’adolescenza è il desiderio di piacere ai propri coetanei. Poche cose preoccupano una ragazza o un ragazzo adolescente come il sentirsi diversa o diverso dagli altri. Tutto ai loro occhi sembra importante: il fatto di avere un modello di scarpe diverso dai compagni di classe o avere dei genitori diversi dagli altri può provocare ansie ed imbarazzi.

La pressione dell’adolescente a uniformarsi con il gruppo dei coetanei è così forte che alcuni ragazzi metteranno in pratica comportamenti rischiosi e sbagliati, pur di essere accettati dai loro compagni. Ci sono, poi, i possibili disagi e le devianze dell’adolescenza, che vanno affrontati caso per caso (tossicodipendenza, disturbi comportamento alimentare, bullismo, abbandono scolastico).

Tra l’altro, ciò rende la scelta della scuola dei figli adolescenti particolarmente difficile: perché significa anche, indirettamente, scegliere il gruppo di coetanei che influenzeranno la sua socialità, con la conseguenza che una buona scelta in termini di didattica potrebbe non essere una buona scelta in termini sociali.

Il senso dell’autostima, nell’adolescente passa tipicamente per una serie di fasi: il desiderio di essere accettati, la vulnerabilità nei confronti del giudizio degli altri, il cercare attività attraverso le quali si può raggiungere un senso di conquista. Poi, se tutto va bene, il raggiungimento di alcuni obiettivi e l’esperienza di vita fa nascere una consapevolezza delle proprie competenze, grazie alla quale si sviluppa un senso di autostima.

L’adolescente e la scuola

Un buon metodo di studio è composto di vari aspetti: c’è una componente attentiva (la capacità di concentrarsi), una cognitiva (la comprensione e la memoria), una motivazionale (il desiderio di riuscire).

Diversi sono i modi con i quali si può manifestare il malessere dell’adolescente verso la scuola: l’ansia, la paura di non farcela, il bloccarsi durante le interrogazioni, il disimpegno, il disinteresse, le assenze ingiustificate, il rifiuto della scuola.

Le cause dell’insuccesso scolastico, lieve o grave che sia, possono essere di diverso tipo. Uno psicologo venuto al liceo di mia figlia ha fatto una tassonomia delle cause dell’insuccesso scolastico che mi è parsa interessante. Le cause possono attenere a quattro ambiti diversi: sociale, familiare, scolastico e personale.  Le elenco tutte senza descriverle perché  in un certo senso si spiegano da sole. Eccole:

  • Cause sociali: a. ambiente socio-culturale e socio-economico di appartenenza; b. gruppo dei pari; c. attività nel tempo libero.
  • Cause famigliari: a. aspettative alte/sfiducia; b. problemi familiari.
  • Cause scolastiche: a. organizzazione didattica; b. rapporto con gli insegnanti; c. difficoltà di inserimento scolastico.
  • Cause personali: a. disturbi dell’apprendimento; b. scarsa autostima; c. metodo di studio inefficace o mancanza di metodo; d. ansia.

Essere genitori di figli adolescenti

La prima reazione di fronte all’adolescenza dei figli è di sgomento. Da un giorno all’altro ti chiedi dove è finita quella testolina bionda che si aggirava per casa col pigiamone rosa e un pupazzo a forma di coniglio tra le mani.

Il lutto della perdita dell’infanzia, in questa fase, è più dei genitori che dei figli. La figlia adolescente (ma immagino accada anche ai maschi) ha solo orrore della propria infanzia, si vergogna delle foto dell’anno prima che la ritraggono al mare mentre gioca sulla sabbia o con il vestito a fiorellini.

Personalmente, ora che di adolescenti ne ho due per casa (il terzo, mentre scrivo, è ancora bambino) mi sono abituata all’idea che non si riconoscano nella propria infanzia. Per riprendere la metafora dell’edificio che simboleggia le età della vita, pare che le fondamenta dell’edificio non si vedano più mentre l’adolescente costruisce l’attico.  L’infanzia rispunta, invece, in età adulta, quando non si ha più l’ansia di crescere ma solo la paura di invecchiare.

La chiave di una genitorialità “sufficientemente buona” è creare sicurezza nei figli con la giusta distanza (facile a dirsi ma non a farsi…). In uno di questo corsi per genitori una psicologa usò un’altra metafora; disse che emotivamente il genitore deve essere come un “self-service” e non come il cameriere di un ristorante, che serve il figlio o, addirittura, ne anticipa i bisogni. Il messaggio deve essere “se mi vuoi ci sono”.  Il genitore non deve neanche essere il risolutore di tutti i problemi. Purtroppo – ha continuato  la psicologa – i genitori che non hanno una “tenuta” interiore cercano subito una soluzione al problema del figlio. Invece, quello che fa crescere i figli, è cadere e rialzarsi da soli. Dunque, quando un figlio ha un problema non bisogna andare subito in iperprotezione, perché essere sicuri del proprio ruolo vuol dire anche non andare nel panico davanti ad ostacoli e difficoltà.

Ma come dialogare con un figlio, specie se adolescente? E come si aiuta un figlio ad aiutarsi da solo, se ha un problema? La risposta a queste domande è forse la parte più interessante di quello che ho imparato e che sto anche cercando di applicare quando serve. Per questo, però, vi do appuntamento al prossimo post.

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