consigli e risorse per essere cosmopoliti

Perché devi investire quando tuo figlio è piccolo

C’è un piccolo test che vorrei fare ai miei lettori: cosa hanno in comune queste quattro frasi?

  • “E il bambino va ancora all’asilo o va già a scuola?”
  • “Per l’asilo uno vale l’altro, tanto devono solo giocare!”
  • “Non capisco tutte queste fissazioni. Per l’inglese e il francese c’è tempo, magari quando fa il liceo lo mando all’estero”.
  • “E’ inutile viaggiare ora, tanto non si ricorderà niente!”

Non penso sia difficile arrivarci, ma hanno in comune un senso di svalutazione dei primi anni di vita di un bambino, almeno dal punto di vista intellettuale.

Nel giudicare la prima infanzia facciamo lo stesso errore che operiamo nel guardare la storia: tutto quello che c’è prima della scrittura o delle prime tombe è preistoria ed è considerata poco importante, solo perché della fase precedente abbiamo pochi reperti (chi volesse, invece, avere una prospettiva di Big History dovrebbe leggere Sapiens di Yuval Noah Harari).

Lo stesso facciamo con la prima infanzia. “Deve solo giocare”. Come se il gioco non fosse apprendimento e come se lo straordinario sviluppo della prima infanzia, da esserino incapace di autonomia a personcina che parla, cammina, osserva, copia, reinterpreta, elabora e coniuga verbi applicando le regole di grammatica anche ai verbi irregolari, non fosse cruciale.

Eppure i primissimi anni di vita sono fondamentali per lo sviluppo dei bambini, con effetti persistenti lungo la vita della persona: quante parole ascolta un bambino può determinare una parte del suo successo scolastico, l’esposizione precoce a più lingue può determinare un bilinguismo naturale e bilanciato che sarebbe più difficile ottenere più in là nella vita.

Una vita ricca di stimoli favorisce l’autonomia del bambino (imparare a usare una forchetta, una matita, a mettersi e togliersi le scarpe non sono solo gesti banali). Eppure quello che chiamiamo erroneamente asilo è già una scuola, la scuola dell’infanzia, dove s’imparano moltissime regole sociali e anche varie competenze.

Il motivo, poi, per il quale insisto con il bilinguismo e con le lingue in generale è che sono uno dei campi nei quali è più facile (e quasi automatico, direi) ottenere dei risultati. Se c’è una cosa che dipende solo dalla cultura – lo afferma anche Steven Pinker – e non dalla natura (ossia che dipende dall’ambiente e non dalla genetica) è la lingua e i valori di una cultura che la circonda. Se un bambino viene socializzato in russo impara il russo. Se sta in una scuola dove copiare è un grave imbroglio, impara a non copiare.

Insomma, vado al punto: con naturalezza e semplicità iniziate ciò che vi sta a cuore quando i vostri figli sono ancora piccoli.

Nell’infanzia il bambino è curioso, è una spugna che assorbe, con i cinque sensi, tutto ciò che lo circonda. Ora il suo cervello è plastico, e tutto ciò che il genitore semina in qualche modo germoglia.

Dopo, non sappiamo chi sarà.

L’adolescente è diverso, più che la famiglia e la scuola sembrano fare i propri pari e la genetica, almeno finché la seconda cosa non vince sulla prima (l’effetto dei propri pari scema con l’età, lentamente si apprezza sempre più l’esser diversi anziché l’essere come tutti, l’essere nel gruppo, finché non si arriva ad apprezzare o ad accettare di essere semplicemente se stessi).

Con gli adolescenti, mi sembra, i genitori stanno come il surfista con l’onda. Scrutano il mare e non capiscono come cambia il tempo, guardano l’orizzonte e sanno che si può intervenire, se si riesce, quando l’onda (della curiosità, della voglia di fare) arriva.

Come un surfista il genitore può cavalcare l’onda, se è pronto, ma non la può causare né domare.

Per questo, certe volte, a pensare di investire “quando sono grandi” si rimane delusi come certi impiegati che dicono sempre “lo farò quando andrò in pensione”.

Quando saranno grandi c’è il rischio che non ascoltino i vostri consigli!

Come affermava Tracy Hogg, l’ostetrica e puericultrice e autrice de Il linguaggio segreto dei neonati: “start as you mean to go on”!

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Comments

  1. Diceva Giulio Andreotti che a pensar male si fa peccato, ma ci si indovina. Ci sono i casi in cui non si investe precocemente sui figli per ignoranza, e allora quest’articolo dovrebbe essere mandato a memoria.
    Ci sono invece casi, nella mia esperienza molto frequenti, in cui si investe su altre cose: il SUV, la casetta al mare, la casetta in montagna, il mutuo strozzino per ristrutturare la villetta fuori citta’ perche’ vivere in appartamento non ti basta, eccetera.
    In questi casi, per i figli si fanno le fughe in avanti: ora non investo, poi faremo (traduzione: qualche santo provvedera’).
    In questi casi, temo, quest’articolo non verra’ nemmeno letto.
    Chiaramente, tutto questo non vale per chi e’ in vere ristrettezze, il quale ha tutto il mio rispetto e la mia comprensione, e nemmeno per chi e’ ricco sul serio e puo’ fare questo e quello, e anche quell’altro.
    Vale per coloro che Christiane Collange, con felice espressione, chiamava i “mezzi-medi”, ovvero per chi puo’ fare una scelta, ma a prezzo di rinunce. Per costoro questo articolo e’ davvero utile. Se mi si permette un’iperbole, ha lo stesso significato dei famosi documentari “Why we fight”.

    1. Hai ragIone Francesco….ho assistito poco tempo fa ad una conversazione di alcuni genitori in cui sono passati dal lamentarsi dei 300 euro da spendere a settembre per il libri di scuola…..al vantarsi di mandare al Camp estivo di calcio lo stesso figlio con spesa di “solo” 1500 euro…. Che tristezza 🙁

    2. Francesco stai facendo un discorso classista, cosa c’entra con insegnare qualcosa al proprio figlio? Penso che anche in ristrettezze economiche si possa insegnare il bilinguismo, l’amore per la lettura, la musica, fare gite economiche con pranzi al sacco … esiste internet con tanti spunti (gratis), esistono le biblioteche, esistono le prime domeniche del mese con l’entrata gratuita al museo … certo è che se io preferisco fare altro che c’abbia i soldi o meno, farò altro.

      1. Gentile Collega,
        io ho commentato un post che parla di “investire” in senso economico, e purtroppo cio’ presuppone che si parli anche di denaro. Inevitabilmente, cio’ significa prender atto che in materia esistono disuguaglianze, e non mi sembra che per cio’ solo si meriti l’epiteto di classista. A mio avviso, classista e’ chi le disuguaglianze le considera un valore positivo, e mi pare che ne’ tu ne’ io siamo fra costoro.

  2. Mi piace molto il tuo blog!!! Lo seguo sempre, come mamma di tre bambini di 9, 5 e 3 anni, che voglio crescere come “cittadini del mondo”. Infatti, sono argentina, ho vissuto otto anni in Italia, parlo italiano, inglese e francese un po’ meno (e ovviamente lo spagnolo, la mia lingua). Ora vivo in Argentina, ma presto torneró in Italia a vivere con i miei piccoli, in modo tale di farli vivere un’altra cultura, che imparino l’italiano a scuola, farli viaggiare e conoscere il mondo -o al meno, l’Europa- e chissá, poi tornare in Argentina (oppure no). É un nostro progetto con mio marito anche perché lavoriamo come traduttori freelance e possiamo permetterci di “scegliere” da dove lavorare. E so che non sará facile… perché il piú grande ha vissuto in Italia fino a quando aveva 4 anni, ma poi ha fatto tutta la scuola in Argentina. Ma penso che il momento per investire nel loro futuro e nella loro “cosmovisione” sia ora! E se possiamo intraprendedere questo progetto tutti insieme come famiglia, molto meglio ancora!! Perció concordo con te: il momento per investire è adesso!
    Grazie come sempre per i tuoi preziosi consigli!!! 🙂 🙂

  3. Gli studi sul bilingiosmo hanno dimostrato che se La L2 viene appresa precocemente viene utilizzata la stessa area cerebrale della L1. Se viene appresa più tardi, ciò non accade: le aree del cervello ad essere utilizzate non sono più le stesse e non si riuscirà mai ad acquisire la pronuncia perfetta di chi ha imparato la L2 neĺla prima infanzia (Kim e altri, 1997). Inoltre secondo alcune recenti ricerche (Hong, 2000, Sanz 2000, Heyman e Diesendruck 2002) il bilinguismo sembra essere correlato a una maggiore flessibilita’ cognitiva ( quindi migliore capacità di problemi solving).

  4. Non potrei essere piu’ d’accordo: per noi che non abbiamo avuto scelta è chiarissimo che le difficoltà d’apprendimento che affrontano oggi i miei figli sono inversamente proporzionali al’età che avevano quando siamo andati a prendreli (6, 4 e 2 anni).
    E’ evidente che la mancanza dell’asilo per i due grandi ha conseguenze che pagano ancora oggi. Qundi si, se potete investite quando sono piccoli!

  5. CoMe diceva mio papà : gli unici soldi ben spesi e che portano ad un ritorno sicuro, sono quelli spesi per l’istruzione dei figli.

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