consigli e risorse per essere cosmopoliti

Le tante ragioni per credere (ancora) nell’Europa

Essere italiani sta diventando sempre più scomodo. Non basta vivere in un paese che non cresce economicamente da vent’anni, pagare tasse per servizi che, almeno in alcune parti del territorio, sono radi ed inefficienti, bisogna anche sentire l’umiliazione continua di essere un paese incomprensibile agli altri. Basta mettere il naso fuori casa, andare in un’altra città europea, incontrare gli amici o i conoscenti con cui condividiamo il continente, alcune istituzioni, una parte della storia passata, molte norme e la moneta e sentirsi chiedere: “ma da voi che sta succedendo? Noi siamo preoccupati…”.

Per anni, una delle cose che più m’infastidivano della politica italiana era l’espressione “è l’Europa che ce lo chiede”, perché stava là a simboleggiare la tendenza italiana a cercare sempre in altri un capro espiatorio (per inciso, ricorda tanto un politico italiano quando diceva – circa la mera presenza dell’opposizione, che esiste in tutti gli Stati democratici – “non mi hanno fatto lavorare”).

E’ comodo usare l’Unione Europea (istituzione alla quale abbiamo contribuito sin dalla nascita) come un capro espiatorio ed è ancora più comodo allettare i propri votanti spendendo in deficit, tanto pagheranno le generazioni successive e non si sa bene con che, visto che i ragazzi con migliori prospettive se ne andranno all’estero e visto che l’Italia è una bomba demografica che prima o poi esploderà, se non verranno prese adeguate contromisure.

L’Italia pare comportarsi come il bambino che, quando gioca con gli altri, mette sempre in discussione le regole a gioco iniziato e che, se il risultato non va nella direzione attesa, se ne va portandosi via il pallone. Ci sono sedi e tempi per mettere in discussione le regole, ma questi richiederebbero un disegno logico e coerente, una capacità di negoziare all’interno di una rete di alleanze, una visione di lungo periodo del paese e dell’Europa. Tutte cose che sembrano irrimediabilmente mancare. Del resto si fa sempre prima a criticare e a ribellarsi, che a proporre e costruire. E quando si decidono le regole, gli italiani dove sono? Nel Consiglio Europeo stanno i nostri Capi di Governo e nel Parlamento europeo mandiamo i nostri politici (che poi li scegliamo benissimo…storicamente ci mandiamo gli scarti delle elezioni nazionali!). Se il politico italiano medio diventa peggiore del cittadino italiano medio, allora siamo proprio messi male.

Siamo come Penelope che – nottetempo – disfa la sua tela; solo che non abbiamo una buona ragione per farlo, ma tante pessime ragioni, parziali e transitorie. Quello che Guido Carli definì il “vincolo esterno”, e cioè la necessità per il nostro Paese di scegliere comportamenti virtuosi in quanto parte di una comunità sovranazionale era veramente lungimirante; purtroppo non abbiamo cessato di averne bisogno. Eppure l’euro e il mercato unico europeo hanno portato più vantaggi che costi all’Europa e ai paesi che ne fanno parte, assicurando i benefici della globalizzazione e dell’apertura dei mercati ma, al tempo stesso, proteggendo i Paesi più vulnerabili (come ha affermato il presidente della Bce Mario Draghi proprio ieri, durante un suo intervento al Sant’Anna di Pisa).

Oggi comincio a ritenere che un regime democratico renda assolutamente necessario un alto grado d’istruzione, educazione e civiltà dei propri cittadini. In mancanza di tali presupposti, si abbocca a tante fandonie, lo storytelling delirante che gira sui social media ne è una prova.

 

1. Italiani ed Europei

Eppure l’Europa sempre noi siamo! Un “noi” un po’ più lontano, ne convengo, ma è l’epoca delle identità multiple: si può essere (più) europei senza per forza dover essere (meno) italiani. Forse, tuttavia, gli esseri umani sono così meschini che il senso di appartenenza possono svilupparlo solo in contrasto ad una diversità anche maggiore. Basta provare allora a convivere con un gruppo di persone che includa altri europei e poi africani, arabi e neozelandesi (a me è successo) per accorgersi che la distanza culturale tra un italiano e un tedesco, tra un francese e un olandese è veramente minima. Persino se ci separano le lingue – e persino se si conosce solo l’italiano – sono pronta a scommettere che un testo scritto in tedesco è più decifrabile di un testo scritto in arabo. A parità d’incomprensione si condivide un alfabeto, tantissime regole grammaticali e si intuisce dove è il verbo, ad esempio.

Per me sono tempi molto tristi. Mia nonna era partigiano, è stata prigioniera a via Tasso, è stata interrogata da Kappler e lei non diceva mai “i Nazisti” per dire “i nemici”, ma, come tutti i romani che hanno vissuto quell’epoca (l’epoca narrata nel film “Roma Città Aperta”), diceva “i Tedeschi”. Così sono cresciuta con l’antipatia per i tedeschi e l’amore per i liberatori americani, salvo poi rendermi conto che, come fa notare Paolo Mieli nelle sue lezioni di Storia, all’inizio della seconda guerra mondiale i tedeschi sarebbero dovuti essere gli Alleati e gli americani gli Invasori…

Proprio per questo, forse, non dimentico che, se oggi “tedesco” non vuol dire più “nemico”, lo dobbiamo anche ad un processo nel quale, per tentativi ed errori, si è ipotizzata prima una Comunità Europea di Difesa, si è realizzata poi una Comunità Economica Europea, divenuta, nel tempo, Comunità Europea ed, infine, Unione Europea. Un gruppo più ristretto di paesi ha poi adottato l’Euro.

Ci siamo dimenticati il perché di queste tappe e forse è meglio ricordarle. Il Novecento era nato sulle aspettative di un progresso senza fine: cinema, elettricità, locomotiva avevano rivoluzionato la tecnologia e l’economia (come negli ultimi anni ha fatto il web). Poi la grande guerra, la crisi finanziaria degli anni’30, l’ascesa del nazismo, la seconda guerra mondiale, l’olocausto e la bomba atomica hanno mostrato che il futuro non è sempre più roseo.

E’ proprio dall’autocritica collettiva del secondo dopoguerra che sono nate tante cose, tra cui l’idea di un’Europa in cui non ci si trucidasse a vicenda.

Questa Europa potrà avere i molti difetti che le vogliamo imputare e che potremmo, insieme, superare, ma è un enorme passo avanti in un continente dove ci si è ammazzati per millenni. La pace non è mai scontata. Se ce lo dimentichiamo, credo, è perché a scuola l’Europa non la studiamo mai abbastanza.

Le due guerre mondiali del secolo scorso ci hanno lasciato circa 60 milioni di morti, 76 milioni di feriti e ingenti distruzioni di abitazioni, industrie, strade e ponti, solo sul territorio europeo. Se c’è proprio l’idea che 70 anni di pace nel vecchio continente non valgono nulla, che conquiste come la pace e la libertà di viaggiare senza confini tra vari paesi e con una sola moneta non piacciono più, che si vuole smantellare tutto, che si stava meglio prima dell’Europa e dell’Euro (ma la storia può ripetersi ma non tornare indietro) che l’essere un paese piccolo e provinciale va bene, che piace l’idea di poter creare una finta ricchezza svalutando una moneta debole e marginale, spendendo e spandendo i soldi che non ci sono, creando deficit e debito da far pagare ai nipoti dei nipoti… se è veramente così, io spero di non vederne le conseguenze.

2. L’Europa ci conviene

Ma se gli argomenti identitari non smuovono le masse, ve ne sono ben altri che dovrebbero far riflettere.

I cantori del nazionalismo a tutti i costi o sono ignoranti, o sono in mala fede (io suppongo che siano vere entrambe le ipotesi). I tempi in cui si poteva giocare con una moneta nazionale debole, da svalutare a piacimento per esportare a iosa sono finiti. Il mondo, là fuori, non è più quello di un tempo.

Economie molto più avanzate della nostra si fanno guerre commerciali non solo con dazi e tariffe, ma anche a colpi di innovazione. Le automobili sono diventate computer con le ruote, il commercio è sempre più online e i pagamenti sono sempre più virtuali. L’uso sempre più diffuso dell’intelligenza artificiale, sempre più “embedded” negli strumenti di uso quotidiano (smartphone, automobili, assistenti virtuali). Si afferma l’intelligenza artificiale “conversazionale”, di cui gli assistenti vocali Siri di Apple e Alexa di Amazon sono esempi ben noti, ma anche  Google Now e Cortana di Microsoft.

Non è che in Italia manchi il potenziale per fare innovazione, tutt’altro, ma è come al solito il “sistema paese” che potrebbe far di più.  Dal 2008 l’Institut Européen d’Administration des Affaires – INSEAD, la Cornell University e la World Intellectual Property Organization – WIPO pubblicano annualmente il Global Innovation Index. L’indice è utilizzato per valutare le economie di 126 Paesi ed è redatto sulla base di 80 indicatori, che vanno dal numero di nuovi brevetti alla creazione di APP, dalla spesa per istruzione al numero di pubblicazioni tecniche e scientifiche.

Tutti i nostri partner europei cui ci piace compararci (Francia, Germania, Regno Unito etc…) fanno parecchio meglio di noi. La top ten è quasi tutta europea, con qualche eccezione: dopo la Svizzera, seguono Olanda, Svezia, Regno Unito, Singapore, Stati Uniti, Finlandia, Danimarca, Germania e Irlanda. L’Italia è, invece, trentunesima, dopo Slovenia, Cipro, Spagna e Repubblica Ceca. I risultati peggiori per l’Italia riguardano l’innovazione tecnologica, lo sfruttamento delle soluzioni ICT e la trasformazione digitale. Come pensiamo di poterci isolare?

Dovremmo riflettere anche sul fatto che il peso di un paese, oltre che dalla sua capacità di innovare, è anche dato dal suo peso specifico in termini di popolazione. L’Italia – è noto – ha un grosso problema demografico: è un paese che invecchia, dove siamo molto sotto al livello di rimpiazzo. Nel 2017 eravamo 60,6 milioni. Secondo le proiezioni ISTAT in Italia la popolazione residente attesa nel 2045 sarà pari, secondo lo scenario mediano, a 59 milioni. Nel 2065, a 54,1 milioni. Sembra poca la differenza, ma si tratta di milioni di persone in meno. Inoltre, come ormai noto, sarà accentuato l’aumento del numero di anziani: gli ultra 65enni saranno circa il 30% della popolazione.

Nel suo ultimo libro, lo studioso israeliano Yuval Noah Harari, già autore di Sapiens e di Homo Deus, nota come nazionalismo e isolazionismo sono ancora più pericolosi oggi – nel contesto di problemi globali come il cambiamento climatico – piuttosto di quanto lo fossero nel Novecento, nel contesto di possibili guerre nucleari. La guerra nucleare è una minaccia per tutti mentre il cambiamento climatico ha impatti differenziati a seconda dei paesi; il nostro, sicuramente, è uno di quelli che potrebbero risultare più colpiti per via dell’estensione delle coste (già che ci siamo, tutti i nostri governanti o aspiranti tali dovrebbero leggere questo libro, molto scorrevole, che si chiama 21 lezioni per il XXI secolo).

Ora, se un paese fa poca innovazione, ha una popolazione che invecchia nonché un alto debito pubblico, bassa produttività e tanti altri problemi (alcuni dei quali troppo grandi per affrontarli da soli), forse non gli conviene così tanto fare la voce grossa con gli altri: l’unione fa la forza; anzi, qui è l’Unione (europea) che può fare la forza.

Può non piacere ma la forza dell’Italia, pur con tutto il suo glorioso passato, le sue bellezze artistiche, il suo patrimonio culturale e l’ingegno dei suoi abitanti è anche quella di far parte dell’Europa.

 

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Comments

  1. Cara Elisabetta,
    un altro splendido post.
    L’Italia soffre di bassa crescita da prima dell’euro; le “svalutazioni competitive” della valuta nazionale che vagheggiano i detrattori della moneta unica non risolsero il problema negli anni ’80 e ’90 e sarebbero ancora meno efficaci oggi. Lo ha ricordato bene il Presidente della BCE Mario Draghi nel discorso di ieri, sabato 15 dicembre, al Sant’Anna di Pisa, discorso che a te ovviamente non è sfuggito.
    La strada maestra – e anche unica – per collocare l’economia italiana su un sentiero di crescita sostenibile e sostenuta è quella delle riforme strutturali e istituzionali, che significa promuovere l’innovazione, migliorare la qualità di scuole e università, accrescere la partecipazione al mercato del lavoro delle donne e dei giovani, ridurre le pastoie burocratiche per le imprese, elevare l’efficienza della giustizia civile, intensificare la concorrenza nel settore dei servizi professionali, etc.
    Non cerchiamo scorciatoie monetarie o fiscali, perché non ve ne sono. Continuiamo a operare per una trasformazione strutturale del nostro sistema produttivo e una evoluzione delle nostre istituzioni. L’Europa è una grande opportunità per tutti i popoli europei. L’Italia può trarne grandi benefici e svolgervi un ruolo da protagonista.
    Giuseppe

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