Perché dare troppo ad un figlio è sbagliato: il prezzo del privilegio secondo Malcolm Gladwell

educazioneglobale girlChe rapporto c’è tra ricchezza famigliare ed educazione? Quanto è diventato difficile essere genitori in una società consumista? In che misura bisogna parlare di danaro con i figli? Un atteggiamento trasparente favorisce l’educazione economico-finanziaria dei giovani?

“Non voglio che gli manchi nulla”

Sono tante le domande che vengono alla mente quando si scopre il diverso atteggiarsi delle persone rispetto ai loro figli.

“Non voglio che gli manchi nulla” è la frase che più sento ripetere. Tutti coloro che hanno messo al mondo dei figli con amore la possono condividere. Tuttavia, la declinazione di un tale principio prende le forme più strane. Vedo persone che quasi non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese (e chiedono prestiti bancari, giacché, al momento, il danaro costa poco) ma fanno regali spropositati ai figli o non rinuncerebbero mai ad organizzare, per loro, le feste di compleanno che vanno ora negli ambienti agiati: animatori rumorosi, baby dance, locali affittati e torte multipiano glassate di pasta di zucchero che fanno la gioia degli appassionati di cake design (non piacciono a nessuno ma sono straordinari strumenti di marketing: puoi scegliere tra la torta a forma di pesciolino Nemo, il castello delle principesse o il supereroe preferito che sta per spiccare il volo).

Vi sono altri che, anche quando manca loro il danaro, non riunciano al superfluo. Non voglio giudicare, mi limito ad osservare: fare i moralisti è troppo semplice e comprendere le propensioni di spesa delle persone è troppo complesso (bisognerebbe comprenderne i bisogni psicologici). Mi limito a percepire le contraddizioni: perché parlare dei propri (seri) problemi economici e poi ostentare la manicure? Mi viene spiegato che il salone di bellezza è gestito da personale cinese e la manicure costa solo 10 euro ma mi chiedo perché non tralasciare questo vezzo, se non altro per principio. Forse no, perché scatta nelle persone un senso di vergogna per la propria “povertà relativa”; sembra di avere costantemente meno degli altri (e, comparandosi a certi altri, è vero) eppure non ci si rende conto che, comunque, si è nella parte fortunata del mondo (la sindrome del pesce piccolo nello stagno grosso).

Quando tutti intorno a te mostrano o simulano un’opulenza senza fine è difficile resistere. Il consumismo, in fin dei conti, è questo, descritto molto semplicemente nel libro Utopie Minimaliste dello psicanalista Luigi Zoja (sta sempre sul comodino, ormai è uno dei miei livres de chevet…ma non parla solo di questo): devi lavorare sempre di più per poterti permettere tutti quei gadget che l’industria ti vuol vendere. Alla fine lavori così tanto che non ti resta tempo per pensare a te stesso, e vivere una buona vita. Hai una vita riempita solo da oggetti. Quel che resta del tuo tempo libero è ad alta intensità di consumo. Ma non è obbligatorio subire questo modello: la crisi economica potrebbe aiutare a farci riordinare le nostre vite, come è successo alla mamma americana di cui raccontavo in Bambini: un po’ di noia fa bene che fu costretta a tagliare molte cose, con il risultato che la vita invece di peggiorare fu migliore. Ma qui divago, meglio ritornare al tema centrale, quello del rapporto tra ricchezza famigliare ed educazione.

In disadvantage there is freedom

C’è una parte dell’ultimo libro di Malcolm Gladwell (Davide e Golia) che affronta il tema della libertà che c’è nell’essere svantaggiati. Per chi non lo conosce, Gladwell, canadese, è un collaboratore del “New Yorker” ed è autore di una serie di libri di psicologia sociale di grande successo. Ha il gusto e il vezzo di ribaltare luoghi comuni e di scoprire verità nascoste, cosa che fa sempre con una narrazione molto coinvolgente. Il sottotitolo del suo libro Davide e Golia, è: perché i piccoli sono più forti dei grandi?

Uno dei temi affrontati nel libro è quello del rapporto che c’è tra ricchezza e felicità ed anche che dell’effetto del danaro sull’essere genitori.

 “Il denaro non fa la felicità ma la simula bene”

Certo, come scriveva Domenico De Masi, il denaro non fa la felicità ma la simula bene, e tuttavia, argomenta Gladwell sulla base della ricerca scientifica sul tema (Kahneman-Deaton: per chi fosse interessato si trova nelle note al libro), ciò non è sempre vero. Anzi, esisterebbe un punto di equilibrio, una certa quantità di danaro (rispetto allo stile di vita nordamericano, si badi bene) che è quello che garantirebbe l’apice della felicità.

Gli studiosi che fanno ricerche sulla felicità suggeriscono che questo apice corrisponde ad un reddito familiare di circa settantacinquemila dollari l’anno (67mila euro, più o meno). Dopo di che scattano quelli che gli economisti chiamano “rendimenti marginali decrescenti”. Se il tuo vicino di casa guadagna centomila dollari l’anno – dice Gladwell – e tu settantacinquemila forse lui può avere una macchina più bella e andare più spesso a cena fuori, ma, in media, la differenza di reddito non lo rende potenzialmente più felice di te. Lo sappiamo tutti – afferma Gladwell – che una vita passata in un ambiente eccessivamente privilegiato fa male, eppure la gente passa un sacco di tempo a pensare come una situazione economica diversa o un lavoro più prestigioso può renderle la vita migliore e più facile e, di converso, non passa mai abbastanza tempo a pensare ai modi in cui questo tipo di vantaggi materiali limita le proprie opzioni.

Il punto di Gladwell (nel capitolo II di Davide e Golia) è il seguente. Crescere un bambino richiede una certa quantità minima di denaro; è estremamente difficile crescere un figlio (sano e felice) in uno stato di povertà. Dato che avere una certa quantità di danaro rende tutto più facile, possiamo essere tentati di pensare che più possibilità si hanno e meglio è. Invece, oltre un certo punto, la ricchezza rende effettivamente più difficile la genitorialità.

La ragione è ovvia: in un ambiente famigliare eccessivamente privilegiato i bambini si fanno l’idea che non c’è nulla che i propri genitori non possono permettersi di acquistare. Come s’insegna il valore del denaro in questo contesto?

 “Non sempre ciò che è possibile è anche giusto”

Naturalmente, è possibile far capire ad un figlio che non si compra tutto ciò che vuole, anche se si è in grado di farlo. Anzi, è molto più educativo dire “abbiamo i soldi per comprartelo ma non lo acquistiamo perché non sempre ciò che è possibile è anche giusto”.  Una tale risposta, tuttavia, richiede al genitore uno sforzo maggiore.

Dire “no, non possiamo permettercelo” è semplice, mentre dire “possiamo comprartelo ma non vogliamo” richiede un supplemento di spiegazioni, dice Gladwell. Insomma, un genitore deve porre dei limiti, ma questa è una delle cose più difficili da fare, visto che viviamo in un mondo in cui il valore dell’esistenza individuale pare dipendere unicamente dai riconoscimenti esterni.

Il ritornello dei ragazzi è sempre che i loro amici o compagni di classe un dato oggetto ce l’hanno tutti. Dire che non si hanno i mezzi, allora, è molto più facile. E’ stato facile per la generazione dei genitori che hanno visto la guerra e le epoche in cui i cappotti si usavano prima in un verso e poi nell’altro. E’ più difficile per noi genitori di figli millennial, cresciuti nella società dei consumi e iperconnessi al web, dunque prime vittime di un marketing aggressivo e costante.

Sul mostrare le bollette ai figli

Nel libro, Malcolm Gladwell descrive una tipica storia protestante, ossia la storia di quello che sarebbe diventato, da adulto, un ricco produttore di Hollywood. Era un ragazzo di una famiglia svantaggiata di Minneapolis. Il padre – racconta – gli insegnò il valore del denaro facendolo riflettere sul costo di oggetti come un paio di scarpe nuove o una bicicletta. Se lasciava le luci accese, il padre si arrabbiava e gli mostrava la bolletta dell’energia elettrica. Gli diceva: “guarda, questo è quello che paghiamo per l’energia elettrica. Se non spegni le luci che non ti servono sei solo pigro e noi paghiamo per assecondare la tua pigrizia. Ti sembra giusto? Però, ascoltami, se hai bisogno di tenere la luce accesa per 24 ore di seguito per studiare o lavorare, per me non è un problema: in quel caso pago volentieri”.

Questo atteggiamento volto a nutrire il senso del dovere non è forse l’esatto contrario di quello del genitore che stenta ad arrivare alla fine del mese ma organizza comunque la “festa-con-animatore-in-locale-costoso-con-torta-multipiano”? Alla fine si ritorna alla domanda iniziale, ossia come interpretiamo il principio secondo il quale ai nostri figli non vogliamo che “manchi nulla”?

La storia del produttore cinematografico narrata da Gladwell, però, non finisce qui. Il ragazzo, in seguito, aveva lavorato nell’attività di recupero di rottami metallici della famiglia, aveva vissuto in un quartiere malfamato e lavorato duramente per arrivare al successo. Poi, ovviamente, aveva avuto anche fortuna. Ora vive in un villone di Beverly Hills e vorrebbe fornire le stesse opportunità che ha avuto ai suoi figli, tra cui la possibilità di imparare le stesse lezioni che lo hanno portato ad avere successo. Ma ora, avendo milioni di dollari, gli manca l’incentivo che suo padre aveva per mostrare ai suoi figli la bolletta elettrica. Non c’è più lo stato di bisogno.

Forse è per questo che le grandi ricchezze evaporano spesso in un paio di generazioni e in così tante culture esiste un proverbio per descrivere le difficoltà di crescere i figli in un’atmosfera di ricchezza. In inglese, il detto è shirtsleeves to shirtsleeves in three generations. Gli italiani, dice Gladwell, dicono “dalle stelle alle stalle” (ma qui è male informato: piuttosto si dice – sugli imprenditori – “la prima generazione crea, la seconda mantiene, la terza distrugge”).

In medio stat virtus

Conclude Gladwell che il rapporto tra quantità di mezzi economici posseduti e genitorialità può essere descritto in questo modo: avere troppo poco denaro rende difficile l’essere genitore, ma è vero anche il contrario.

In medio stat virtus, insomma, e, per proseguire in continuità con la cultura greco-romana, persino il mal compreso Epicuro con il calcolo dei piaceri suggeriva, in fondo, di non cedere ad un piacere più piccolo quando se ne può attendere o avere uno più grande. Proiettato nel mondo moderno, il calcolo dei piaceri potrebbe significare almeno – a mò di compromesso tra consumismo e moralità – che se vuoi comprarti un certo oggetto magari può avere senso rinunciare  a decenni di manicure, scegliendo una gratificazione meno caduca e rinunciando, invece, a quella che si dissolve prima.

Del valore dei soldi e delle cose

La storia del produttore cinematografico mi pare dimostri che del valore dei soldi e degli oggetti è necessario parlare con i figli. Non per lamentarsi o per mostrare eccessivo attaccamento ai beni materiali, né per descrivere la situazione economica famigliare con eccessivo in dettaglio. Basta spiegare (e serve spiegarlo spesso, credo) che non è scontato avere ciò che si ha, che anche noi genitori dobbiamo fare le nostre scelte riguardo a cosa acquistare e cosa no, perché non si può avere tutto, che con il denaro speriamo di poter dare loro quello di cui hanno bisogno e che fa loro piacere, che apprezziamo alcune cose belle ma non quelle la cui unica funzione è l’ostentazione di ciò che ci si può permettere, che c’è tanta gente che ha ben più di noi ma anche tantissima che ha molto meno o addirittura niente.

Sarebbe importante anche possedere ed insegnare a coltivare il gusto della diversità e dell’individualità, intesa non come egoismo ma come non-massificazione. Non avere una cosa solo perché ce l’hanno tutti e magari averne (o farne) un’altra. C’è un momento in cui i figli sono più refrattari a capirlo e questo momento, ovviamente, è l’adolescenza: dovendo ribellarsi ai genitori per crearsi un io adulto, l’adolescente deve sentirsi parte di una gruppo di pari, almeno di una parte dei suoi pari. Durante l’adolescenza coltivare l’autonomia individuale e persino il gusto – un po’ snobistico – della diversità non è facile. Si cerca necessariamente una propria piccola tribù, fatta di simili gusti e, se la tribù ostenta il possesso di certi oggetti, opporsi è impresa ardua.

Se la vita è caduca pensa quanto lo sono i consumi!

Sarò tranchant. Il Buddha mandava i propri monaci a meditare sugli altipiani dove venivano depositati i corpi dei morti che finivano in pasto agli uccelli rapaci o andavano in putrefazione al sole.

I monaci dovevano stare lì a meditare, in mezzo al fetore, consapevoli che una volta morti sarebbe stata quella la loro fine. Era un allenamento alla consapevolezza della caducità delle cose umane, al fine di apprendere ad essere presenti nel presente.

Molto estremo, certo; a noi non sono richieste prove simili e tuttavia dovremmo ricordare a noi stessi, se non la caducità della vita, almeno la transitorietà delle passioni. E ricordarlo ai figli. La maglietta del giocatore di calcio che un figlio ci ha obbligato ad acquistare e che non mette più, la bambola tanto desiderata che giace abbandonata in mezzo agli altri giochi, il videogioco senza il quale ritengono di non poter più vivere, tutto questo è passato e passerà: vale la pena ricordarlo, magari un domani saranno più bravi loro e saremo più bravi noi a non cedere alla gratificazione.

Se ti piace questo ‘post’ iscriviti ad educazioneglobale. Ti potrebbero inoltre interessare:

 

 

Aggiungi un commento - Leave a Reply